Legittima difesa: un po’ di chiarezza

"Gun Club", di Peretz Partensky, licenza CC BY 2.0 da www.flickr.com
“Gun Club”, di Peretz Partensky, licenza CC BY 2.0 da www.flickr.com

Nella notte tra lunedì e martedì 19 ottobre, un pensionato di 65 anni, F. S., ha ucciso con un colpo di pistola un uomo di 22 anni, G. G., che si era introdotto furtivamente nella sua abitazione di Vaprio d’Adda (MI). Purtroppo, ogni volta che si verifica un fatto analogo, al di là del gran parlare degli opinionisti, più o meno competenti, dei politici e delle persone coinvolte o intervistate dai media, non si riesce mai ad andare oltre i luoghi comuni per analizzare la vicenda in modo obbiettivo. Lo scopo di questo articolo è proprio quello di fornire un contributo in tal senso.

Il primo luogo comune da cui occorre sgombrare il campo è: “Ma come? Gli entra un ladro in casa, gli spara per difendersi, e si ritrova pure indagato? La vittima è lui; oltre il danno anche la beffa!”. Per rispondere correttamente a questa domanda, occorre adottare il punto di vista degli inquirenti nel momento immediatamente successivo agli avvenimenti qui in esame, cercando di capire come essi svolgano il procedimento di indagine e sforzandosi di riprodurne il ragionamento. Per prima cosa, occorre valutare se tutti i fatti, rilevanti ai fini della qualificazione della vicenda storica, siano certi, o, in altre parole, se i presupposti della legittima difesa risultino evidenti fin dalle prime informazioni di polizia. Lo sarebbero, ad esempio, nel caso in cui  l’intruso fosse stato armato ed avesse sparato verso l’aggredito. In casi simili, sarebbe già del tutto evidente che il fatto (l’uccisione dell’intruso) non costituisce reato, quindi non vi sarebbe alcun dovere del Pubblico ministero di indagare, malgrado, nella prassi, per ragioni che non è possibile esaminare in questa sede, le Procure tendano, quasi sempre, a sottoporre il malcapitato alle indagini, alimentando così l’opposto luogo comune secondo il quale le indagini sarebbero sempre doverose. Nei casi, come quello qui in esame, invece, in cui i presupposti della legittima difesa non appaiono da subito chiaramente sussistenti, occorre prendere le mosse dall’unico fatto certo: un uomo ha sparato e ha ucciso un altro uomo. Questa vicenda sembrerebbe integrare, in prima approssimazione, la previsione di cui all’art. 575 del codice penale (<<Chiunque cagiona la morte di un uomo è punito…>>). Il Pubblico ministero, una volta ricevuta la notizia di un’ipotesi di reato, dovrà quindi, ex art. 335 del codice di procedura penale, iscriverla <<immediatamente, nell’apposito registro custodito presso l’ufficio>>, per poi iniziare le indagini preliminari, necessarie, ai sensi dell’art. 326 c.p.p. <<per le determinazioni inerenti all’esercizio dell’azione penale>>. Va inoltre ricordato, il che è essenziale in casi come questo, che il Pubblico ministero, nelle sue indagini, <<svolge altresì accertamenti su fatti e circostanze a favore della persona sottoposta alle indagini>> (art.358 c.p.p.). A questo punto, la domanda che occorre porsi è: a chi spetta stabilire se questo fatto (l’uccisione dell’intruso) costituisce reato, ed è quindi punibile, oppure se il nostro S. si trova nella situazione di chi, pur avendo commesso il fatto, non è punibile <<per esservi stato costretto dalla necessità di difendere un diritto proprio od altrui contro il pericolo attuale di una offesa ingiusta>> (art. 52 del codice penale)? In altri termini, a chi spetta stabilire se S. ha agito per legittima difesa? Chiaramente non può che spettare al giudice, meglio, al giudice che deciderà alla luce dei risultati delle indagini. Ogni qual volta le circostanze non siano chiare fin dall’inizio, le indagini sono doverose e logicamente necessarie per accertare la dinamica dei fatti. Come potremmo sapere come sono andate veramente le cose se non tramite le indagini? Di più: cosa sappiamo dei rapporti tra i due soggetti coinvolti?

Se, ipoteticamente, non venisse svolta alcuna indagine, si arriverebbe all’assurdo per cui, in casi del genere, basterebbe invitare una persona poco gradita a casa propria, sparargli, e sostenere che si trattava di un ladro per farla franca!
Questo tipo di ricostruzione del fatto – ossia contestazione dell’omicidio doloso, seguito dall’eventuale e successivo riconoscimento di una situazione scriminante – seppur funzionale alla comprensione della procedura di indagine, la quale trova la sua naturale collocazione in un momento in cui i fatti devono ancora essere accertati, e si svolge proprio allo scopo di accertarli, va abbandonata allorquando ci si ponga non più nei panni del PM all’inizio delle indagini, ma in quelli dello stesso PM alla loro conclusione. Una volta accertati gli avvenimenti storici e ci si proponga di qualificarli giuridicamente, occorrerà fare riferimento alla fattispecie reale, cioè all’insieme dei frammenti di norma che concorrono a tale qualificazione. In questo caso, la fattispecie reale non è solo quella di cui all’art. 575 c.p., ma il combinato disposto degli artt. 575 e 52 c.p.: <<chi cagiona la morte di un uomo non è punibile, se ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di difendere un diritto proprio od altrui contro il pericolo attuale di un’offesa ingiusta, sempre che la difesa sia proporzionata all’offesa>>.  Sussistenti i presupposti della difesa legittima, il fatto non sarà penalmente rilevante, quindi il Pubblico ministero dovrà richiedere l’archiviazione.
Eccoci dunque giunti al cuore della questione: quali sono e quando possono ritenersi sussistenti i presupposti della legittima difesa?

I requisiti che l’art. 52 c.p. richiede perché si possa dire che un soggetto ha agito per legittima difesa sono quattro: i) deve aver agito per difendere un diritto (proprio od altrui), ii) l’offesa al diritto summenzionato deve avere il carattere dell’ingiustizia, iii) il pericolo, che il diritto corre di subire l’offesa, deve essere attuale e iv) la difesa deve essere proporzionata all’offesa. Per quanto attiene ai primi due requisiti, non si pongono particolari problemi. Il primo implica che non si abbia legittima difesa qualora si commettesse il fatto per difendere una situazione giuridica soggettiva non qualificabile come diritto, ma come mero interesse. Nel caso di specie, il requisito è sicuramente soddisfatto perché sia l’incolumità fisica che la proprietà privata sono indubbiamente dei diritti soggettivi. Il secondo requisito, l’ingiustizia dell’offesa, implica che il fatto dell’aggressore deve essere qualificabile come illecito, non solamente penale. Anche sotto questo profilo, nel caso in esame, non vi sono dubbi che la condotta di G. G. fosse illecita, in quanto integrante la fattispecie di violazione di domicilio di cui all’art. 614 del codice penale (<< Chiunque s’introduce nell’abitazione altrui, o in un altro luogo di privata dimora, o nelle appartenenze di essi, contro la volontà espressa o tacita di chi ha il diritto di escluderlo, ovvero vi s’introduce clandestinamente o con inganno, è punito…>>) e, ma questo non è ancora stato chiarito, un tentativo di aggressione. Il terzo requisito, l’attualità del pericolo, è più problematico. Perché il pericolo possa essere considerato attuale, è necessario che l’offesa, contro cui si attua la reazione difensiva, sia ancora in corso. Questo requisito è stabilito dalla legge per evitare che la difesa si trasformi in una sorta di sommaria punizione privata o, in altri termini, in una vendetta, posta in essere quando il pericolo è ormai cessato.

Per esempio, un soggetto vittima di un’aggressione, realizzata mediante percosse, ben potrebbe reagire percuotendo a sua volta l’aggressore, continuando a colpirlo fino a che questi non desista dalla sua condotta. Una volta neutralizzato l’aggressore però, la (ex) vittima non potrebbe continuare a colpirlo quando questi si ritrovi a terra, stremato dai colpi dell’avversario. Ogni colpo portato dalla (ex) vittima dopo tale momento non costituirebbe più difesa legittima, in quanto non sussisterebbe più il requisito dell’attualità. Leggermente diversa, almeno all’apparenza, sarebbe la situazione nel caso in cui la vittima venisse derubata. Questa potrebbe sicuramente reagire al furto tentando di impedirlo, anche con la forza (salvo comunque il requisito della proporzionalità), e potrebbe pure inseguire il ladro messosi in fuga con la refurtiva. In questo caso, l’offesa è diretta al patrimonio, non all’incolumità personale, quindi non cessa finché il proprietario non rientra in possesso dei beni sottrattigli. Va precisato, però, che l’inseguimento dovrebbe essere finalizzato esclusivamente al recupero della refurtiva: una volta recuperata verrebbe meno l’attualità del pericolo (di perdere i propri beni) e quindi ogni atto successivo, come percosse o minacce, non costituirebbe più difesa legittima, ma reato autonomamente punibile. Venendo al caso qui in esame, si può dire che il pericolo per S. fosse attuale? Occorre premettere che, d’ora in avanti, tutto il discorso si baserà su congetture, dato che le indagini sono tutt’ora in corso e la dinamica dei fatti dev’essere ancora chiarita. Adotteremo due versioni alternative della vicenda, considerando, di volta in volta, le circostanze prospettate come certe, al solo scopo di poter capire se, in quei casi, possa o meno operare la scriminante della legittima difesa. La prima versione è quella di S., il quale sostiene di aver sentito dei rumori, di essere uscito dalla camera da letto portando con sé la pistola, di essersi trovato davanti il ladro in una stanza adiacente e, solo dopo averlo avvertito, di avergli sparato vedendo che questi, invece che scappare, gli veniva incontro con fare deciso e minaccioso. Stando così le cose, non vi sarebbe alcun dubbio circa la sussistenza dell’attualità del pericolo di una offesa ingiusta, anzi, le offese in corso sarebbero state due: una contro l’inviolabilità del domicilio, ed una seconda contro l’incolumità fisica. La seconda versione è quella fatta propria, inizialmente, dagli inquirenti, i quali dubitavano della versione fornita da S. per una serie di motivi: 1) il cadavere venne ritrovato in fondo alle scale esterne, non in casa; 2) dai risultati dell’autopsia, pareva che il colpo mortale fosse stato sparato dall’alto verso il basso, cioè dalla cima delle scale; 3) non furono ritrovati segni di effrazione, né tracce di sangue all’interno dell’abitazione. In breve, la Procura riteneva che il ladro non fosse affatto entrato in casa.  A ben vedere però, il requisito dell’attualità risulterebbe integrato anche adottando quest’ultima versione: infatti, l’offesa, perlomeno quella contro il domicilio, era ancora in atto, essendo l’intruso comunque presente nel domicilio di S.

La valutazione del requisito della proporzionalità della difesa rispetto all’offesa sarà quindi determinante. Dottrina e giurisprudenza ritengono che, per stabilirne la sussistenza, occorra valutare il rapporto fra male inflitto all’aggressore e male fronteggiato, tenendo conto dei beni (giuridici) in conflitto. Tale valutazione, rimessa, nell’ipotesi generale di cui all’art. 52, co. 1, c.p., al libero apprezzamento del giudice, è estremamente complessa. Nel nostro caso tuttavia, soccorre il secondo comma dell’art. 52 c.p., aggiunto dall’art. 1 della legge 13 febbraio 2006, numero 59, il quale recita: << Nei casi previsti dall’articolo 614, primo e secondo comma (violazione di domicilio, nda), sussiste il rapporto di proporzione di cui al primo comma del presente articolo se taluno legittimamente presente in uno dei luoghi ivi indicati usa un’arma legittimamente detenuta o altro mezzo idoneo al fine di difendere: a) la propria o la altrui incolumità; b) i beni propri o altrui, quando non vi è desistenza e vi è pericolo d’aggressione>>. La valutazione viene quindi resa più semplice: essendo l’intruso in palese violazione di domicilio, essendo evidentemente S. legittimamente presente nella propria abitazione ed essendo l’arma utilizzata legittimamente detenuta, occorre valutare solamente la sussistenza di almeno una delle due condizioni di cui alle lettere a) e b). Rimanendo nell’ambito della seconda versione, non essendo il ladro ancora entrato, è da escludere che vi fosse una minaccia attuale all’incolumità. Era però in atto un’offesa rivolta al domicilio, quindi vi era sicuramente la necessità di difendere << beni propri o altrui>>, ma, e qui sta il punto, si può dire che vi fossero pericolo di aggressione e mancata desistenza? Sempre entro i termini di questa versione, si profilano due sotto-ipotesi: S. ha sparato al ladro mentre saliva le scale oppure gli ha sparato mentre stava fuggendo. In quest’ultimo caso, la reazione sarebbe molto probabilmente da considerarsi sproporzionata, dato che la fuga rivela inequivocabilmente la desistenza e fa venir meno qualsiasi pericolo di aggressione. Solo se la convinzione degli inquirenti fosse stata questa, si comprenderebbe perché, in un primo momento, avessero contestato ad S. il reato di omicidio doloso. Se, invece, S. avesse sparato al ladro mentre saliva le scale, la valutazione sarebbe più complessa. La giurisprudenza, in casi simili, pare orientata a non riconoscere la proporzionalità, anzi, giunge perfino ad introdurre un requisito aggiuntivo, non previsto dalla legge, come la condizione per la quale la difesa adottata dovrebbe essere l’unica possibile, cioè non dovrebbe essere sostituibile con un’altra meno dannosa per l’aggressore. Si veda, a tale proposito, il caso di Monella, condannato, per omicidio a titolo di dolo eventuale, per aver sparato contro la propria auto e, così facendo, aver cagionato la morte del ladro che la stava manovrando nel suo cortile per sottrargliela. Ritengo però che, senza giungere a teorizzare una sorta di far west, occorrerebbe attenersi più rigorosamente al dato letterale e alla volontà del legislatore, palesemente volta ad ampliare l’ambito di applicazione della scriminante.  L’unica cosa che pare ragionevole richiedere, in quanto connaturata al concetto di “mancata desistenza”, è che, ove possibile, chi si trovi costretto a difendere i propri beni in casa propria, avvisi l’intruso prima di fare uso dell’arma da fuoco. Altro sarebbe intimare l’altolà e poi, mancando la desistenza, sparare, altro sarebbe sparare a sorpresa. Degno di nota pare, in proposito, il fatto che, recentemente, il Presidente della Repubblica abbia concesso la grazia (parziale) a Monella.

Ritornando, infine, alla versione di S. (ha sparato mentre il ladro era in casa che poi, agonizzante, è riuscito a trascinarsi fino all’esterno), accolta ora anche dagli inquirenti, la lettera del secondo comma dell’articolo 52, non lascerebbe spazio per escludere la sussistenza del rapporto di proporzione: l’incolumità del signor S., e quella dei suoi familiari, sarebbero state sicuramente in pericolo, dato che il ladro si sarebbe avvicinato nel buio con fare minaccioso dopo essere stato avvertito.

Resta da esaminare, seppur  brevemente, l’eventuale spazio per la configurazione di una imputazione a titolo colposo (sempre adottando questa versione). Invero, le possibilità astrattamente previste dall’ordinamento sono due: la scriminante putativa, di cui all’art. 59, quarto comma c.p., quando l’errore determinato da colpa ricade sui presupposti di esistenza della circostanza scriminante, e l’eccesso colposo, di cui all’art. 55 c.p., quando, sussistenti i presupposti della difesa legittima, l’errore determinato da colpa consiste nel superamento dei limiti posti dalla legge all’esercizio della difesa legittima. Dispone l’art. 59, quarto comma, c.p. << Se l’agente ritiene per errore che esistano circostanze di esclusione della pena, queste sono sempre valutate a favore di lui. Tuttavia, se si tratta di errore determinato da colpa, la punibilità non è esclusa, quando il fatto è preveduto dalla legge come delitto colposo>>. L’errore, cioè, ricade sulla valutazione delle circostanze in cui si svolge la vicenda: un soggetto, per esempio, potrebbe ritenere erroneamente di essere in pericolo, magari perché in preda al panico, oppure per via delle condizioni esterne (buio, confusione, ecc…). In effetti, nel caso di specie, S. afferma di non aver visto che la vittima non era armata proprio a causa del buio. E’ possibile che vi sia stato un errore di valutazione, ma difficilmente potrebbe essere addebitato a titolo colposo. E’ ragionevole richiedere la massima prudenza a chi si difende, ma non è altrettanto ragionevole imporgli surrettiziamente una sorta di “dovere di sangue freddo”, richiedendo di vagliare con precisione il contesto in cui si svolge l’aggressione. Occorre infatti tenere presente che, il caso qui in esame, e più in generale la fattispecie di cui all’art. 52, secondo comma del codice penale, a differenza dell’ipotesi generale (art. 52, co. 1, c.p.), riguarda persone sorprese nella tranquillità della propria abitazione, spesso svegliate improvvisamente dai rumori provocati da degli intrusi, presumibilmente non ben intenzionati. Una colpa in tale situazione potrebbe essere ravvisabile in casi di evidente negligenza o imprudenza, come nel comportamento di chi, per esempio, sparasse attraverso la porta della stanza da cui provengono i rumori, senza nemmeno curarsi di controllare cosa stia avvenendo all’interno. Nella seconda ipotesi, l’autore, effettivamente aggredito da un terzo, reagisce con una condotta in cui sono ravvisabili gli estremi dell’imprudenza, della negligenza o dell’imperizia, ed allora ricorrerà la figura dell’eccesso colposo di cui all’art. 55 c.p. <<Quando, nel commettere alcuno dei fatti preveduti dagli articoli 51, 52, 53 e 54, si eccedono colposamente i limiti stabiliti dalla legge … ovvero imposti dalla necessità, si applicano le disposizioni concernenti i delitti colposi, se il fatto è preveduto dalla legge come delitto colposo>>. In questo caso la colpa sarebbe ravvisabile, in primis, nel superamento del limite di proporzionalità fra danno minacciato e danno cagionato all’aggressore, per esempio qualora l’autore della reazione difensiva esplodesse un numero irragionevolmente elevato di colpi, quando ne sarebbero bastati uno o due per fermare l’aggressione.  Da ultimo, l’eccesso colposo sussisterebbe nel caso di utilizzo negligente, imprudente od imperito degli strumenti impiegati per difendersi. Anche in ordine a questo profilo i luoghi comuni sono sempre molto abbondanti. La classica affermazione è: “ma non poteva almeno sparare alle gambe?”. Questo equivarrebbe al richiedere, sempre in modo implicito, una sorta di “dovere di addestramento paramilitare”. E’ sicuramente ragionevole pretendere che chi decida di dotarsi di un’arma la sappia anche maneggiare in modo sicuro, per sé e per chi lo circonda, evitando incidenti e spari accidentali, ma non è altrettanto ragionevole imporgli di essere un tiratore infallibile, capace di colpire alle gambe (e possibilmente in punti non vitali!) un aggressore che gli venga incontro, per giunta al buio ed in una situazione di altissimo stress. Per utilizzare un’arma in tal modo occorre un addestramento specifico e costante, non comune nemmeno tra gli uomini d’arme. L’eccesso colposo potrebbe quindi residuare solo in casi di manifesta imperizia (colpo d’avvertimento sparato ad altezza d’uomo, colpo partito accidentalmente in direzione del soggetto che si intendeva solamente intimidire). In conclusione, nel caso del signor S., non vi sarebbe sproporzione nello sparo di un solo colpo verso un aggressore, penetrato furtivamente in casa e presumibilmente armato, né vi sarebbero negligenza od imprudenza, considerando l’avvertimento dato al ladro prima dello sparo, né, da ultimo, vi sarebbe imperizia.

DIEGO CARELLI

BIBLIOGRAFIA:
G. LICCI, Figure del diritto penale, III Edizione, Giappichelli,  Torino, 2013.
C. A. ZAINA, L’art. 52 c.p. una modifica necessaria?,

 

4 Comments

    1. Diego Carelli

      Non ci sono criteri generali ed astratti per operare questa valutazione, occorre quindi porsi in un’ottica caso per caso. Un buon esempio può essere il caso di Ermes Mattielli, che sparò 14 colpi a due ladri sorpresi nella sua officina. Anche se fu condannato per tentato omicidio (quindi senza il riconoscimento della scriminante della legittima difesa), secondo me, in quel caso, i presupposti della legittima difesa c’erano tutti, ma la reazione fu eccessiva: avrebbe potuto fermare i ladri con uno o due colpi, mentre invece, per precipitazione, gli scaricò addosso l’intero caricatore. La prima sentenza, poi annullata in appello, infatti lo condannò per lesioni colpose.

      1. mario

        si ma anche nell’esempio, su quali basi si basa il giudizio?

        Non ci sono criteri generali ed astratti per operare questa valutazione

        si ma il singolo caso su cosa lo valuti?

        1. Diego Carelli

          Non ci sono criteri generali ed astratti per operare questa valutazione, occorre porsi in un’ottica caso per caso, utilizzando il buon senso e le nozioni di comune esperienza.
          Nel caso preso ad esempio, mi pare abbastanza evidente che la reazione, sebbene legittima (nel senso che in quel caso, secondo me, i presupposti della legittima difesa c’erano tutti), sia stata eccessiva ed imprudente. E’ evidente che sparare 14 colpi sia davvero troppo, anche se ovviamente non c’è, e nemmeno potrebbe esserci, una regola scritta che prescriva il numero preciso di colpi che si possono sparare.

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