Le inefficienze di Dublino III

“Lampedusa”, di Noborder Network, licenza CC BY, Flickr.com
“Lampedusa”, di Noborder Network, licenza CC BY, Flickr.com

Il regolamento di Dublino stabilisce una serie di criteri, gerarchicamente ordinati, che permettono di individuare lo Stato Membro responsabile per l’analisi della richiesta d’asilo nell’Unione Europea. Il nuovo regolamento, modificato nel 2013, avrebbe dovuto incrementare l’efficienza del sistema assicurando uno standard più alto di protezione per i richiedenti asilo. L’applicazione di tale regolamento tuttavia nella pratica non solo causa ritardi nell’esame delle richieste, ma riversa anche una grande pressione sugli Stati Membri che si trovano ai confini dell’Unione, i quali spesso non sono in grado di offrire il supporto e la tutela necessari a coloro che richiedono la protezione internazionale. Negli ultimi anni è perciò aumentato il numero di cause presentate da richiedenti asilo nei confronti degli Stati Membri a causa delle cattive condizioni dei loro sistemi di accoglienza.

Il Programma dell’Aja del 2004 è stato adottato in risposta all’esigenza di uno spazio di libertà, sicurezza e giustizia già avvertita in occasione del Consiglio Europeo di Tampere nel 1999. Questo programma prevedeva una serie di priorità e obiettivi da raggiungere negli anni successivi e molti di essi riguardavano temi quali l’immigrazione e l’ispezione delle frontiere esterne dell’Unione Europea, dal momento che quelle interne erano già state abolite dall’Accordo di Schengen del 1985. La proposta principale era quella di cooperare in un piano unico di controllo per scongiurare l’immigrazione illegale e favorire la lotta al  terrorismo e al traffico di esseri umani. Possiamo oggi ritrovare questa proposta trasposta nell’articolo 67 TFUE, che assicura l’assenza di controlli sui confini tra Stati Membri e predispone una politica comune in materia di asilo, immigrazione e controllo delle frontiere esterne. Inoltre l’articolo 77 TFUE approfondisce il sistema di controllo collettivo su tali frontiere e pone le basi per una solida cooperazione nell’attuazione della comune politica sull’immigrazione.

Tutto ciò è da intendersi basato sul principio di solidarietà. Si tratta di un principio cardine dell’Unione Europea, che però non ha una definizione univoca e compiuta, ma varia a seconda dei contesti. La formulazione più concreta di tale principio in materia di immigrazione e politiche d’asilo si può ritrovare nell’articolo 80 TFUE, che predispone la spartizione della responsabilità tra Stati Membri, anche per quanto riguarda le conseguenze economiche di queste politiche. In base al dettato dell’articolo 80 TFUE gli Stati Membri devono rafforzare la fiducia reciproca e cooperare al fine di organizzare la loro azione comune.

Negli anni l’attuazione di questi principi nelle politiche ha tuttavia avuto come unico risultato quello di trasformare l’Unione in una fortezza. La fortezza Europa ha eretto sulle sue frontiere delle mura invalicabili, controllate dall’Agenzia Europea chiamata Frontex, istituita nel 2004 e riformata nel 2011. Nel 2013 è stato poi istituito l’Eurosur, un sistema di sorveglianza che permette lo scambio di informazioni tra Stati Membri per una migliore intercettazione, individuazione e identificazione di soggetti non autorizzati all’ingresso dell’Unione Europea nell’ottica di prevenire e combattere l’immigrazione illegale e il crimine internazionale.  Gli Stati Membri hanno poi anche a disposizione due sistemi di scambio di informazioni: lo Schengen Information System (SIS) e il Visa Information System (VIS).

La situazione attuale è diventata ora insostenibile a causa dei massicci flussi migratori, provenienti soprattutto dall’Africa. Ma cosa chiedono queste persone?

La Direttiva 95/2011 definisce la protezione internazionale e i soggetti ai quali essa viene garantita. Protezione internazionale è una categoria che ricomprende lo status di rifugiato e lo status di protezione sussidiaria e viene garantita a cittadini di stati terzi o apolidi che ne presentino domanda e soddisfino determinati requisiti.

"Lampedusa", di Noborder network, licenza CC BY 2.0, flickr.it
“Lampedusa”, di Noborder network, licenza CC BY 2.0, flickr.it

Il rifugiato è definito come il cittadino di un paese terzo il quale, per il timore fondato di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, opinione politica o appartenenza a un determinato gruppo sociale, si trova fuori dal paese di cui ha la cittadinanza e non può o, a causa di tale timore, non vuole avvalersi della protezione di detto paese, oppure apolide che si trova fuori dal paese nel quale aveva precedentemente la dimora abituale per le stesse ragioni succitate e non può o, a causa di siffatto timore, non vuole farvi ritorno.

La persona avente titolo a beneficiare della protezione sussidiaria è invece il cittadino di un paese terzo o apolide che non possiede i requisiti per essere riconosciuto come rifugiato ma nei cui confronti sussistono fondati motivi di ritenere che, se ritornasse nel paese di origine, o, nel caso di un apolide, se ritornasse nel paese nel quale aveva precedentemente la dimora abituale, correrebbe un rischio effettivo di subire un grave danno, e il quale non può o, a causa di tale rischio, non vuole avvalersi della protezione di detto paese.

Fin dal 1999 gli Stati Membri hanno posto le basi per la costituzione di un sistema comune di gestione delle richieste, il Sistema Comune Europeo di Asilo (CEAS). Esso fissa le pratiche di analisi delle domande e gli standard minimi di tutela all’interno degli Stati Membri. In questo contesto sono stati adottati diversi atti; quelli approfonditi in questo articolo sono il Regolamento di Dublino e Regolamento EURODAC.

Il nuovo regolamento di Dublino, c.d. Dublino III, è èntrato in vigore il 1° gennaio 2014 e apporta alcuni miglioramenti al precedente regolamento Dublino II, che predisponeva i criteri e i meccanismi di individuazione dello Stato Membro responsabile dell’analisi delle domande di protezione internazionale. Lo scopo è quello di evitare due gravi fenomeni: l’asylum shopping, cioè la presentazione di domande in più Stati al fine di avere più possibilità di ottenere lo staus richiesto, e i richiedenti in orbita, situazione che si verifica quando nessuno Stato Membro assume l’incarico di esaminare la domanda. I metodi introdotti dal nuovo regolamento prevedono, per lo Stato Membro in cui il richiedente arriva, l’obbligo di identificazione attraverso la raccolta delle impronte digitali e l’inserimento di queste nel database istituito dal Regolamento Eurodac. In questo modo, se al termine del tentativo di applicazione di tutti i criteri gerarchicamente enumerati ancora nessuno Stato risulti incaricato dell’esame della domanda, la responsabilità ricade sullo Stato Membro in cui è avvenuto l’ingresso nell’Unione Europea.

Il Regolamento di Dublino III si basa sulla fittizia pretesa che il CEAS sia attivo e perfettamente funzionante in tutto il territorio dell’Unione. La situazione posta da esso infatti determinerebbe la parità di trattamento e l’applicazione dei medesimi criteri e standard nella valutazione delle domande in tutti gli Stati Membri, ma nella pratica non è così. Gli Stati sulle coste del Mediterraneo guardano ai flussi migratori con preoccupazione e i loro sistemi, spesso in situazioni emergenziali, sono inefficienti e incapaci di garantire condizioni di accoglienza ottimali.  Il Regolamento di Dublino III ha solo in parte risolto i problemi emersi sotto Dublino II e si è rivelato, anzi, fonte di inefficienza esso stesso. Gli Stati Membri sovraccaricati di richieste non riescono a far fronte ai problemi causati da un così alto numero di domande e tale inefficienza determina la violazione di numerose norme di diritto internazionale, con la conseguente necessità di far intervenire la Corte di Giustizia dell’Unione Europea e la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.

E’ importante ora rendere effettivo il principio di solidarietà tra Stati Membri al fine di incrementare la cooperazione per evitare che la responsabilità dell’analisi di un elevato numero di richieste di protezione internazionale da parte degli Stati Membri di frontiera continui a determinare gravi violazioni dei diritti umani.