“Code is Law”: sul ruolo della legge nella protezione dei diritti in internet

"Typing on a Laptop", di Daniel Foster, licenza CC BY-NC-SA 2.0 da www.flickr.com
“Typing on a Laptop”, di Daniel Foster, licenza CC BY-NC-SA 2.0 da www.flickr.com

Fin dalla sua nascita, la Rete delle Reti ha rivoluzionato il nostro modo di vivere la realtà: il diritto ha dovuto affrontare la “digitizzazione” cercando nuove soluzioni e, ad un livello più profondo, chiedendosi quali fossero i limiti alla sua stessa effettività nel cyberspazio.

Data l’attualità della discussione sulla Dichiarazione dei Diritti di Internet, vale la pena soffermarsi in alcune riflessioni sul ruolo del diritto nella regolazione della Rete ed in particolare nella protezione dei diritti fondamentali degli individui nel cyberspazio.

CYBER-PATERNALISTI E CYBER-LIBERTARI SULLA REGOLABILITA’ DELLA RETE

La discussione riguardante la regolabilità e le modalità di regolazione della Rete ha da sempre (o meglio, dagli Anni 90, che hanno portato con sé la rivoluzione del World Wide Web) contrapposto gli studiosi. Essi si sono essenzialmente schierati su due fronti: quello dei cyber-libertari (per molti versi dei “sognatori” di un’idea di Internet che non si riesce e forse non si è mai riusciti a scorgere) e quello dei cosiddetti cyber-paternalisti.

I primi- fra i quali sono particolarmente conosciuti Barlow, Johnson e Post- partono da un’idea di cyberspazio come dimensione “altra” rispetto al mondo “analogico”, sebbene confinante con esso. Mentre nel vecchio mondo lo Stato è in grado di esercitare la propria sovranità all’interno della propria giurisdizione e di controllare i confini fra giurisdizioni, lo spazio digitale impedisce tutto ciò a causa dei suoi caratteri totalmente differenti. All’interno di quest’ultimo, i cittadini degli Stati si tramutano in “cittadini del cyberspazio”, dove essi non conoscono costrizioni alla loro libertà di “movimento” simili a quelle dei confini. Inoltre, lo Stato non è legittimato in alcun modo ad esercitare la propria sovranità in tale dimensione. Le conseguenze di questi peculiari caratteri del cyberspazio sono significative. Infatti il diritto, con la sua naturale limitazione giurisdizionale, non è effettivo nel regolare il cyberspazio. L’ulteriore conseguenza che per i cyber-libertari discenderebbe dall’ingovernabilità della Rete con i mezzi tradizionali sarebbe rivoluzionaria: l’unico “governo” che potrebbe controllare il “popolo” di Internet sarebbe quello eletto da quest’ultimo, inteso come entità separata rispetto a quelli “analogici”, sottoposti alla sovranità dei singoli Stati.

I cyber-paternalisti- come Yochai Benkler, Jack Goldsmith e Joel Reidenberg- sostengono invece che la Rete sia controllabile (e controllata). Il nome più eminente all’interno di questa corrente è però quello di Lawrence Lessig. Il fondatore di Creative Commons, nonché attualmente candidato per la Presidenza degli Stati Uniti, afferma nel libro Code che il comportamento umano è influenzato da quattro elementi: legge (la quale si concretizza in un messaggio del tipo “vietato fumare”), mercato (ad esempio, una tassa che aumenti significativamente il prezzo delle sigarette può indurre i fumatori a diminuire il loro consumo di sigarette), norme sociali/morali (ad esempio, fumare in casa di un’altra persona senza chiedere il permesso è considerato maleducato) e architettura (le sigarette senza filtro tendono a scoraggiare l’atto del fumare, dal momento che esse provocano più preoccupazioni legate alla salute). La regolazione di determinati fenomeni discende normalmente da un utilizzo congiunto di tali vincoli. Tuttavia, alcuni di questi vincoli risultano indeboliti nel cyberspazio: in particolare, sono meno effettive le norme morali/sociali (infatti, la Rete permette di preservare un livello più elevato di anonimato) e la legge (essendo la Rete globale, essa sfugga alle idee di giurisdizione e sovranità). Tuttavia, la modalità dell’architettura è particolarmente rafforzata nel cyberspazio (si pensi ad esempio ai DRM utilizzati per proteggere le opere creative). Infatti, mentre nel mondo reale le leggi della fisica costituiscono un limite alla nostra possibilità di plasmare l’ambiente, la “fisica” del cyberspazio cade totalmente sotto il controllo dell’essere umano. Secondo Lessig, il legislatore (da lui soprannominato East Coast) si dunque costretto ad appellarsi a soggetti (i colossi della tecnologia, da Lessig identificati come West Coast) in grado di esercitare un control by design del cyberspazio, non essendo la legge adeguata a svolgere tale compito. Tale possibile associazione di East e West Coast può tuttavia rilevarsi particolarmente pericolosa per i diritti dei singoli.

QUALE RUOLO PER UNA CARTA DEI DIRITTI DI INTERNET?

Sviluppando il discorso a partire da tali premesse, appare adeguato chiedersi quale dovrebbe, ma soprattutto quale può concretamente essere, lo spazio riservato ai diritti fondamentali nella dimensione digitale. È opportuno domandarsi quali diritti i cittadini del cyberspazio hanno e dovrebbero avere nei confronti dei “Leviatani” pubblici e privati che sempre più si muovono al fine di controllare la Rete; e, soprattutto, è necessario comprendere se la legge sia uno strumento in grado di garantire tali tutele a questi soggetti.

Si consideri inoltre che l’Italia non è l’unico Stato ad essersi attivato con la promozione della “Internet Bill of Rights”: ad esempio, il Brasile ha adottato il Marco Civil da Internet, molto simile alla nostra Carta.

Le difficoltà con cui la creazione di una Carta dei Diritti di Internet si scontra sono molteplici. In primo luogo, assistiamo ad una sorta di dilemma che contrappone l’aspirazione all’universalità dei diritti che caratterizza una Bill of Rights ed il carattere nazionale di tali esperimenti di codificazione. Una Carta nazionale dei diritti online, anche se accompagnata da simili iniziative in un certo numero di Stati, non può aspirare ad un livello elevato di effettività, specialmente considerando che la Rete non si preoccupa in alcun modo di confini giurisdizionale. Per la stessa ragione, anche una collaborazione fra Stati a livello di diritto internazionale non sarebbe totalmente adeguata, sebbene sia preferibile a singole iniziative; inoltre, mancano le premesse per un dialogo equilibrato fra stati pariordinati, il che scoraggia gli Stati che sarebbero invece disposti ad intraprendere la strada della negoziazione. Insomma, l’obiettivo dell’universalità sembra difficile da ottenere nel breve periodo.

In secondo luogo, assistiamo ad uno scontro fra legge e tecnologia. È infatti chiaro che la legge di per sé non è in grado di regolare la Rete e lo spazio che i diritti dovrebbero occupare al suo interno: lo strumento normativo dovrebbe associarsi ad un sostrato di “architettura”. Le dichiarazioni della Carta tendono ad essere, da questo punto di vista, troppo retoriche e distaccate dal piano tecnico: tuttavia, se assumessero un approccio più spiccatamente pratico, esse perderebbero la loro vocazione “costituzionale” e gran parte del valore che le impregna. Inoltre, è evidente il problema dell’associare West Coast ed East Coast, per tornare ai termini di Lessig: come e con quali fini sarebbe gestito questo governo “tecnocratico”? Al fine di risolvere questo primo dilemma, importante potrebbe essere in futuro il ruolo della giurisprudenza.

Ancora, il soggetto a cui queste previsioni si appellano è parzialmente diverso da quello delle classiche carte dei diritti: infatti, i soggetti privati sono “pericolosi” quanto quelli pubblici nella violazione dei diritti online (si veda ad esempio la recente pubblicazione “Privacy e diritti umani online, nessun vincitore“). La loro pericolosità è aumentata dal loro significativo potere di lobbying: si veda ad esempio la recente parziale “sconfitta” del principio di net neutrality a livello europeo con l’ultimo “pacchetto telcom” (con disapprovazione dello stesso Tim Berners-Lee), la quale andrà ad impattare direttamente anche sull’Articolo 4 della neonata Dichiarazione italiana. Questo fattore rappresenta una sfida ed una novità per la codificazione dei diritti.

Nonostante questi problemi, la Carta resta un’iniziativa lodevole. Internet plasma la vita di tutti, nonché i rapporti di potere a livello mondiale: non rendersi conto di ciò significa rischiare di essere “schiacciati” fra questi poteri, ricevendo più danni che benefici dalla rivoluzione digitale. In questo senso, la Carta potrà essere uno straordinario strumento di educazione delle persone, con grande peso culturale e politico. Il problema della superficialità nel garantire il consenso al trattamento dei propri dati personali è indicativo di una generalizzata mancanza di sensibilità del pubblico riguardo alla tematica dei diritti in Internet: sebbene il Web 2.0 come lo conosciamo oggi pretenda in una certa misura un sacrificio dei diritti, e sebbene la rinuncia ad alcuni diritti possa portare ad alcune comodità (ad esempio, far conoscere a Google la nostra precisa posizione ci permette di usare il navigatore) e sia una legittima scelta, essa dovrebbe essere esercitata con un maggiore grado di consapevolezza. Inoltre, la Carta rappresenterà un buono strumento nelle mani della giurisprudenza nei singoli casi che si presenteranno in futuro.

FONTI

Lawrence Lessig, Code Version 2.0

Andrew Murray, Information Technology Law: The Law and Society

John Perry Barlow, A declaration of independence for cyberspace

David R. Johnson and David Post, Law and Border, the Rise of Law in Cyberspace

La Repubblica, Privacy e diritti umani online, “nessun vincitore”, 3 Novembre 2015, disponibile a: http://chiusinellarete.blogautore.repubblica.it/2015/11/03/privacy-e-diritti-umani-online-nessun-vincitore/

Dichiarazione dei Diritti di Internet, disponibile a: http://www.camera.it/application/xmanager/projects/leg17/commissione_internet/dichiarazione_dei_diritti_internet_pubblicata.pdf

Alberto Oddenino, Code is still law: la codificazione dei diritti in Internet, la tutela dei dati personali e l’arduo contrappunto del diritto alla tecnocrazia, disponibile a: http://www.sidi-isil.org/sidiblog/?p=1602