Il Referendum: per una maggiore partecipazione politica dei cittadini

“Lincoln Memorial“, foto di Chadh, Licenza CC BY 2.0, www.flickr.com

Negli ultimi 25 anni a livello europeo è stato riscontrato un chiaro aumento nell’utilizzo degli strumenti di democrazia diretta, specialmente il referendum.

Lo sviluppo di questo fenomeno è stato favorito da molteplici cause. La prima tra queste è, sicuramente, la crescente sfiducia popolare nei confronti della classe politica, e quindi nelle forme di democrazia rappresentativa, dovuta a malaffari annessi e connessi. Questa forma di democrazia prevede che il cittadino partecipi alla vita politica limitatamente al voto, il quale sarà orientato nei confronti di chi rappresenta al meglio gli interessi del votante.Il rischio, però, è lo scollamento tra rappresentanti e rappresentati, tra votanti e votati in quanto, affinché il sistema funzioni, è necessario che sussista un vincolo di fiducia tra politici e cittadini. Laddove il politico non dovesse essere più in grado di rispondere alle esigenze di chi rappresenta, allora il sistema necessiterebbe di correttivi; queste sono le forme di democrazia diretta, volte ad accrescere la partecipazione popolare, in quanto la manifestazione di volontà diventa immediata e non è più mediata. In sintesi, al cittadino è richiesto di esprimersi direttamente su questioni di spiccata rilevanza politica. La seconda è lo sviluppo tecnologico, il quale ha favorito l’interazione trai cittadini, facilitato il dibattito e l’emersione della volontà comune per risolvere quelle che sono le problematiche comuni. Le difficoltà nello sviluppo massiccio della democrazia diretta era proprio legato alla coordinazione degli interessi trai vari cittadini. Si pensi alla Svizzera e all’Italia. Perché in Svizzera possiamo quasi dire che la democrazia diretta sia la regola e non l’eccezione? Perché la comunità è ristretta, per questioni territoriali, quindi sussistono minori ostacoli in questo senso. Perché in Italia la democrazia diretta è l’eccezione e non la regola? Perché il territorio è più esteso, quindi diventa più complicato far rilevare quelli che sono gli interessi condivisi. Con lo strumento del web è possibile, però, mettere in contatto anche soggetti che si trovano in luoghi molto distanti tra loro. Potremmo considerare il web come una moderna Agorà. Un esempio di partito politico che ha modellato la sua struttura utilizzando questo mezzo come pilastro per la partecipazione attiva del cittadino è il Movimento Cinque Stelle (M5S). La terza è la globalizzazione, intesa come sviluppo di organizzazioni sovrastatali le quali da un lato pongono vincoli agli Stati per raggiungere obbiettivi comuni, dall’altro limitano fortemente l’espressione di volontà dei cittadini. Per risolvere questo inconveniente esiste l’obbligo, costituzionalmente previsto, di rimettere la questione europea ai cittadini, in modo che questi possano pronunciarsi direttamente. Un altro effetto della globalizzazione è quello di aver messo in primo piano gli interessi economici, rispetto a quelli sociali; per cui non è l’economia a seguire i governi, ma sono i governi a seguire l’economia. Questo fa sì che in realtà il nostro mondo non sia più retto da un sistema democratico, bensì da un sistema oligarchico mascherato da sistema democratico, in quanto ad orientare le decisioni dei rappresentanti sono soggetti portatori di interessi economici rilevanti. Con le forme di democrazia diretta è possibile restituire la sovranità al popolo nella sua generalità, in modo che le scelte politiche siano prese non solo dai pochi portatori di interessi economici rilevanti ma anche, e soprattutto, da coloro che sono portatori di interessi prevalentemente sociali.

Molti giuristi e studiosi si sono occupati e hanno descritto, nell’arco dei secoli, l’istituto del referendum e la sua compatibilità con i propri sistemi giuridici. Un interessante punto di vista è quello proposto da Albert Dicey nel 1890 nel suo articolo “Ought the referendum to be introduced in England”, che analizza la possibilità di introdurre il referendum nel sistema giuridico britannico. Secondo Dicey il referendum sarebbe compatibile con il sistema parlamentare inglese, e sarebbe opportuna la sua introduzione, in quanto comporterebbe da un lato un maggior coinvolgimento politico dei cittadini, e dall’altro una maggior trasparenza delle scelte da parte del Parlamento, il quale sarebbe chiamato a spiegarle e chiarirle con precisione, laddove queste dovessero essere poi sottoposte ai cittadini. Nell’idea di Dicey quindi il referendum svolge un ruolo educativo sia per il popolo che per il Parlamento.

Analizzando il referendum si possono riscontrare argomenti favorevoli e contrari all’utilizzo di questo strumento di democrazia diretta.

Una prima critica che può essere mossa sta nel fatto che il referendum può essere considerato uno strumento troppo drastico, in quanto impedisce il dialogo, la mediazione e il compromesso. Tuttavia, si può replicare, dicendo che alcune decisioni non possono che coincidere con un sì o con un no, inoltre con la tecnologia odierna è possibile sopperire al problema legato al dialogo, in quanto lo si potrebbe spostare dalla sede del Parlamento ad una sede online.

Possono essere, poi, mosse ulteriori svariate critiche allo strumento del referendum e, in particolare, i suoi detrattori sottolineano come il popolo, la massa non abbia le competenze tecniche per decidere su argomenti spesso molto importanti e giuridicamente complessi e come esso venga influenzato dalla demagogia con cui i leader politici possono influenzare e orientare la votazione referendaria. Bisogna però sottolineare il fatto che, nelle democrazia rappresentative, è il popolo a scegliere i suoi rappresentanti, votandoli, teoricamente, in maniera consapevole. Di conseguenza, altrettanto consapevolmente, potrebbe essere in grado di prendere decisioni che lo riguardano, su specifici argomenti, in maniera diretta.

Soprattutto a seguito della II Guerra Mondiale, con la nascita delle nuove Costituzioni, gli strumenti di democrazia diretta sono stati considerati in maniera diversa nei vari Stati europei. Ne sono due esempi agli antipodi quello italiano e quello tedesco.

L’Italia, a seguito dell’esperienza fascista, ha seguito la via del pluralismo, volta a favorire il coinvolgimento di un grande numero di forze politiche nel dibattito pubblico e introducendo per particolari ipotesi la possibilità di un referendum abrogativo costituzionalmente previsto all’articolo 75 della Costituzione, oltre a quello previsto nel procedimento di revisione costituzionale all’articolo 138 della Costituzione.

In Germania, invece, si è scelto di limitare il più possibile il ricorso al referendum, almeno a livello federale. Questo perché dopo la I Guerra Mondiale la costituzione di Weimer, introdotta nel 1919, prevedeva un vasto utilizzo di questa forma di democrazia diretta, la quale fu addotta, forse in maniera incauta e troppo avventata, tra le cause di ascesa del nazismo. Oltre a ciò, rileva anche come la Germania avesse bisogno di rafforzare il proprio governo al termine dell’esperienza totalitaria, onde scongiurare una possibile ritorno di qualsiasi forza politica autoritaria, e tornare ad essere uno stato liberal-democratico, in ossequio al volere delle forza alleate, le quali si aspettavano che dalle ceneri naziste potesse rinascere una democrazia rappresentativa forte e solida. In tutto ciò le forme di democrazia diretta sarebbe risultate solo un elemento di disturbo di questa brama di rappresentatività e per questo il loro utilizzo, anche se permesso a livello locale, fu sempre molto contenuto. Attualmente va però segnalata un’inversione di tendenza. Infatti nei Lander, dove sono previsti, i referendum si stanno facendo sempre più numerosi: addirittura si sta lavorando sull’idea di un potenziamento della partecipazione diretta del cittadino, con un ampliamento di essa anche alle decisione di carattere amministrativo più importanti che lo riguardano. Un’ulteriore testimonianza di questa inversione di rotta la possiamo trovare nel programma della coalizione con a capo l’attuale cancelliere tedesco Angela Merkel, programma che prevede, in uno dei suoi punti, la realizzazione di una partecipazione popolare digitalizzata.

È innegabile, quindi, che qualcosa nei nostri sistemi democratici stia cambiando, se in meglio o in peggio lo dirà solo il tempo. È però importante ricordare sempre che “la Democrazia è il governo del popolo, dal popolo, per il popolo”.

ANDREA CASTELLI e ALESSANDRO BENINI

BIBLIOGRAFIA

E. Palici di Suni (a cura di), Diritto costituzionale dei Paesi dell’Unione Europea, 2ª ed., CEDAM, Padova, 2011

Lezioni tratte dal corso di “Diritto pubblico comparato I” tenuto dalla professoressa Elisabetta Palici di Suni nell’anno accademico 2014/2015, Università degli Studi di Torino