Legge elettorale: Italicum, un nuovo Porcellum?

Etimologicamente crisi deriva dal greco e significa scelta. In tempi di incertezza bisogna fare delle scelte, bisogna prendere decisioni. L’unica decisione da non compiere sarebbe non fare alcuna scelta. Il Governo Renzi sicuramente in campagna elettorale non è sembrato aver paura di questo. Un pacchetto di riforme sostanziose, importanti, fondamentali – secondo qualcuno – per rendere più efficace ed efficiente il nostro Paese. Che qualcosa si debba fare non c’è dubbio. Tutti i partiti (e movimenti) sono concordi sul fatto che l’Italia necessiti di riforme. Infatti il nodo cruciale non è sull’an ma sul quomodo.

Abilmente il Presidente del Consiglio e i suoi Ministri hanno creato un fil rouge, un ampio panorama di riforme collegate fra loro, realizzabili o tutte insieme o nessuna. Alcune di queste sono di natura costituzionale, altre no: il che significa che occorrono tempistiche diverse, in special modo per le prime, la cui disciplina aggravata è dettata dall’art. 138 della Costituzione. Ma vi è una riforma basilare che non necessita di una procedura di revisione della Carta costituzionale, bastando un iter ordinario: la riforma della legge elettorale. Basilare perché essa è lo strumento con la quale si trasformano i voti in seggi al Parlamento. Basilare perché mezzi alternativi alla legge elettorale non ce ne sono, se non – come facevano gli antichi greci – l’estrazione a sorte oppure la nomina calata dall’alto, che di democratico hanno ben poco.

Una riforma della legge elettorale è oggettivamente necessaria dato che l’ultima legge elettorale (la l. 270/2005), conosciuta con l’elegante attributo di Porcellum e nata per opera del leghista Roberto Calderoli, è stata dichiarata incostituzionale, in alcuni punti, dalla Corte Costituzionale con la sentenza 1/2014. In una comunicato stampa della Corte Costituzionale diffuso prima del deposito delle motivazioni della pronuncia, è stata proprio la Consulta a sollecitare l’intervento del legislatore: «[…] Resta fermo che il Parlamento può sempre approvare nuove leggi elettorali, secondo le proprie scelte politiche, nel rispetto dei principi costituzionali». Il Governo guidato da Renzi ha quindi deciso di intervenire proponendo una nuova legge elettorale, l’Italicum.

Il nuovo progetto di legge elettorale – progetto per il fatto che non è ancora diventata legge dello Stato ma è ancora in fieri – essendo legata alla riforma del bicameralismo, dovrebbe disciplinare solamente un ramo del Parlamento, la Camera dei Deputati, dato che il Senato (rectius Assemblea delle Autonomie) sarà composto da membri nominati dai Consigli Regionali o da altre autonomie territoriali e altri ancora dal Presidente della Repubblica. L’Italicum è stato emendato da Montecitorio rispetto al suo disegno originario e presto sarà al vaglio di Palazzo Madama. La legge prevede un sistema proporzionale dotato di correttivi che vanno nella direzione di garantire la stabilità di governo e il bipolarismo, spingendo i partiti a coalizzarsi in due grandi schieramenti contrapposti. La soglia di sbarramento si bipartisce, in base che i partiti siano in coalizione fra loro oppure no: nel primo caso la coalizione dovrà raggiungere il 12% dei voti totali, mentre se un partito scegliesse di correre da solo la soglia sarebbe dell’8% (proprio per spingere a formare coalizioni), Ma all’interno della propria coalizione i partiti, affinché possano vedersi attribuito almeno un seggio, devono raggiungere da soli una percentuale di voti almeno pari al 4,5% (nella bozza di presentazione prima dell’approvazione della Camera era del 5%); in caso contrario il partito che, in coalizione, non supera singolarmente il 4,5% non avrà alcun rappresentante a Montecitorio ma la percentuale dei voti sarà comunque conteggiata in quella della coalizione. Un altro correttivo importante è la percentuale che garantisce il premio di maggioranza. Essa scatta a chi ottiene il 37% dei voti (35% originariamente) e permette di conseguire il 53% dei seggi totali. Se al primo turno nessuna lista raggiungesse il 37% dei voti, per far scattare il premio di maggioranza, le due liste che hanno ottenuto più voti andrebbero al ballottaggio: è importante sottolineare che non sono possibili apparentamenti fra liste e/o partiti dopo il primo turno – in questo modo si spinge ad avere un sistema ex lege il più possibile bipolare. Per calare nella pratica questi numeri, proviamo a fare una simulazione di una possibile situazione (utilizzando percentuali di voto verosimili ma utili a comprendere i meccanismi dell’Italicum. Non sono stati utilizzati i dati delle ultime elezioni politiche perché nessuna coalizione avrebbe raggiunto la soglia per aggiudicarsi il premio di maggioranza). Ipotizziamo esserci una coalizione del centrosinistra e una del centrodestra. La prima, formata dal PD con il 28% dei voti, da SEL con il 3% e da SC con il 3%, raggiungerebbe il 34% dei voti totali. La coalizione del centrodestra invece, formata da FI con il 26% di voti, da FDI con il 4%, NCD con il 4% e dalla LN con il 4%, raggiungerebbe il 38%. In un contesto siffatto la coalizione di centrodestra si garantirebbe il premio di maggioranza del 53% dei seggi, ma poiché al suo interno FDI, NCD e LN non hanno raggiunto il 4,5% dei voti totali, tutti i seggi andrebbero a FI (stessa cosa anche nella coalizione di centro sinistra in cui i seggi sarebbero tutti targati PD); un altro dato interessante da notare, con questa simulazione, è che il partito che avrebbe singolarmente più voti, il PD, non conseguirebbe la maggioranza dei seggi che andrebbero invece per il 53% a FI (sebbene PD 28% e FI 26%!). E il M5S? In effetti una critica che è stata mossa all’Italicum è quella di voler descrivere bipolarmente (si scrive così però de facto si legge bipartiticamente) una realtà che è tripolare. Non bisogna dimenticarsi di come questa legge sia stata partorita con l’ottica di ridimensionare notevolmente – in nome della sconfitta della dittatura della minoranza – i partiti più piccoli i quali nella storia dell’Italia post bellica hanno più volte ricattato la governabilità.

Ma una ulteriore domanda di fondo è: un partito con il 4,4 % dei voti totali può essere correttamente definito “piccolo”, non meritevole di vedere i propri esponenti alla Camera dei Deputati?

Altre critiche invece verterebbero su alcuni punti di contatto con la legge 270/2005 (c.d. Porcellum), in particolar modo per un punto che è stato oggetto della sentenza 1/2014 con la quale la Corte Costituzionale ne ha dichiarato l’incostituzionalità: il fatto che nella legge Calderoli ci fossero le liste bloccate ha fatto ravvisare alla Consulta la violazione della Carta, in quanto l’elettore non potesse esprimere una preferenza per un proprio candidato. E le liste bloccate sembrano apparire anche nell’Italicum, poiché – almeno fino all’esame della Camera – sono state bocciati i vari tentativi di introdurre nuovamente le preferenze o le primarie per legge.

La Corte Costituzionale si è anche pronunciata, sul Porcellum, in merito alla mancanza di una soglia il superamento della quale facesse scattare la maggioranza assoluta in Parlamento. «La Corte Costituzionale ci ha detto, infatti, che il premio deve essere “ragionevole” e “proporzionale”e con il minor costo possibile per la rappresentanza rispetto alle esigenze della governabilità»(1). È vero che l’Italicum permetterebbe l’ottenimento del premio di maggioranza alla lista che raggiunge il 37% dei voti – quindi una soglia c’è – ma il delta del 16% ha i requisiti della ragionevolezza e della proporzionalità? E se non ce li avesse, come potrebbe esprimersi la Consulta? Dichiarando per la seconda volta una legge elettorale non conforme al dettato costituzionale?

Per quanto riguarda la definizione dei collegi elettorali non c’è il rischio che si concretizzi un qualcosa che possa assomigliare al Gerrymandering (come scrive Sartori «dal nome del governatore Gerry del Massachusetts, che nel 1812 ebbe per primo l’astuta idea di disegnare un collegio a forma di salamandra che concentrasse i suoi elettori e disperdesse i suoi oppositori»(2) nella foto in basso), poiché i collegi plurinominali saranno all’incirca come quelli vigenti con la legge 277/1993 (c.d. Mattarellum), seppur raggruppati fra loro, nei quali sarà possibile eleggere fino a cinque deputati.

Per adesso questo è il risultato dei lavori svolti in uno dei due rami del Parlamento, ora sarà importante vedere come si pronuncerà il Senato (sarà forse uno degli ultimi atti che lo vedranno protagonista?) e se vi apporterà emendamenti e, in tal caso, la palla passerà nuovamente a Montecitorio, o se invece lo trasformerà in legge dello Stato, in attesa della promulgazione da parte del Presidente della Repubblica.

STEFANO ROSSA

Note:

  • (1) LANCHESTER F., Dal Porcellum all’Italicum: nuovi collegamenti e nuovi orari ma su vecchi binari, Associazione Italiana Costituzionalisti, Osservatorio febbraio 2014.
  • (2) SARTORI G., Ingegneria costituzionale comparata, il Mulino, Bologna, 1995, p. 34.

Bibliografia:

  • AZZARITI G., La sentenza e gli effetti indiretti sulla legislazione futura, in Nomos, le attualità del diritto, 3-2013;
  • BIN R., PITRUZZELLA G., Diritto Costituzionale, Giappichelli, Torino, 2010;
  • LANCHESTER F., Dal Porcellum all’Italicum: nuovi collegamenti e nuovi orari ma su vecchi binari, Associazione Italiana Costituzionalisti, Osservatorio febbraio 2014;
  • MANIN B., Principi del governo rappresentativo, il Mulino, Bologna, 2010;
  • NAPOLITANO G., ABRESCIA M., Analisi economica del diritto pubblico, il Mulino, Bologna, 2009;
  • SARTORI G., Ingegneria costituzionale comparata, il Mulino, Bologna, 1995;
  • SORRENTINO F., Le fonti del diritto italiano, Cedam, Padova, 2009.

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2 Comments

  1. Matteo

    Credo che non si possa cambiare tutto radicalmente in poco tempo… O almeno non in questo paese. Il fatto già di apportare dei miglioramenti (sperando che vi saranno) potrebbe già essere un grande passo avanti. Come dice il proverbio “Roma non è stata costruita in un giorno”. Direi proprio che calza a pennello!

    1. Stefano Rossa

      Ritengo che voler cambiare tutto, rapidamente, non solo non sia fattibile ma, laddove si riuscisse, sarebbe addirittura dannoso. Soprattutto perché a volte si fanno le cose velocemente (e quindi male) soltanto per fare vedere che qualcosa si è fatto.

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