Il Senato della Repubblica italiana: proposta per una nuova struttura sul modello statunitense

Risale a poche settimane fa l’approvazione, da parte della Camera dei deputati, della nuova legge elettorale proposta dal governo, il cosiddetto “Italicum”. La citata normativa, che resta al momento in attesa dell’approvazione definitiva, riguarda solamente la riforma delle modalità di elezione della Camera stessa però, essendo il governo intenzionato a modificare sensibilmente la struttura del Senato della Repubblica e a rompere il meccanismo costituzionale del bicameralismo perfetto.
L’idea, infatti, sarebbe quella di sostituire il Senato attuale con una sorta di camera della autonomie, formata da rappresentanti locali, con poteri semplicemente consultivi per tutte le leggi che non siano costituzionali, per le quali rimarrebbe, invece, eccezionalmente in vigore l’attuale meccanismo del bicameralismo perfetto.
Questa struttura, ancora in fase di studio e non ancora ufficialmente proposta al vaglio parlamentare, snellirebbe senza dubbio l’attuale procedura legislativa, accorciandone le tempistiche, e porterebbe ad un ragguardevole risparmio sui costi della politica, essendo previsto un numero di senatori di molto inferiore ai 315 attualmente previsti.
Un’alternativa a questa riforma potrebbe essere fornita prendendo come spunto la struttura del Senato USA.
Negli Stati Uniti il Senato si compone di 100 soggetti (2 per ogni Stato membro della federazione), che restano in carica per 6 anni. Ogni 2 anni 1/3 di questi senatori si rinnova tramite elezioni statali ed è quindi chiaro che le elezioni, alle quali partecipa l’intero corpo elettorale statale, avvengono in anni diversi nei vari Stati membri.
Il sistema di voto adottato è il maggioritario semplice (vince chi ottiene la maggioranza relativa dei voti), ad eccezione della Louisiana, che adotta un metodo uninominale a doppio turno.
Per poter concorrere alle elezioni sono necessari 3 requisiti: aver compiuto 30 anni, essere in possesso della cittadinanza americana da almeno 9 anni e avere la residenza nello Stato in cui si viene eletti almeno dalla data dell’elezione.
Il presidente del Senato è il vicepresidente degli Stati Uniti, che non ne è membro né ha il potere di votare se non in caso di parità. In sua assenza (molto frequente) presiede il Senato un presidente pro tempore, senatore del partito di maggioranza con la maggiore anzianità di servizio.
A fronte di un eventuale seggio vacante (per morte o dimissioni di un senatore) o il governatore dello Stato in questione nomina un sostituto, che resta in carica fino all’esecuzione di elezioni suppletive, oppure si tengono direttamente le elezioni suppletive, con il nuovo senatore eletto che resta in carica fino al termine del mandato del suo predecessore.
Oltre ad avere il potere legislativo, che divide con la Camera dei rappresentanti, il Senato ha prerogative proprie. Il suo consenso, infatti, è necessario al presidente degli Stati Uniti per la conclusione di trattati internazionali e per la nomina di funzionari e giudici federali.
Partendo da questa premessa come si potrebbe articolare un’organizzazione simile nel sistema italiano?
Si potrebbe pensare ad un Senato composto da 2 membri per regione, quindi 40 soggetti, eletti contemporaneamente al presidente della giunta regionale e in carica fino al termine della legislatura.
Con l’adozione di un sistema maggioritario semplice si velocizzerebbe, poi, la procedura di voto, senza il bisogno di eventuali ballottaggi.
I criteri per l’eleggibilità sarebbero 3, sulla scia di quelli americani: aver compiuto almeno 35 anni (contro i 40 attuali), essere in possesso della cittadinanza italiana da almeno 5 anni e avere la residenza nella regione in cui si viene eletti almeno dalla data dell’elezione. Inoltre si diventerebbe ineleggibili automaticamente al termine di un eventuale secondo mandato, in modo da favorire il ricambio continuo dei senatori.
Il presidente del Senato verrebbe eletto dai senatori e dovrebbe presiedere la nuova camera, conservando il diritto di voto come ogni altro senatore.
Questo sistema dovrebbe prevedere l’eliminazione dell’articolo 59 della Costituzione e, di conseguenza, il venir meno dei senatori a vita, in favore di un continuo ricambio generazionale.
Il potere da attribuire a questa nuova entità dovrebbe essere il legislativo, modificando però l’attuale meccanismo bicamerale perfetto previsto dalla Costituzione. Le proposte di legge ordinaria potrebbero essere fatte dalla Camera e passare poi al Senato, con la possibilità per questo di proporre emendamenti, ma soltanto una volta. Dopodiché il testo tornerebbe alla Camera per la definitiva approvazione. Nel caso di leggi costituzionali si potrebbe mantenere l’attuale sistema, così come nell’idea dell’attuale governo.
Questo modello, solamente abbozzato e tecnicamente incompleto, ad avviso di chi scrive, potrebbe essere una buona alternativa per l’attuale Senato e, in generale, per l’attuale parlamento italiano. Con il sostanziale venir meno del bicameralismo perfetto, infatti, ci si troverebbe di fronte a una procedura per l’approvazione delle leggi più rapida, ma al contempo comunque garantita dal parere di 2 camere, tra le quali il Senato si farebbe portatore di interessi più localizzati rispetto alla Camera e, in aggiunta, ci sarebbe un forte taglio delle spese statali, visto che si passerebbe da 315 a 40 senatori. Il tutto senza svuotare il Senato del suo potere legislativo, comunque mantenuto seppur in maniera limitata rispetto al presente.

ANDREA CASTELLI

Siti consultati:
• http://www.governo.it
• http://www.whitehouse.gov