Libertà di espressione: è opportuno limitarla? Riflessioni post Charlie Hebdo

“Charlie Hebdo en vitrine: Fave it !”, foto di Gongashan, licenza CC BY-NC-SA 2.0 www.flickr.com

“Ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione e di espressione incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere.” Così recita l’articolo 19 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’uomo del 1948. Con forme simili la libertà di espressione è prevista e tutelata da tutte le più importanti convenzioni internazionali e regionali. Ogni forma di espressione viene protetta: il giornalismo, l’arte, il simbolismo religioso. Lo spettro di protezione risulta perciò, per lo meno a livello programmatico, molto ampio. Di recente tuttavia, a seguito dell’attacco terroristico alla redazione del giornale francese Charlie Hebdo, si è molto discusso di libertà di espressione e dei suoi confini. Una prima ondata di reazioni ha avuto il volto di cartelli dotati di ashtag e la scritta je suis Charlie, ma ben presto il dibattito si è arricchito di chi ha ipotizzato che forse bisognerebbe porre alcuni limiti alla libertà di espressione, quando questa diventa pericolosa e violenta, quando altresì mette in pericolo la vita delle persone e la sicurezza. Qual è il confine, se vi è, che bisognerebbe porre alla libertà di espressione all’interno di sistemi democratici? E può esistere la democrazia senza una piena libertà di espressione? Può esistere l’Europa, nella sua configurazione politica attuale, slegata da un concetto di piena e tutelata freedom of expression?

Per rispondere a queste domande conviene partire dalle giustificazioni che sono state date nel tempo dai filosofi alla domanda: perché è necessario proteggere la libertà di espressione?

Storicamente l’argomento più importate che sia stato usato per sostenere la necessità di tutelare la libertà di espressione fu quello formulato da John Stuart Mill relativo alla ricerca della verità. La verità per Mill era un bene autonomo, degno di protezione. La sua teoria era di tipo utilitaristico: la ricerca e il perseguimento della verità erano funzionali alla società per crescere e progredire. Il limite di questa teoria è il forte legame con la verità: secondo Mill, sono degne di protezione solo quelle comunicazioni, in qualsivoglia forma, che siano veritiere. Molte critiche sono state mosse alla teoria di Mill: in primis egli considerò che la ricerca della verità fosse sempre un bene assoluto, proprio perché finalizzato al progredire della società, ma ci possono essere numerose situazioni in cui sia necessario tenere in considerazione anche la concorrenza di altri beni da tutelare che possono contrastare con la libertà di espressione. A tal proposito esistono paesi in cui il cd hate speech di tipo raziale è considerato reato, in quanto la protezione della sensibilità delle minoranze etniche è considerato un bene giuridico più importante da tutelare rispetto alla libertà di espressione.

Un’altra spiegazione sul perché proteggere la libertà di espressione, di particolare risonanza negli Stati Uniti, fu data dal giudice Holmes nel caso Abrams vs USA. Egli sostenne la cd teoria del “marketplace of ideas”. Holmes sosteneva che le opinioni dovessero essere libere di circolare, in modo che fosse il “mercato” a scegliere quale idea valesse di più e perciò si affermasse. La teoria di Holmes era un’interpretazione di quella di Mill, anche per lui infatti l’obiettivo doveva essere quello di arrivare alla verità, e questo obiettivo era raggiungibile solo facendo circolare liberamente le idee, in modo che si trovasse quali di quelle fossero corrispondenti alla verità, perché ciò che sarebbe emerso dal mercato delle idee, nella sua visione, era proprio la verità stessa.

Un secondo ambito di riflessione per studiosi e filosofi fu quello del self-fulfilment, ossia della crescita e della realizzazione di se stessi. Secondo questa teoria viene sostenuto che il diritto ad una libera espressione è un diritto individuale, slegato dalla considerazione se essa sia positiva o meno per la società. In realtà nell’impostazione della teoria il beneficio è ottenuto anche dalla società: infatti una società composta da uomini che sono riusciti a sviluppare se stessi è una società migliore.

L’argomento più vicino alla tradizione europea è però forse quello della giustificazione alla libertà di espressione per permettere una consapevole e piena partecipazione dei cittadini al processo democratico. Da questo punto di vista perciò la libertà di espressione è un mezzo per la realizzazione della democrazia. Per questo, secondo i sostenitori di questa teoria, tra i più celebri Dworking, gli Stati non dovrebbero limitare nessuna forma di libertà di espressione, neppure quelle che hanno i connotati di hate speech.

Infine pensatori come Schauer propongono un quarto argomento su perché un governo non dovrebbe avere il potere di limitare la libertà di espressione. Secondo lui ed altri infatti, il controllo dell’opinione pubblica è uno degli strumenti più potenti in mano ai governi e alle organizzazioni, perciò è interesse di costoro manovrare la circolazione delle idee nel modo che risulta più vantaggioso per il mantenimento del loro potere. Schauer sostiene perciò che questo non sia un ambito in cui ci si possa fidare dei governi e quindi delegare a loro la possibilità di scegliere quali idee, quali forme di espressione e quali contenuti possano circolare e quali no.

Enucleati i ora i principali argomenti che storicamente sono stati portati a sostegno della libertà di espressione, occorre interrogarsi sui limiti della stessa all’interno di una società pluralistica.

“Welcome Refugees Melb Cup Day BBQ and concert” foto di Corey Oakley, licenza: CC BY-NC-SA 2.0, www.flickr.com

Se delle immagini, dei discorsi o dei simboli umiliano, feriscono e offendono profondamente la sensibilità di un gruppo di persone queste devono essere censurate? Se una vignetta ironizza su una religione deve essere bloccata? Se un velo indossato da una donna disturba la sensibilità di altre persone di diversa religione lei deve essere costretta a toglierlo? Se le immagini di modelle in topless della famosa pagina 3 del The Sun inglese infastidiscono alcuni lettori deve essere cancellata? Se alcune forme d’arte, come l’opera Human Earrings di Rick Gibson, sono considerate oscene da una parte di pubblico, deve essere impedito all’artista di crearle e mostrarle? Come decidere cosa deve essere coperto dalla libertà di espressione e cosa invece può essere censurato nella logica del bilanciamento degli interessi coinvolti?

Una risposta può essere ricavata dalla giurisprudenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo che più volte si è trovata ad affrontare casi di questo tipo. La Corte parte dal presupposto che il principio di cui all’articolo 10 della Convenzione dei Diritti dell’Uomo, deve operare in una società pluralistica e democratica. È perciò sanzionabile ciò che eccede il criterio della tollerabilità del dibattito politico, così la Corte ha sostenuto, inter alia, nel caso Lindon e altri vs Francia. La libertà di espressione permette di esprimere idee anche offensive e in grado di turbare chi le riceve e se esse sono finalizzate ad informare o ad essere parte di un dibattito allora possono essere tutelate, se tuttavia il loro scopo è puramente offensivo, allora esse vanno censurate. (Soulas vs Francia e Handyside vs Regno Unito). Questa linea è peraltro un suggerimento che la Corte dà agli Stati parti del Consiglio D’Europa, infatti la Corte EDU, nei casi che ha trattato sull’argomento, tende sempre a riconoscere un ampio “margin of appreciation” agli Stati, in quanto sono gli Stati posti in una posizione migliore per stabilire se una determinata forma di espressione all’interno delle loro democrazie sia accettabile o meno.

Questo approccio tuttavia lascia aperti molti problemi, in particolare in vicende come la recente delle vignette di Charlie Hebdo, dove da un lato si può argomentare che una società democratica e laica come quella francese si sente di poter ironizzare sulla religione, d’altro canto se si tiene in considerazione la diversa cultura della società islamica e il diverso approccio alla religione, si può agevolmente sostenere che sarebbe opportuno limitare alcune forme di espressione tali da offendere in modo profondo la loro religione e sensibilità.

In conclusione non si può che notare che l’equilibrio perfetto costituito a priori non può esistere, non sarebbe efficiente e efficace perciò creare delle leggi che stabiliscono cosa si possa pubblicare e cosa no, né tanto meno un tribunale che giudichi cosa è libertà di espressione, cosa è ironia e cosa è invece offesa; perché, pur tralasciando l’evocazione di antichi tribunali dell’Inquisizione faticosamente sconfitti dalla società moderna, la relatività culturale e personale influenzerebbe inevitabilmente le conclusioni dei giudici, senza risolvere il problema.

Ciò che però può e dovrebbe essere fatto è l’esercizio di un vaglio di opportunità da parte di chi scrive, di chi disegna e di tutti coloro che esprimono delle idee in forma pubblica. Tale vaglio non deve essere mosso dalla paura di reazioni violente, sempre e comunque ingiustificabili, ma dal rispetto del diverso approccio e della diversa sensibilità di culture e religioni ancora molto diverse dalla nostra.

Se, dunque, nessuno può rinunciare alla propria libertà di giudicare e di pensare quello che vuole, ma ciascuno è, per diritto imprescrittibile della natura, padrone dei suoi pensieri, ne segue he in un ordinamento politico non è mai possibile, se non con tentativi destinati a fallire miseramente, voler imporre a uomini di diverse, anzi contrarie opinioni l’obbligo di parlare esclusivamente in conformità alle prescrizioni emanate dal sommo potere. Nemmeno i più prudenti, infatti, per non parlare del volgo, sanno tacere. È difetto comune degli uomini, quello di mettere altri a parte dei propri disegni, anche quando sia necessario tenerli segreti. Sarà dunque un governo estremamente dispotico quello che nega a ciascuno la libertà di dire e insegnare quello che pensa; mentre invece sarà moderato quello che riconosce ad ognuno codesta libertà. E d’altra parte non possiamo nemmeno negare che la maestà si possa ledere tanto con le parole quanto con i fatti: e perciò, se è impossibile togliere completamente ai sudditi questa libertà, d’altra parte sarà assai pericoloso concederla loro senza riserve. Onde noi dobbiamo qui cercare fino a qual punto si possa e si debba concedere a ciascuno questa libertà, senza pregiudizio della pubblica pace e del diritto della suprema potestà.
Tractatus theologico-politicus, Spinoza

 VALENTINA MOINE

Bibliografia:
E. Tortarolo, L’invenzione della libertà di stampa. Censura e scrittori nel Settecento, Carocci, Roma 2011
JS. Mill “On Liberty”, 1859
F. Schauer “Free Speech: a philosophical enquiry”, 1982
M. Bullinger “Freedom of expression and information: an essential element in democracy” Sevilla Colloquy, 1985
R. Dworkin “Why must speech be free?” in Freedom’s Law: a moral reading of the American Constitution, 1996
T. Scanlon “A Theory of Free Expression” in The Philosophy of Law, 1977
T. Lewis “Human Earrings, Human Rights and Public Decency” in Entertainment Law del 2002 n. 50
Eric Heinze “Viewpoint absolutism and hate speech” , 2006
A Hunt “Criminal prohibitions on direct and indirect encouragement of terrorism”, 2007