Il modello bancario islamico: suggestione o realtà?

"Finance" - Foto di Simon Cunningham CC BY-NC 2.0 Flickr.com
“Finance” – Foto di Simon Cunningham CC BY-NC 2.0 Flickr.com

 

Premessa
La volontà di prendere in esame i principi e le regole che sottostanno al funzionamento del sistema bancario e finanziario all’interno dei paesi di matrice islamica muove da due differenti intenzioni:
a) in primo luogo, quella di mettere in luce la presenza di un differente paradigma tramite cui l’attività bancaria viene posta in essere, da cui consegue l’esistenza di uno spazio di potenziale (leggasi ideale) sostituibilità di un sistema finanziario e bancario, quello occidentale, il quale ha condotto – pur non esclusivamente, come ben sottolineato dall’economista statunitense Raghuram Rajan [1] – alle note vicende che a partire dal fallimento della Lehman Brothers hanno sconvolto l’economia mondiale, provocando delle conseguenze tuttora percepibili [2].
b) in secundis, quella di evidenziare la necessità scientifico-esistenziale di qualificare come meramente prospettica, ovvero relativistica, la propria posizione nei confronti delle problematiche davanti le quale si è posti. Infatti, la costante incapacità delle classi dirigenti di rilevare i propri bias cognitivi, rende sovente impossibile ogni forma di arricchimento, revisione o cambiamento che, derivanti dal confronto con culture differenti, porterebbero all’affinamento di una struttura – in questo caso quella finanziaria – non priva di irrisolte manchevolezze. In breve, occorrerebbe accettare l’ipotesi che delle soluzioni alternative, e che non sono necessariamente deteriori, esistono.
In ogni caso, tale bisogno si pone al di là della tematica ivi trattata: gli ultimi fatti in materia di terrorismo rivelano come la fonte di ogni scontro inter-culturale sia il rifiuto, talvolta incosciente, di concepire la diversità.
Cenni storici
Se le prime fonti sull’attività bancaria in Occidente risalgono addirittura all’epoca precristiana, lo stesso non può dirsi in relazione al mondo arabo. Qui, infatti, “la raccolta di risparmio tra il pubblico e l’esercizio del credito (che) costituiscono l’attività bancaria” [3], hanno un’origine piuttosto recente e, se vogliamo, indotta proprio dalle consuete aspirazioni espansionistiche del blocco atlantico.
Siamo alla fine del XIX Secolo quando – rispetto al tentativo delle banche occidentali di esportare i loro servizi verso Oriente – assistiamo ad un fenomeno duplice natura da parte della popolazione indigena: repulsione da un lato, propulsione dall’altro.
Alla base del rigetto vi erano plurime ragioni: vuoi d’appartenenza, vuoi spaziali, ma anche e soprattutto religiose. Tuttavia, se le ambizioni straniere non attecchirono, il contatto intervenuto con l’Occidente ebbe risvolti tutt’altro che statici. Infatti, nel giro di qualche tempo, sorsero un gran numero di banche locali le quali, in linea generale, misero a disposizione delle popolazioni locali quei medesimi strumenti finanziari che caratterizzavano il modus operandi della tipica banca europea o americana. Tutto questo, peraltro, assunto che negli Stati islamici la prossimità fra economia, diritto e religione è pressoché impalpabile, impose fin da subito una riflessione: i principi che dominano l’economia occidentale sono conformi al Corano, alla Sunna, o più in generale alla Sharī‘a? Come vedremo più avanti, l’interesse nei confronti del tema si risolve perlopiù nella risposta a questa domanda.
D’altro canto, con l’intento di concludere questo rapido excursus storico, va rilevato che bisognerà aspettare la fine della Seconda Guerra mondiale perché il modello dell’islamic bank possa raggiungere un grado di istituzionalizzazione e crescita tali da attrarre l’attenzione degli operatori e degli studiosi. Infatti, risale al 1974 l’accordo di Gedda (Arabia Saudita), intercorso fra ventisette Stati islamici per dare luogo ad un istituto intergovernativo panislamico teso ad ampliare il sistema bancario locale.
A partire da quel momento, veicolato dal c.d. “boom petrolifero”, il suo sviluppo può dirsi incessante: a seguito della creazione di un altra entità, l’Islamic Development Bank (IDB), le circa 300 banche islamiche attive sul mercato mondiale hanno intrapreso un percorso espansivo che, ad oggi, salvo qualche eccezione (per esempio l’Iran o il Pakistan, contesti ancora del tutto islamizzati), li pone in diretta concorrenza con l’offerta bancaria tradizionale. Per prendere atto della portata di questo fenomeno, è sufficiente confrontarsi con alcune statistiche che concernono lo sviluppo degli enti creditizi islamici negli ultimi anni: 1) con un tasso di crescita del 15% annuo, il valore del patrimonio in gestione ha varcato la cifra di 500 miliardi di dollari; 2) tra il 2006 ed il 2008, il reddito netto è cresciuto del 9%, passando da 4,2 a 4,6 miliardi di dollari; 3) Nel medesimo lasso temporale, il patrimonio netto ha raggiunto quota 147 miliardi di dollari, mostrando un incremento del 55% [4].
Adesso, dopo il rapido accenno alle sue vicende costitutive, è doveroso addentrarsi nei salienti della materia, vale a dire la disciplina giuridica che ne domina il funzionamento.
Principi e regole dell’Islamic Bank
I. Per quanto possa risultare pleonastico ricordarlo, la società islamica è – per rapporto a quelle di matrice cristiana – totalmente avviluppata all’elemento fideistico. Il fatto che ogni pertugio della quotidianità sia puntualmente riempito da significati e precetti derivanti dal mondo religioso, rivela il ruolo sovra-strutturale che quest’ultimo ricopre: ogni espressione umana deve conformarsi alla volontà divina, così come interpretata tramite lo studio dei testi sacri.
E il diritto, così come l’economia, non eccepiscono a questa impostazione.
II. Per entrare nel dettaglio, conviene fin da subito rivelare quale sia il nucleo normativo attorno il quale l’intera economia islamica, e di riflesso il relativo sistema finanziario, si sono capillarizzati e che, contestualmente, marca in maniera esplicita la differenza con la realtà occidentale.
Il tratto caratterizzante è l’espressa interdizione di ogni interesse pecuniario (ribā). Questo è un divieto (haram) che, come di seguito evidenziato, trova la sua fonte nella precettistica religiosa:
1) “Coloro invece che si nutrono di usura resusciteranno come chi sia stato toccato da Satana. E questo perché dicono: << il commercio è come l’usura! >>. Ma Allah ha permesso il commercio e proibito l’usura. Chi desiste dopo che gli è giunto il monito del suo Signore, tenga per sé quello che ha e il suo caso dipende da Allah. Quanto a chi persiste, ecco i compagni del fuoco. Vi rimarranno in perpetuo”. [5]
2) “Allah vanifica l’usura e fa decuplicare l’elemosina. Allah non ama nessun ingrato peccatore”. [6]
3) “O voi che credete, temete Allah e rinunciate ai profitti dell’usura se siete credenti”. [7]
Nonostante all’atto di traduzione si ricorra sovente all’utilizzo del termine “usura”, si noti che – sulla base dell’interpretazione sistematica della Sharī’a – gli studiosi locali (faqih) definiscono il concetto di “ribā” – etimologicamente “aumento” o “eccedenza” – come “qualsiasi pagamento di interesse fisso o garantito su prestiti o depositi”.
Pertanto, è la semplice onerosità che rende illecito il contratto di prestito o di deposito, intesi sia in forma autentica, sia in forma evoluta, ossia nelle plurime articolazioni che vanno assumendo nella dimensione dell’investment banking.
Si deduce allora la natura non quantitativa del divieto: esso si fonda sull’esclusione del principio per cui il denaro sia di per sé suscettibile di produrre altra denaro; è escluso, in altre parole, che il capitale dia luogo alla produzione di interessi, corrispettivi o moratori che siano. Di converso, a rilevare è la portata qualitativa della sanzione, la quale rende peraltro ininfluente ogni riferimento all’istituto dell’usura, posteriore ed esterno a tal ordinamento.
Inoltre, al principio che impedisce il ricorso ogni tipologia di tasso d’interesse si aggiunge un altro ostacolo – ugualmente di discendenza puramente religiosa – che osta il pieno e libero esercizio dell’attività bancaria nei Paesi islamici. Difatti, allorché la dottrina sciaraitica condanna la consumazione di determinati prodotti (espressa largo sensu col termine “zulm”), nonché lo svolgimento di alcune attività (anzitutto il gioco d’azzardo – Maysir – particolare espressione del rifiuto di ogni forma di “Gharar”, ovvero aleatorietà) le banche islamiche non possono intrattenere dei rapporti economici con aziende che abbiano ad oggetto la produzione, la commercializzazione, l’esercizio delle attività o dei prodotti banditi dalle letture sacre. A confermare quanto detto, soccorre l’esistenza di un listino azionario che, approvato e monitorato dall’organo di controllo del sistema bancario quale il “Consiglio Sharia”, circoscrive i titoli azionari suscettibili di comporre il portafoglio di un risparmiatore musulmano.
III. Ora, dopo avere svelato gli elementi negativi portanti del sistema in oggetto, è necessario comprendere come gli operatori economico-giuridici, affinché si evitasse di violare la disciplina di riferimento, abbiano delineato le caratteristiche di un’attività bancaria che, pur assumendo la forma lucrativa dell’impresa, potesse strutturare un’offerta alternativa a quella tradizional-occidentale.
di Fira, "Islam", licenza CC BY-NC-SA 2.0, www.flickr.com
di Fira, “Islam”, licenza CC BY-NC-SA 2.0, www.flickr.com
Affrontando la questione da una prospettiva generale, le banche islamiche – anch’esse costituite secondo il modello della società per azioni, col capitale sociale inizialmente fornito da un gruppo di azionisti – operano sul duplice binario del risparmio e del credito, mettendo a disposizione della clientela una serie di strumenti che, deputati a tali fini, possono essere ricondotti a quattro differenti categorie:
A) Contratti di deposito a vista;
La duplice natura di tali convenzioni, ossia quella del deposito in conto corrente (quard) e quella deposito a risparmio (hisāb al-tawfīr), è pressoché assimilabile a quella occidentale. Tuttavia, in ossequio a quanto suesposto, il denaro ivi confluente non è idoneo a generare interessi, né attivi, né passivi. Trattasi, dunque, di strumenti basilari, sottratti alla logica del profitto e che sarebbero grossomodo comparabili, quantomeno in relazione alla prima fattispecie, al recente quanto sfortunato istituto del “Conto corrente semplice”, previsto nella prassi bancaria italiana a seguito di un provvedimento della Banca d’Italia risalente al 29 luglio 2009 [8].
Più articolato, al contrario, il meccanismo di “investment deposit”, che prevede un conto di “condivisione” tramite cui il cliente, in qualità di mandante, conferisce alla banca l’incarico di gestire proficuamente le somme di denaro depositate. Tuttavia, queste ultime – a differenza delle due ipotesi precedenti – non sono garantite dall’ente mandatario, a cui fa capo un’obbligazione di mezzi e non di risultato.
B) Contratti di finanziamento non partecipativo;
Queste tipologie contrattuali sono lo strumento di finanziamento più utilizzato nella prassi bancaria islamica. Le ragioni sono essenzialmente due: da un lato, in funzione dell’ampia estensione della domanda – che ha sede nel retail così come nell’impresa – e dall’altro in virtù del contenuto rischio di credito, soprattutto nell’accezione di risk of recovery.
I contratti in questione, di natura onerosa e generalmente riconducibili alle figure della vendita e della locazione aventi ad oggetti beni reali e servizi, prevedono un compenso per l’ente creditizio, che in cambio si obbliga ad eseguire la propria prestazione in favore del cliente. Difatti, il prezzo d’acquisto o il canone di locazione pattuiti dalle parti contemplano un tasso di remunerazione che – al netto dell’oggetto contrattuale – mira a retribuire l’attività che la banca pone in essere in favore del soggetto finanziato.
Nello specifico, le tipologie contrattuali più utilizzate sono:
– il bay‘ mu’ajjal (vendita rateale);
– il bay‘ al-murâbaha (vendita a premio fisso o mark-up);
– l’istisnâ (contratto di fabbricazione);
– il leasing, sia operativo (ijârā) che finanziario (ijârā wa iktana)
– il salam, un contratto di vendita che prevede il pagamento anticipato del prezzo del bene o del servizio, che verrà consegnato od eseguito in una data futura e determinata.
In sintesi, è possibile evidenziare tre tendenze:
a) Si evidenzia il ricorso ad un novero di strumenti contrattuali che pur atteggiandosi in maniere differenti, possono essere agevolmente ricondotte alle plurime declinazioni partorite dall’autonomia contrattuale degli operatori occidentali in materia di vendita e locazione;
b) La dogmatica della contrattualistica islamica, pur mostrando un carattere di continuità di quella tradizionale, mostra caratteri di evidente tipicità allorché depurata da ogni elemento suscettibile di violare i principi sciaraitici, in primis il divieto di ribā.
A titolo d’esempio, è possibile constatare tale fenomeno in relazione al salam: a differenza del classico contratto di vendita di cose future [9], la cui perfetta esecuzione è spesso subordinata all’alea, nel salam è escluso che l’obbligazione del venditore possa avere natura meramente eventuale, e questo in virtù dell’illiceità di ogni forma di Gharar;
c) L’insieme dei contratti di cui si tratta denota l’assenza di tecniche di finanziamento astratte. Alcuni strumenti, come il “credito al consumo” [10] o il c.d. “fido bancario” [11], tramite cui l’ente creditizio mette a disposizione della famiglia o dell’impresa una somma di denaro senza che vi sia un vincolo d’impiego, non sono annoverabili nell’offerta bancaria islamica. Come si può constatare dai casi menzionati, il finanziamento da parte della banca – mirando alla realizzazione di una specifica operazione – ha sempre natura causale.
C) Profit and Loss Sharing (PLS)
I. Il Profit and Loss Sharing è la modalità di finanziamento più caratterizzante dell’ordinamento bancario islamico, nonché il maggior input a che gli studiosi e gli operatori stranieri si interessassero al fenomeno dell’islamic bank, anche in prospettiva emulativa.
Tale meccanismo è fondato sul presupposto – del resto, come deducibile dall’articolo 47 della Costituzione [12], formalmente non estraneo all’ordinamento italiano – che la funzione della banca, non potendosi esaurire in un supporto esclusivamente economico, debba assumere dei risvolti di carattere sociale.
Pertanto, in applicazione di questo valore, il PLS prevede un sistema di finanziamento che contempla una ripartizione dei rischi e dei profitti tra l’istituto di credito ed il cliente quale titolare di un attività imprenditoriale o finanziaria che abbisogna di un capitale per essere avviata.
II. Precisamente, la forma negoziale utilizzata quello del contratto di società, il quale è suscettibile di assumere due differenti applicazioni:
1) il mudâraba, che consiste in una partecipazione passiva da parte della banca e si fonda sul modello della società di capitali, ivi comprese le regole sulla limitazioni in tema di responsabilità.
2) il mushâraka che, inversamente, implicando un diverso grado di coinvolgimento dell’ente creditizio all’interno della struttura e della vita sociale, si atteggia secondo lo schema della società di persone.
a) Nel contratto di mûdaraba, fornendo all’imprenditore il capitale necessario, la banca (Rabb-al-māl): 1) da un lato, obbligandosi a coprire le perdite finanziarie, si accolla l’intero rischio d’impresa; 2) dall’altro, sulla base di quote percentuali determinati in sede contrattuale, ottiene il diritto di percepire parte degli eventuali profitti prodotti dall’azienda.
Contrariamente, l’imprenditore (Mubārid), sovente liberato da qualsivoglia obbligazione di risultato, non è gravato dal dovere di restituzione del capitale ricevuto.
b) Al contrario, nel mushâraka, l’intuitu personae è maggiormente accentuato: oltre alla messa a disposizione delle risorse economiche di cui l’impresa necessita, l’ente creditizio: 1) in funzione della quota capitale detenuta, partecipa agli utili quanto alle perdite; 2) detiene un ruolo attivo nell’amministrazione sociale.
Pertanto, nel mushâraka, il ruolo tra banca ed imprenditore è visibilmente più simmetrico, e questo anche in considerazione di due ulteriori elementi: 1) l’imprenditore non è immune dal rischio d’impresa. Infatti, sulla base delle previsioni contrattuali, partecipa alle perdite così come ai profitti; 2) evidenziandosi una prossimità con la logica dell’istituto d’origine anglosassone della joint venture, il capitale sociale viene normalmente formato dall’apporto di differenti investitori, i quali, contribuendo soprattutto con il rispettivo know-how, si aggiungono al ruolo finanziario giocato dalla banca.
III. Descritta in maniera minimale la logica soggiacente il PLS, è opportuno evidenziare come il ruolo partecipativo ricoperto dall’istituto di credito rivoluziona tout court la metodologia convenzionale dell’attività bancaria: oltre al differente rapporto che occorre instaurare con la clientela – necessariamente più dialettico – la valutazione che premette la concessione del credito viene caratterizzata da una analisi minuziosa ed articolata, essendo doveroso scansionare la bancabilità di un progetto sia in funzione della informazioni patrimoniali attuali, sia – e soprattutto – in termini di redditività prospettica.
In sostanza, l’ente creditizio – affrancandosi dalla funzione che tradizionalmente gli appartiene – indossa i panni del socio-investitore, il quale interesse è per natura caratterizzato da sfumature notevolmente diverse.
d) Strumenti finanziari;
I. Soprattutto in considerazione dell’apertura al mercato europeo, la rapida espansione del modello bancario islamico ha posto come condizione indispensabile l’ampliamento dell’offerta finanziaria rivolta al clientela. Pertanto, si evidenzia il ricorso ad una gamma di prodotti finanziari che – ugualmente in guisa alle linee direttrici dell’ordinamento – si propongono come valida alternativa all’offerta convenzionale.
II. All’interno di questa categoria speciale menzione spetta ai sukūk, titoli obbligazionari assimilabili ai classici bond governativi. I sukūk, la cui emissione è in progressivo aumento, sono strumenti finanziari tipici che vengono sovente utilizzati in relazione alle summenzionate operazioni di finanziamento, specie il mudáraba. La funzione che assolvono è prevalentemente legata agli asset reali oggetto del contratto de quo, permettendo il ricorso alla loro cartolarizzazione.
Infine, oltre alle differenti applicazioni contrattualistiche in materia assicurativa (takaful), è opportuno menzionare lo sviluppo degli ETF (Exchange Trade Funds) di matrice islamica, che sul mercato azionario europeo occupano uno spazio in crescente ingrandimento.
Critiche e deficit funzionali
I. A seguito dell’analisi prognostica della crisi che ha recentemente investito gran parte del globo, le conclusioni alle quali molti autori anglosassoni sono pervenuti rivolgendo il proprio interesse al fenomeno dell’islamic bank, hanno trasmesso un clima di apprezzamento ed entusiasmo.
Ad essere menzionati sono specie due elementi, peraltro difficili da coniugare 1) il virtuosismo finanziario, evintosi soprattutto con la dimostrazione d’impermeabilità del sistema rispetto il crollo dell’economia mondiale; 2) il forte connotato etico, aspetto particolarmente delicato in relazione all’ormai decantato deficit morale che avvolge la c.d. “turbofinanza” occidentale.
Siffatto approfondimento ha di conseguenza innescato un acceso dibattito circa la possibilità di mutuarne alcuni meccanismi funzionali.
II. D’altra parte, non mancano esponenti della dottrina i quali, con maggiore cautela, hanno cercato di fare chiarezza in merito ad alcune zone d’ombre che emergerebbero da un’analisi più dettagliata del fenomeno. Tra le critiche più ricorrenti, rispetto cui gli studiosi musulmani hanno avuto premura di replicare, possono annoverarsi le seguenti:
a) Prendendo in esame l’ingegneria contrattualistica islamica, alcuni autori vedrebbero nell’imputazione sul prezzo di un importo mirante alla retribuzione di una prestazione di fare, l’applicazione, velata nella forma, di un interesse pecuniario. Per esempio, come nel caso del contratto di murabâha.
La dottrina islamica, viceversa, esclude tali ipotesi: le convenzioni non partecipative concluse dalle banche islamiche, basandosi sullo schema causale della vendita o della locazione, non implicherebbero l’erogazione di un prestito, bensì la stipulazione di un prezzo o di un canone che, al pari di ogni transazione commerciale in un regime di libertà contrattuale, una parte si impegna a corrispondere all’altra in favore della controprestazione concordata. A conferma di questo, asseriscono gli autori musulmani, non ci sono margini perché la prestazione del debitore possa divenire più onerosa, anche nell’ipotesi d’inadempimento.
b) In aggiunta agli strumenti bancari più consueti, le banche islamiche ricorrono ad altre tecniche operative che attraverso il ricorso ad alcuni escamotageslegali (higal) mostrano in maniera evidente la violazione dei divieti imposti dalla Sharī’a, in primo luogo quel del ribā.
A riguardo, esplicativo è l’istituto del bay-al-dayn, sostanzialmente identico al meccanismo di credito che nell’ordinamento italiano prende il nome di “sconto bancario”. [13]
In quest’ipotesi l’imprenditore, beneficiando di uno sconto cambiali presso l’ente creditizio: 1) dapprima ottiene la liquidazione dell’importo del titolo ancora inesigibile; 2) in seguito, alla scadenza, ha l’obbligazione di restituire l’ammontare ricevuto maggiorato dal tasso d’interesse convenuto.
Tale operazione, posta in un’ottica islamica, implicherebbe due effetti: 1) l’infrazione del divieto che impedisce il trasferimento di un debito fra due soggetti; 2) la violazione del divieto di corresponsione di ribā.
c) Il fatto che il modello bancario islamico abbia reagito positivamente al dissesto macroeconomico generale, non ha peraltro impedito la formulazione di riserve in tema di solidità, redditività ed efficacia del sistema in questione. Delle riflessioni, queste, che assumono maggior rilievo soprattutto in considerazione della progressiva integrazione della finanza islamica con il mercato occidentale.
Oltre le potenziali criticità legate al trade financing, da ritenere ineliminabili nella misura in cui naturalmente correlate al concetto di credito, a destare maggiori incertezze è l’elevato crediti risk che discende dal meccanismo del Profit and Loss Sharing (PLS).
In effetti, in un sistema partecipativo come il PLS, se è pacifico che in caso di positivo avviamento e crescita del progetto finanziato la profittibilità dell’istituto di credito è suscettibile di oltrepassare ampiamente le cifre delle tradizionali fonti di remunerazione prodotte sul capitale, è altrettanto evidente che qualora l’attività finanziata si rivelasse improduttiva, le perdite alle quali la banca sarebbe esposta implicherebbero una passività di bilancio in grado di produrre un considerevole impatto sullo stato patrimoniale.
Difatti, il PLS è uno strumento partecipativo che pur avendo la funzione estetica di qualificare il sistema, è ancora a soggetto a disparati limiti: 1) da un punto di vista operativo, allorché la cautela con cui le relative pratiche sono esaminate conduce spesso ad un esito negativo; 2) da un’ottica di politica aziendale, in quanto non tutte le banche islamiche lo includono tra gli strumenti messi a disposizione della clientela.
Pertanto, considerando che siffatto rischio è essenzialmente legato ad una corretta valutazione di meritevolezza del progetto da sovvenzionare, si comprende come la qualità delle informazioni soggettive e settoriali di cui la banca dispone si rivelano una condizione di procedibilità determinante.
Non a caso, al fine di ridimensionare questo carenza, la tendenza in atto mostra un processo d’implementazione degli investimenti che, mostrando un impiego di risorse finalizzato allo sviluppo tecnologico ed organizzativo dell’intero sistema informativo – per esempio attraverso l’aggiornamento delle banche dati disponibili, la creazione di strumenti di ricerca più efficienti od il rafforzamento degli istituti di vigilanza e valutazione che operano sul mercato – muovono verso la direzione del superamento di quel gap conoscitivo che diviene ancor più gravoso ove rapportato con la domanda occidentale, verso cui la distanza geografica e culturale non resterebbe priva di conseguenze.
Conclusione
Per rispondere alla questione di cui al titolo del presente contributo, il modello bancario islamico è divenuto a tutti gli effetti una realtà del sistema economico europeo. Per la precisione, una realtà inevitabilmente carica di suggestioni.
Questa definizione, implica due possibilità di approccio al fenomeno in oggetto:
a) Positiva;
b) Dogmatico.
a) Sono in costante sviluppo gli Stati europei che, seppur in maniere ed in tempi diversi, stanno gettando le basi perché la finanza islamica possa sedimentarsi in modo sempre più efficace nei rispettivi domini economico-giuridici.
Infatti, benché radici di questa tendenza siano riconducibili al sistema bancario britannico (soprattutto in ragione della forte componente musulmana all’interno della popolazione), altri ordinamenti hanno iniziato ad intrattenere rapporti finanziari con utenti ed istituzioni islamici: Svizzera, Francia, Germania e, proprio recentemente, la Russia.
I. D’altra parte, l’intensificazione o la semplice affermazione di tali rapporti necessitano dell’esistenza di determinate condizioni, tra cui: 1) il superamento delle difficoltà tecniche legate all’adeguamento dell’ordinamento interno a strumenti giuridici innovativi; 2) la volontà, da parte del sistema creditizio interno, di modellare il proprio piano industriale in funzione di poli economici emergenti (per esempio la scelta dell’istituto svizzero UBS che, con tutti i rischi legati al concetto di Socially Responsible Investment, ha deciso di investire in ETF islamici); 3) la presenza di un consenso politico sufficiente perché le necessarie riforme, non di rado strutturali, possano giungere a compimento (il fallito tentativo di adattamento degli artt. 544 e ss. del Code Civil francese al concetto islamico di proprietà ben esemplifica le difficoltà di cui si discorre).
II. È altresì vero che che analizzando le divergenze organiche che esistono tra l’ordinamento occidentale e quello sciaraitico – come tra l’altro deducibile da quanto evidenziato dall’avvocato Mohamad Bakkar in un’intervista rilasciata al quotidiano Repubblica il 20 marzo 2008 – sarebbe irrealistico auspicare un perfetta simbiosi fra i due sistemi, se non a condizione di mettere uno di essi alla mercé dell’altro. Anche per queste ragioni, la forma di contatto più ricorrente resta ancora quella dell’Islamic Window, ovvero uno sportello servizi collocato all’interno delle banche convenzionali e destinato all’utenza musulmana.
III. Peraltro, esistono numerosi casi che mostrano come anche in Italia – Paese dove, salvo qualche eccezione [14], la cultura economica islamica non è ancora decollata – esista un ampio margine d’armonizzazione. Un esempio concreto è l’istituto del rent to buy (“affitto con riscatto”), figura giuridica recentemente tipizzata dal legislatore italiano [15] e sostanzialmente riconducibile ad un tipo contrattuale (alburaq) che, in Inghilterra, è stato appositamente predisposto per incentivare relazioni con la clientela islamica.
Questo dimostra come, in determinati casi, lo spazio da colmare per stringere una liaison con realtà giuridiche profondamente differenti non sia abissale.
b) Negli ultimi due decenni, il paradigma economico occidentale è stato oggetto di aspre critiche. Tra queste, anche per motivi di rapidità e facilità di veicolazione delle informazioni, emergono quelle di stampo etico.
Infatti, a partire dalle sottili tecniche vessatorie operate dalle banche commerciali verso la clientela, fino a raggiungere gli eclatanti fenomeni di moral hazard su vasta scala, non è missione particolarmente impegnativa dimostrare come dal tema sia emerso un deficit morale che – tra l’altro – appare determinante premessa di quello economico.
Alla luce di tale scenario, è possibile ritenere che il modello finanziario islamico sia un ruscello dal quale il sistema di mercato neoliberista possa attingere per ripensare in melius alcuni cardini che, per quanto gli siano ontologicamente indispensabili, lasciano trasparire delle perversioni la cui correzione, costituendo esse un fattore di superfluità, non ne minerebbe la sopravvivenza.
I. Nello specifico, se si afferma che il dogma attorno il quale l’economia tradizionale si è generata per poi degenerare è il diritto di ottenere una remunerazione sul denaro prestato a terzi, l’attenzione non può che cadere su un altro assioma: il divieto di ottenere una remunerazione sul denaro prestato a terzi, attorno al quale l’economia islamica si è generata – ed è qui il punto d’interesse – non è ancora degenerata. Anzi: ne è disceso un sistema che, declinatosi in conformità ad esso, è risultato eticamente economico.
In virtù di questo, qualora in un quadro come quello atlantico il dibattito pubblico venisse contaminato da argomenti tipici del modello musulmano, la strada verso il ritrovamento di coerenza, giustizia ed efficacia potrebbe essere nuovamente imboccata.
II. Tuttavia, se si escludono alcune risoluzioni politiche correlate da interventi normativi più o meno contingenti, non possono annoverarsi eventi tali da rimettere in discussione i principi portanti del sistema di mercato. Per riscontrare detta percezione appare utile prestare attenzione alla relativa dimensione microeconomica: la maggioranza dei soggetti ivi dotati di competenze regolamentari continuano ad esprimere una posizione conservatrice che, priva di una sufficiente antitesi progressista, annichilisce ogni aspirazione di cambiamento.
Citando il caso italiano, benché da un lato stiano emergendo delle forme di intermediazione finanziaria alternative: 1) di carattere partecipativo (per esempio, quella dei c.d. Business angels); 2) e dalla vocazione liberale (come il caso del “microcredito”), è altrettanto evidente come persista una generalizzata difesa di un regime per natura ex parte creditoris, ed a fortiori quello istituzionale.
A fini evocativi, è possibile menzionare la progressiva calcificazione del criticato orientamento giurisprudenziale in tema di usura bancaria – volto ad escludere l’imputabilità degli interessi moratori ai fini del calcolo del TEG nel giudizio di conformità con le c.d. “soglie anti-usura” (da ultimo, la pronuncia del Tribunale di Bologna in data 17 febbraio 2015) – oppure le recenti pronunce in materia di anatocismo, che non sembrano escluderlo nella sua versione c.d. “alla francese” (come confermato dalla sentenza n. 262/2015 del Tribunale di Taranto).
Pur apponendo le doverose postille, è dunque desumibile che neppure la giurisprudenza parrebbe atta a ricoprire quel ruolo di volano, sociale prima che giuridico, che le è spesso attribuito.
III. Ma a parte queste brevi considerazioni, necessariamente parcellari all’interno di uno spettro ben più ampio, cosa andrebbe ricavato dal confronto con la dimensione islamica della finanza?
A parer di chi scrive, lo sguardo deve essere rivolto alla tensione verso l’equilibrio che si percepisce da una osservazione generale del fenomeno.
Un equilibrio che, quasi paradossalmente, deriverebbe proprio dagli elementi che la dottrina detrattrice ha qualificato in termini negativi: 1) l’elevato rischio di credito; 2) le deroghe alla precettistica sciaraitica.
Infatti: 1) pur essendo tale, è un rischio ponderato; 2) pur attentando le prospettive più fondamentaliste, non si tratta di una sconfessione.
Un equilibrio che nell’economia tradizionale, al contrario, è stato rimpiazzato da una costante propensione verso l’eccesso.

PAOLO PICCIRILLI

Note

 

[1] “Terremoti Finanziari”, Raghuram Rajan; Einaudi, 2012; pagg. 392;
[2] “III Rapporto di monitoraggio dell’impatto della crisi economica nei sette “Paesi deboli” dell’Unione Europea”, Caritas Europa; 2015
[3] Art. 10 comma 1 – TUB (D. Lgs n. 385/1993 e ss. modifiche)
[4] “Principi di Finanza Islamica”, A. Salvi, N. Miglietta; Cacucci Editore, 2013; pagg. 222
[5] “Corano” – v. 275
[6] “Corano” – v. 276
[7] “Corano” – v. 278
[8] Sez. III, par. 4 – Disposizioni sulla “Trasparenza delle operazioni e dei servizi bancari e finanziari/Correttezza delle relazioni tra intermediari e clienti”(29/07/2009)
[9] Art. 1472 – Cod. civ.
[10] D. Lgs n. 141/2010
[11] Art. 1842 e ss. – Cod. civ.
[12] “Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito. Favorisce l’accesso del risparmio popolare alla proprietà dell’abitazione, alla proprietà diretta coltivatrice e al diretto e indiretto investimento azionario nei grandi complessi produttivi del Paese”.
[13] Art. 1858 e ss. – Cod. civ.
[14] Per esempio, i servizi offerti dalla Cassa di Risparmio di Fabriano e Cupramontana
[15] l. 164 del 11 novembre 2014, in conversione del d.l. n. 133/2014 (c.d. “Sblocca Italia”);

 

Fonti e bibliografia

 

– “Terremoti Finanziari”, Raghuram Rajan; Einaudi, 2012; pagg. 392
– “Principi di Finanza Islamica”, A. Salvi, N. Miglietta; Cacucci Editore, 2013; pagg. 222
– “Efficienza ed armonizzazione delle banche islamiche”, F. Decorato, 2008;
– “Diritto Bancario”, Antonia Antonucci; Giuffrè Editore, 2012, pagg. 438;
– “Banche islamiche in un contesto non islamico”, G.M. Piccinelli, IPO, 1996 – Roma;
– www.diritto bancario.it