Tra sport e diritti

Ghoncheh Ghavami, 25 anni, è stata arrestata lo scorso 20 giugno fuori dallo stadio Azadi di Teheran, dove era in corso l’incontro della Volleyball World League tra Iran e Italia.

La giovane donna anglo- iraniana stava prendendo parte ad una manifestazione pacifica quando, lei e un gruppo di donne sono state prelevate, interrogate e successivamente rilasciate.

Dopo 10 giorni, il 30 giugno, alcuni agenti in borghese hanno fatto irruzione nell’appartamento di Ghavami, sequestrando abiti, computer e trasferendola in una cella di isolamento presso la prigione Evin di Teheran, in attesa della formulazione del capo di imputazione.

La ragazza ha riferito di essere stata sottoposta a lunghi interrogatori, a pressioni psicologiche, minacce di morte e di possibile trasferimento presso il carcere di Gharchak in cui le condizioni di detenzione sono particolarmente dure.

Nel periodo di detenzione non le è stato possibile avere alcun contatto con la propria famiglia ed è stato  particolarmente complesso interagire con il suo l’avvocato  Alizabeh Tabatabaie.

Il 20 settembre si apprende che il caso è stato affidato al tribunale rivoluzionario in quanto le viene contestata la diffusione di propaganda contro il sistema.

Il 2 novembre è stata pronunciata una condanna dal tribunale iraniano a Ghonchech e  il 23 novembre viene concessa la libertà su cauzione.

Il fondamento è  la violazione del divieto imposto alle donne di assistere ad alcune manifestazioni sportive maschili.

Nel 2012, il dipartimento per la sicurezza del ministero dello sport e degli affari giovanili ha proibito alle donne di prendere parte alle partite di pallavolo estendendo così il precedente divieto avente ad oggetto la visione delle partite di calcio.

Tale previsione è in vigore sin dal 1979.

Le autorità iraniane hanno motivato tale norme con l’esigenza di tutela della parte femminile della popolazione: non sarebbe quindi un atto di discriminazione ma al contrario una forma di protezione per le donne dagli atteggiamenti definiti “osceni e lascivi” dei tifosi maschili durante le manifestazioni sportive.

Non è il primo caso in cui le donne iraniane si oppongono a tale divieto: il 29 novembre 1997 si consuma la “rivoluzione del calcio”, migliaia di donne entrò nello stadio di Teheran mischiandosi agli uomini per festeggiare la qualificazione ai mondiali di calcio.

Occorre ora procedere ad un’analisi dei fatti alla luce dei alcuni elementi giuridici.

Le azioni poste in essere dalle autorità iraniane pongono rilevanti dubbi di legittimità e correttezza alle luce del diritto internazionale.

Nella dichiarazione universale dei diritti umani del 10 dicembre 1948 all’articolo 2 si afferma “Ad ogni individuo spettano tutti i diritti e tutte le libertà enunciati nella presente Dichiarazione, senza distinzione alcuna, per ragioni di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o di altro genere, di origine nazionale o sociale, di ricchezza, di nascita o di altra condizione”.

La norma sulla base del quale sono stati posti in essere gli atti di privazione della libertà personale di Ghoncheh Ghavami, viola l’art.2 della dichiarazione universale dei diritti umani in quanto si fonda su una distinzione discriminatoria fra i due sessi.

Inoltre è appena il caso di sottolineare come l’arresto sia avvenuto in seguito ad una manifestazione pacifica in cui la ragazza e un gruppo di altre donne esprimevano la propria contrarietà al divieto posto dalle autorità iraniane.

L’articolo 19 della dichiarazione sopra citata afferma  “Ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione e di espressione incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere.”

Appare evidente come in questo caso vi sia una palese violazione dell’art 19 in quanto non è stato permesso loro di manifestare liberamente la propria opinione.

Va ricordato che la manifestazione si stava svolgendo in forma assolutamente pacifica e quindi non poneva in pericolo il mantenimento dell’ordine pubblico.

Le violazioni del diritto internazionale sono continuate per tutta la durata della detenzione in quanto alla donna non sono state concesse le garanzie processuali minime sancite dal patto internazionale dei diritti civili.

A riprova di ciò si veda l’articolo 10:

“ 1. Qualsiasi individuo privato della propria libertà deve essere trattato con umanità e col rispetto della dignità inerente alla persona umana.

2. a) gli imputati, salvo circostanze eccezionali, devono essere separati dai condannati e sottoposti a un trattamento diverso, consono alla loro condizione di persone non condannate;

b) gli imputati minorenni devono essere separati dagli adulti e il loro caso deve essere giudicato il più rapidamente possibile.

3. Il regime penitenziario deve comportare un trattamento dei detenuti che abbia per fine essenziale il loro ravvedimento e la loro riabilitazione sociale. I rei minorenni devono essere separati dagli adulti e deve essere loro accordato un trattamento adatto alla loro età e al loro stato giuridico”

Ghoncheh Ghavami non ha ricevuto un trattamento che possa dirsi conforme alla norma sopra citata.

Nel periodo immediatamente successivo all’arresto ha subito lunghi interrogatori, minacce circa la propria incolumità e il possibile, drammatico peggioramento delle proprie condizioni di detenzione.

Deve considerarsi violato anche il diritto di difesa sancito dall’artico 14 comma 3 lettera b: “Ogni individuo accusato di un reato ha diritto, in posizione di piena eguaglianza, come minimo alle seguenti garanzie:

b) a disporre del tempo e dei mezzi necessari alla preparazione della difesa ed a comunicare con un difensore di sua scelta;”

Per la giovane donna  è stato particolarmente complesso comunicare con il proprio avvocato ma non solo: è da segnalare il ritardo delle autorità iraniane nell’identificazione del reato contestato e della formulazione del capo d’accusa.

Dal punto di vista giuridico, come si è analizzato, sono state negate una serie di garanzie processuali nonché alcune perplessità sorgono anche in merito alla legittimità della norma posta a fondamento dell’arresto e della detenzione.

In attesa della conclusione della specifica vicenda di cui fin qui si è dato conto, è da auspicarsi una adeguamento del comportamento della generalità degli stati ai principi generali sanciti del diritto internazionale.

ALESSIA CHIARELLO

Sitografia:

www.corriere.it

www.repubblica.it

www.lastampa.it

www.amnesty.com