Islanda: esempio di un fallimento per un sistema monetario migliore

“Protest: Throughout Ireland 110,000 Protested Against Bank Debt “, foto di William Murphy – Licenza CCBY-SA – Flickr.com

Se si parla di crisi economica, lo sguardo del cittadino europeo si rivolge alla penisola ellenica: dall’esplosione della crisi economica internazionale del 2008 la Grecia è stata più volte presa come esempio per una politica economica disastrosa, che ha ridotto il paese sull’orlo del fallimento. Quest’attenzione è dovuta senz’altro all’inclusione della Grecia nell’Unione Europea; se ci si spostasse fuori da questo spazio non sarebbe però necessario andare tanto lontano per trovare una nazione che ha sperimentato il default finanziario in tempi recenti. L’Islanda si è trovata in questa situazione nel 2008 e da allora numerosi sono stati i tentativi di capirne le cause. Molto interessante e altrettanto coraggiosa, se paragonata all’opinione dominante tra gli addetti ai lavori, è l’analisi che vede il fallimento del sistema finanziario come risultato di una eccessiva produzione di denaro fittizio, frutto di creazione indiscriminata di depositi e finanziamenti da parte delle banche commerciali, assieme a una blando e inefficace contrasto a questa politica da parte della Banca Centrale Islandese. Quando l’ammontare dei debiti delle banche, derivati dalla concessione di crediti, supera di gran lunga la capacità delle stesse di restituire il denaro così ricevuto, la Banca Centrale non può far altro che intervenire garantendo essa stessa il pagamento dei debiti delle banche commerciali, con grande sacrificio per i contribuenti. In un sistema economico come quello islandese, in cui tre grandi banche commerciali controllano oltre il 90% del mercato finanziario, non vi è alternativa, in quanto il fallimento di una sola di queste banche determinerebbe un indescrivinile pregiudizio economico per oltre un terzo della popolazione.

Viene dunque da chiedersi come sia possibile arrivare a concedere alle banche commerciali un tale potere. La risposta sta in una visione alterata e fallace della realtà dei fatti da parte della stragrande maggioranza degli addetti ai lavori del settore finanziario: questi operano confidando nella bontà di un modello di comportamento delle banche, il “fractional reserve theory”, che l’esperienza ha dimostrato totalmente erroneo.

Secondo questo modello le banche commerciali non hanno il potere di creare denaro, poichè nella loro attività devono rispettare i vincoli imposti dalla Banca Centrale, in particolare quello della riserva frazionaria: le banche commerciali devono costituire dei depositi (reserves) presso la Banca Centrale, nei quali collocare una parte del denaro ricevuto al momento dell’apertura di un deposito di un cliente. Tale frazione non potrà essere essere utilizzata per finanziare le operazioni della banca, come normalmente accade con un deposito, ma dovrà essere utilizzato per ripagare almeno parzialmente i clienti che desiderino ritirare il proprio deposito. In questo modo anche una situazione di crisi può essere affrontata con relativa facilità, poichè l’eventuale ritiro di massa dei depositi da parte dei clienti (bank runs) è coperta almeno in parte dai depositi delle banche presso la Banca Centrale.

La prassi delle banche è però ben diversa: esse costituiscono il deposito presso la Banca Centrale ben dopo aver ricevuto il deposito del cliente, cioè dopo che la banca abbia normalmente acquistato la proprietà del denaro depositato dal cliente e questo si sia confuso con il patrimonio della stessa. In questo modo i depositi che vengono costituiti presso la Banca Centrale non risultano proporzionati ai depositi effettuati dai clienti e in caso di bank run la banca commerciale non sarà in grado di restituire i soldi depositati dai suddetti, dimostrandosi insolvente. Evidentemente l’insolvenza sarà tanto più destabilizzante per il sistema quanto maggiore sarà l’entità dei depositi effettuati dai clienti; lo Stato, tramite la Banca Centrale, dovrà intervenire per ripagare i debiti delle banche, diventando a sua volta insolvente nei suoi propri rapporti con altri creditori (a esempio altri Stati). Questa spirale discendente di insolvenza dello Stato è la situazione che viene definita “default”.

Il reale comportamento delle banche è più conforme al modello del “credit money creation”. Secondo lo stesso, la grande maggioranza di denaro viene creata dalle banche commerciali, tramite i depositi effettuati dai clienti e quindi il credito che è sotteso a questo tipo di contratto. Con il deposito la banca riceve dal cliente una certa quantità di denaro che potrà utilizzare immediatamente; si tratta però di denaro estremamente “volatile” in quanto meramente contabile, scritturale: il denaro viene ad esistenza al momento della scritturazione dell’importo del deposito nell’attivo della banca, ma senza che questo sia realmente tangibile o tantomeno coperto da garanzia di restituzione da parte della stessa. Il processo di creazione di denaro diventa dunque una semplice operazione contabile e le banche commerciali si prestano volentieri all’apertura di depositi, chè questa significa nuovi attivi per la banca e nuova moneta in circolazione. Senonchè, il deposito bancario è un contratto di credito da parte del cliente, che crea un debito per la banca: ecco che la creazione di denaro è creazione di debito, l’aumentare del denaro in circolazione equivale all’aumento del debito delle banche e notoriamente una maggiore quantità di debiti implica un maggiore probabilità di insolvenza.

La veridicità di questa prospettiva è testimoniata dall’evoluzione del sistema bancario e finanziario in Islanda.

Nel 2000, gli obiettivi statutari della CBI (Central Bank of Iceland) di mantenere “una massa monetaria adeguata” e la “piena produttività dell’economia” sono stati abbandonati a favore dell’unico obiettivo di promuovere la stabilità dei prezzi. Per fare ciò la CBI si è concentrata sull’aumento del tasso d’interesse sulle operazioni finanziarie, portandolo dal 5% al 18%, tralasciando in particolare il controllo della massa monetaria in circolazione. Come effetto collaterale positivo un aumento dei tassi di interesse avrebbe dovuto non solo ridurre la domanda di prestiti, ma anche la disponibilità delle banche a prestare denaro, poichè un tasso maggiore implica un maggiore rischio di debitori inadempienti. Contrariamente a ogni logica previsione, tra la primavera del 2003 e l’autunno 2008 l’offerta di moneta è aumentata di sette volte, con un aumento medio del 40% all’anno. Egualmente sono aumentati i profitti delle tre grandi banche islandesi, passando da poco meno di 11 miliardi di Corone nel 2002 a circa 140 miliardi di Corone nel 2007.

Quando, alle prime avvisaglie di crisi, la massa dei depositanti ha cercato di ritirare i propri depositi, le banche hanno manifestato l’impossibilità di restituire ciò che avevano ricevuto, in quanto la quantità di debiti che avevano maturato con l’apertura di depositi soverchiava di gran lunga la loro reale disponibilità monetaria. A questo punto, per evitare il collasso dell’intero sistema di pagamenti nazionale, lo Stato è dovuto intervenire per garantire il pagamento dei debiti delle banche, con grande sacrificio dei contribuenti, confermando quello che è un altro punto dolente del sistema attuale: le banche commerciali non hanno nessun interesse a cercare profitti in maniera responsabile, poichè sanno che una loro situazione di crisi sarà comunque coperta dall’intervento governativo. Questo è ciò che si intende quando si dice che certe banche sono “too big to fail”.

Il caso islandese dimostra dunque che il “fractional reserve model” su cui il sistema finanziario fa affidamento è una costruzione fortemente illusoria: afferma che le banche centrali hanno il controllo dell’attività delle banche commerciali, quando la realtà dimostra che le banche commerciali non fanno altro che seguire il sistema dettato dalle banche commerciali, affannandosi a porre rimedio ai disastri causati da queste ultime.

Risulta evidente che per avere la possibilità di non rivivere una crisi come quella del 2008 è necessario cambiare il paradigma del sistema finanziario. Numerosi studiosi hanno prestato il loro contributo a questo fine, con teorie come il “100% reserve theory”, il “narrow banking” o il “sovereign money system”. Tuttavia l’attuazione pratica di questi modelli è ancora lungi dall’essere realtà e numerosi sono gli sguardi che vengono volti altrove.

 DARIO DITARANTO

Fonti:

F. Sigurjonsson – Monetary Reform – A Better Monetary System for Iceland

 

 

4 Comments

  1. ghostdog

    scusate io non so nulla di economia, ma non si risolverebbe tutto separando la funzione delle banche tra quella di deposito (che tiene solo i soldi, anche facendosi pagare per il servizio) e investimento? (io che ti do i soldi per investirli?) così le banche investirebbero solo i soldi che hanno e basta) o sbaglio qualcosa io?

    1. Dario Ditaranto

      Non sbagli, infatti questa è una delle argomentazioni di alcune delle teorie che ho citato a fondo articolo.
      Per esempio, secondo il modello del narrow banking, la banca dovrebbe fungere solo da intermediario per servizi come depositi o pagamenti, senza possibilità di investire i soldi detenuti.
      Oppure, secondo il sovereign money model, le banche dovrebbero avere dei conti di transazione su cui i clienti possono depositare denaro da utilizzare per pagamenti e operazioni “non lucrative”, e dei conti di investimento, facoltativi e creati a richiesta del cliente, utilizzabili per operazioni di investimento.
      Questi modelli saranno approfonditi in un prossimo articolo, nel frattempo sottolineo come queste soluzioni sono fittizie, in quanto il problema è la produzione di denaro, non il suo utilizzo.

      1. ghostdog

        ciao, non ho capito perchè quel sistema non risolverebbe e sarebbe solo fittizzio.

        ad esempio paypal.. che puo’ essere vista come una banca in cui puoi solo depositare/prelevare e spostare soldi anche per “affari” non credo possa mettere in piedi una crisi come le attuali banche.

        aspetto i prossimi articoli!

        1. Dario Ditaranto

          MI scuso per l’estremo ritardo della risposta.
          Paypal non é una banca, ma un sistema di pagamento: non gestisce i soldi del cliente (non è necessario aprire un conto Paypal per usufruire del servizio), ma si occupa solo di garantire il corretto esito di una transazione, ricevendo un compenso per questo servizio, cioè la commissione. La differenza fondamentale rispetto a sistemi come Paypal sta proprio nel controllo più o meno diretto che le banche hanno sui soldi del cliente, cioè sui suoi depositi.
          La soluzione sarebbe fittizia perchè il problema non è la funzione delle banche, ma l’origine del denaro che esse utilizzano per espletare la loro funzione: anche se una banca si occupasse solo di intermediazione o di pagamenti per conto dei clienti, qualora per effettuare questi pagamenti utilizzasse il denaro presente sui conti dei clienti avrebbe comunque utilizzato denaro fittizio, non realmente esistente ma frutto di semplice rendicontazione, secondo il meccanismo di produzione di denaro spiegato nell’articolo.
          Sperando di essere stato comprensibile rimango a disposizione per ulteriori chiarimenti!

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