Diritto e Arte a confronto: la definizione giuridica e la tutela delle opere d’arte

"Il pianeta ipertecnologico" di Silla Ferradini, foto di Davide Dimodugno
“Il pianeta ipertecnologico” di Silla Ferradini, foto di Davide Dimodugno

Arte e diritto sembrano due mondi molto lontani e distanti: uno parla al cuore, alla sensibilità e alla creatività dell’uomo; l’altro, a prima vista molto più arido, si occupa invece di organizzare la “banalità” del vivere quotidiano e della convivenza in società. In realtà il diritto è fondamentale in molti aspetti della creazione artistica in quanto indispensabile per la tutela del diritto d’autore, dei diritti morali dell’artista sulla sua opera e per rendere possibili cessioni e acquisizioni delle opere stesse.

Innanzitutto bisogna partire dalla constatazione che esistono diverse definizioni di opera d’arte nei vari ordinamenti giuridici per la tutela dei diritti morali e patrimoniali degli artisti (diritto locale, diritto d’autore, diritto fiscale, diritto doganale). Il diritto d’autore, per come è stato da sempre immaginato e concepito, è capace di conoscere l’arte intesa in senso tradizionale: oggetti, sculture, quadri, secondo le categorie di riferibilità all’artista e di autenticità.

L’arte contemporanea ha contaminato tutti i generi e scardinato il sistema precedente, individuando nuovi medium che prevedono la realizzazione di atti e processi che mancano di un supporto materiale (gesti e comportamenti). Nel confrontarsi con un’opera sempre più smaterializzata, il giurista si è trovato rinchiuso in strette e rigide categorie. Il diritto costituisce comunque uno strumento utile all’artista per conferire materialità a questi nuovi effimeri modi di espressione, partendo però dal fatto che lo stile e l’idea non possono essere tutelati in sé e per sé: l’opera d’arte è tutelabile in quanto consta di una specifica realizzazione.

La questione è stata affrontata in un caso concernente le opere di Christo e Jeanne Claude, artisti che impacchettavano dei monumenti, idea poi ripresa da alcune campagne pubblicitarie: la coppia non riesce a ricevere tutela perché la pubblicità non riproduceva uno specifico impacchettamento attivato dagli artisti ma solo un richiamo all’idea e allo stile che, in quanto tale, non può essere tutelato. Solo nel momento in cui si riproduce un’opera identica a quella realizzata, la tutela esiste.
La coppia è stata protagonista di un altro caso nel marzo 1986 per una trasmissione televisiva trasmessa in Inghilterra che aveva ripreso Jeanne Claude e Christo all’opera senza citarli e attribuire loro i diritti d’autore: la Corte d’appello di Parigi ha questa volta dato loro ragione.

La Convenzione di Berna per la protezione delle opere letterarie e artistiche del 9 Settembre 1886 ha uniformato il diritto d’autore a livello mondiale, fornendo degli strumenti “illuminati”: le definizioni sono così ampie da farvi rientrare i nuovi modi di espressioni tipici dell’arte contemporanea. Sono oggetto di tutela infatti: “Tutte le produzioni del campo artistico, qualunque ne sia il modo o la forma di espressione”. Ciascun ordinamento è lasciato però libero di prevedere condizioni ulteriori per l’attivazione del diritto d’autore, compresa la realizzazione su di un supporto materiale e la stabilità nel tempo (“fixed work”), come richiesto dalla restrittiva normativa americana.

Nel codice civile della California si spiega nella section 980-989 cosa è un “not fixed work” : si tratta di un’opera realizzata su di un mezzo non tangibile oppure un’opera in relazione alla quale non è rispettato un periodo di tempo ragionevole di fissazione sul supporto, ad esempio perché soggetta a veloce deterioramento.

Nel “Copyright designs and patents Act” inglese del 1988 gli “artistic works” sono enumerati per categorie: tra queste, le opere letterarie, drammatiche e musicali richiedono un supporto materiale. In Inghilterra Adam Ant aveva chiesto la tutela del diritto d’autore per il proprio trucco ma il giudice rispose nel 1983 che “A paint without surface is not a painting”, l’intervento di un artista deve insistere su di un supporto materiale.

In Italia, l’art. 1.1 della legge 633/1941 sul diritto d’autore recita invece: “Sono protette ai sensi di questa legge le opere dell’ingegno di carattere creativo che appartengono alla letteratura, alla musica, alle arti figurative, all’architettura, al teatro ed alla cinematografia, qualunque ne sia il modo o la forma di espressione”. Ne risulta quindi che, in generale, gli ordinamenti di civil law sono disposti a tutelare tutti i medium, mentre gli ordinamenti di common law sono legati ad una enumerazione tassativa che ritiene come mezzi per la realizzazione di opere d’arte la pittura, scultura, il collage e la litografia fino a un certo numero di tiratura.

Se l’opera contemporanea è effimera, allora in certi ordinamenti le opere non fissate su di un supporto materiale sono escluse dalla tutela del diritto d’autore. Si pensi ad esempio a Tino Sehgal, vincitore della biennale d’arte di Venezia nel 2013, che realizza delle opere che consistono in coreografie e non produce alcun tipo di documentazione scritta della sua opera d’arte né rilascia la ricevuta fiscale quando la cede.

Nel caso inglese Lucas Film ltd vs. Ainsworth del 2011 il regista del film “Star wars” chiedeva tutela legale rispetto alle scenografie del film, in particolare per gli speciali elmetti e scudi utilizzati. Il giudice applica l’elephant test: chiunque può riconoscere e individuare se un’opera è un’opera d’arte o meno, criterio che non funziona però molto bene con l’opera d’arte contemporanea. Altri criteri possono aiutare il giudice, il quale deve valutare ciò che è normale, ciò che si può trovare in gallerie d’arte e musei, oltre a considerare l’intenzione dell’artista di voler creare un’opera d’arte. Ad esempio una pila di mattoni sull’autostrada non è un’opera d’arte mentre lo è se si trova all’interno della Tate Modern Art Gallery. Il giudice alla fine ha deciso di non tutelare gli elmetti e gli scudi perché mancava in questo caso l’intenzione di creare un’opera d’arte.

"I cavalli di Silla" di Silla Ferradini, foto di Luigina Giorcelli
“I cavalli di Silla” di Silla Ferradini, foto di Luigina Giorcelli

 

I criteri presupposti per conoscere un’opera d’arte sono la creatività, l’originalità, l’unicità e l’autenticità. Il concetto di creatività è molto ampio, è sufficiente un minimo atto creativo. L’originalità è invece l’impronta della personalità dell’artista che deve essere materialmente intervenuto su di un supporto. Una sentenza della Cassazione francese del 2008 ha riconosciuto per la prima volta come opera d’arte la scritta in lettere d’oro “Paradis” sopra la porta di una toilette di un ex ospedale psichiatrico ormai da anni abbandonato. Questa porta è stata utilizzata dalla fotografa Bettina Rheinms come sfondo per un trittico di sue opere. Jakob Gautel, autore della scritta, vince la causa in quanto l’artista era intervenuto modificando lo spazio circostante, non direttamente su di un supporto materiale ma conferendo una diversa dimensione allo spazio. In questo senso, la scelta dell’artista diventa l’opera d’arte.

L’opera d’arte contemporanea è spesso appropriazionista di opere altrui e di oggetti comuni. Alcuni ordinamenti, in particolare quello americano, si sono spinti a riconoscere la validità dell’arte appropriazionista. Fondamentale è stata la sentenza del caso Roger v. Jeff Koons: l’artista Koons aveva realizzato una struttura che riproduceva l’immagine presente su di una cartolina acquistata in una edicola allo scopo di attaccare il kitsch insito nel mondo contemporaneo. Il giudice ha affermato che la parodia è un’attività creativa riconosciuta e tutelata come modalità di espressione solo se rivolta specificatamente al soggetto parodiato e non nei confronti di una narrazione della società contemporanea: l’opera è un plagio e il giudice ne ordina la distruzione che poi in realtà non avverrà. Koons torna in tribunale nel caso Blanch v. Koons nel 2004 quando, per realizzare un collage, si ispira ad un’opera di un fotografo di moda, Blanch, che pubblicizzava dei sandali di Chanel. Il giudice, sulla base del principio del “fair use”, facoltà di utilizzare in modo lecito le creazioni altrui, valuta la quantità di trasformazioni rispetto al modello originale e l’intervento è riconosciuto come lecito. Per la prima volta questo principio è stato utilizzato nell’ambito della realizzazione di opere d’arte e a scopo commerciale, in quanto si è ritenuto che Koons con la sua opera non abbia leso le possibilità di guadagno del fotografo Blanch.

Richard Prince è un altro artista appropriazionista, scarica le foto pubblicate dagli utenti di Instagram insieme ai loro commenti su Twitter e ne fa delle opere d’arte permanenti. Il caso Richard Prince v. Patrick Cariou è sorto dal fatto che Prince aveva modificato con effetti particolari una foto preesistente di altro autore che ritraeva degli aborigeni australiani e questa venne poi venduta per milioni di dollari. L’artista perde in primo grado ma vince poi in appello sulla base del “test di trasformazione”: l’opera è trasformativa, diversa dalla precedente e modificata dallo stile personale di Prince. Le sue opere sono infatti percepite e ricondotte immediatamente a lui da parte del pubblico, di conseguenza è il pubblico e non l’artista a fare l’opera.

Oltre al diritto di proprietà intellettuale e al diritto d’autore, altre branche del diritto si interessano di arte. In particolare, per riconoscere in un oggetto un’opera d’arte, il diritto fiscale e il diritto doganale richiedono necessariamente un supporto materiale e l’intervento della mano dell’artista direttamente su di esso. La Corte di giustizia dell’Unione europea ha interpretato in modo molto elastico queste rigide categorie ma non così la Commissione europea, che, in relazione all’arrivo in dogana dagli Stati Uniti di un’opera di Dan Flavin, composta da 6 steli di neon colorati e da delle videoproiezioni, ha adottato il REG. UE 731/2010. Questo atto non ha riconosciuto l’installazione luminosa in oggetto come “opera d’arte” in quanto essa si ha esclusivamente nel momento della sua attivazione. Non è infatti l’installazione a costituire “l’opera d’arte”, ma lo sono il risultato (gli effetti luminosi) delle operazioni da essa svolte. Il vincolo di destinazione delle luci al neon presente nell’idea dell’artista non è stato quindi riconosciuto ai fini dell’applicazione dell’aliquota IVA agevolata riservata alle opere d’arte.

Da questa breve panoramica emergono con forza ed evidenza alcune delle molteplici problematiche in cui incappa il diritto nel momento in cui si incontra o, forse meglio, si scontra con le nuove tendenze dell’arte contemporanea e la loro definizione giuridica… ma queste non sono ancora finite! Se questo articolo vi ha incuriosito e vorrete saperne di più circa gli aspetti contrattuali e di autenticità delle opere d’arte, vi rinvio alla prossima puntata conclusiva dell’articolo.

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DAVIDE DIMODUGNO

NOTE

Il presente articolo prende spunto dalla conferenza dottorale, tenuta dalla prof.ssa Alessandra Donati, docente di Diritto Comparato delle Obbligazioni e dei Contratti presso l’Università di Milano Bicocca, il 12 Ottobre 2015 presso il Campus Luigi Einaudi di Torino. Per un approfondimento di queste tematiche, si rinvia alle pubblicazioni della docente, il cui elenco è disponibile sul sito: http://www.dsg.unimib.it/?personale-type=alessandra-donati.