Sistemi monetari alternativi

“Forex Money for Exchange in Currency Bank” - foto di Epsos.de, licenza CC-BY, Flickr.com
“Forex Money for Exchange in Currency Bank” – foto di Epsos.de, licenza CC BY 2.0, Flickr.com

Il recente intervento governativo volto a evitare il fallimento di quattro banche italiane offre il destro per continuare il discorso sull’inefficienza del “fractional reserve model”, che attualmente costituisce il principale modello operativo nel settore bancario. La tesi da cui il discorso prende le mosse verte sull’inefficacia dell’obbligo per le banche commerciali di costituire depositi presso le banche centrali, da utilizzarsi qualora le prime non siano in grado di restituire le somme depositate e/o investite dai clienti. Rimandando alla prima parte del discorso per i debiti approfondimenti (http://nomodos-ilcantoredelleleggi.it/2015/06/13/islanda-esempio-di-un-fallimento-per-un-sistema-monetario-migliore/) , occorre analizzare ora alcuni modelli monetari che, secondo gli addetti ai lavori, potrebbero efficacemente sostituire l’attuale sistema, evitando i relativi problemi di sovrapproduzione di denaro fittizio.

  • Narrow banking (attività bancaria ristretta)

Con questa espressione si identificano una serie di proposte avanzate tra gli anni 1980 e ’90: seppur con lievi differenze tutte queste proposte si focalizzano sulla separazione delle due principali attività delle banche commerciali: depositi e pagamenti da una parte e prestiti dall’altra.

Le banche ad attività ristretta dovrebbero occuparsi solamente di depositi e pagamenti, senza la possibilità di effettuare prestiti. La remunerazione di tale attività dovrebbe derivare esclusivamente dall’interesse sulle suddette operazioni bancarie. Inoltre tali istituzioni potrebbero essere le uniche ad accedere al sostegno statale in caso di fallimento o bancarotta. Alcuni autori sostengono che debba essere richiesto a queste banche di detenere assets sicuri, quali quelli statali, per poter accedere alle risorse pubbliche in tali situazioni: cosa che, a detta di chi scrive, potrebbe inficiare la validità della proposta in uno scenario in cui i titoli nazionali perdano vertiginosamente valore, come avvenuto per l’Italia negli ultimi anni di crisi.

All’opposto delle banche ad attività ristretta si pongono le banche di investimento che si occupano di effettuare prestiti e, in generale, di tutte le attività finanziarie e di investimento che non sono consentite alle istituzioni del primo tipo. Il patrimonio degli istituti di investimento deve essere composto totalmente da partecipazioni, bond e altri strumenti finanziari e non da depositi di risparmio; inoltre esse non potranno accedere a fondi statali in caso di fallimento, accollandosi in toto i rischi della loro attività.

L’efficienza del sistema sta principalmente nella separazione tra attività lucrative ma rischiose come quelle di investimento e raccolta di risparmio del pubblico: in questo modo i privati non dovrebbero più veder sparire i propri risparmi perchè utilizzati dalle banche in investimenti spregiudicati e operazioni ad alto rischio, evitando che una situazione patologica nel settore del credito possa estendersi a quello del risparmio.

  • LPB – Limited Purpose Banking (Attività bancaria a funzione limitata)

Secondo questa proposta è necessario che l’attività delle banche sia limitata alla loro funzione originaria, cioè l’intermediazione tra chi offre e chi cerca prestiti. Le banche si occupano di fornire al pubblico strumenti che fanno capo ai “borrowers”, catalogati secondo un indice di rischio in basse alle valutazioni di un’Autorità per i Servizi Finanziari appositamente istituita. Le banche in sé non entrano in questo sistema come parti in causa, in quanto autorizzate a possedere solo il denaro necessario per amministrare l’istituzione (gestione degli edifici, pagamento dei dipendenti…). Quale semplice intermediario, la banca non assume alcun rischio e soprattutto non utilizza i soldi dei depositanti per finanziare rischiose attività di investimento, proprio in quanto non  ottiene né il possesso né la disposizione delle somme che gestisce, come avviene invece, ad esempio, nell’attuale modello di conto corrente. Vero è che in questo modo non si possono prevenire eventuali effetti bolla nel mercato finanziario, ma questi dovrebbero ricadere solo sugli investitori che hanno accettato le regole del gioco. Rimane tuttavia il problema dell’accessibilità a questi strumenti da parte dell’investitore medio: il caso delle quattro banche italiane dimostra che quest’ultimo raramente ha piena comprensione di ciò che acquista per i suoi investimenti. Pertanto il modello LPB, seppur pare in grado di evitare crisi sistemiche, lascia comunque i normali cittadini, che non sono investitori professionali, in balia di un sistema di investimento di difficile comprensione, che adesca molti ma ricompensa pochi.

  • Sovereign Money System (sistema del denaro sovrano)

Se i due modelli precedenti tendono a separare l’allocazione e l’utilizzo del denaro, la presente proposta si concentra più sulla sua produzione. Risulta chiaro che se il problema di fondo sta nella sovraproduzione di denaro volatile tramite le operazione di rendicontazione effettuate dalle banche commerciali, spostarne la collocazione semplicemente scindendo l’attività bancaria non risolve la questione. Il Sovereign Money System punta quindi a riallocare la creazione effettiva di denaro, trasferendola dalle banche commerciali alla banche nazionali, espressione del potere sovrano dello Stato.

Innanzitutto le banche divideranno le proprie operazioni in due sezioni: conti di transazione e conti di investimento. I primi potranno essere utilizzati dai clienti per effettuare depositi e pagamenti; il denaro presente su tali conti verrà accreditato sulla corrispondente conto che la banca commerciale sarà costretta ad aprire presso la banca centrale. Da sottolineare che tale denaro rimarrà di proprietà del cliente, diversamente da quanto accade per un normale conto corrente, e non potrà essere utilizzato dalla banca per operazioni diverse dalle due sopra elencate. L’unica fonte di guadagno per le banche, relativamente a questi fondi, deriverà dai costi di gestione a carico del cliente.

Dall’altra parte vi sono i conti di investimento che i clienti della banca possono utilizzare per investire capitale e guadagnare sugli interessi; un conto parallelo relativo agli investimenti della banca sarà tenuto presso la banca centrale. Quando un cliente decide di fare investimenti, il denaro viene spostato dal suo conto di transazione al quello di investimento diventando proprietà della banca, che a sua volta rilascia un titolo corrispondente al cliente. Qualora la banca investa la somma, essa viene depositata nel conto di transazione del beneficiario dell’investimento e la banca riceve un titolo che testimonia il suo credito. La validità di questo sistema sta nel fatto che anche gli investimenti diventano delle semplici transazioni: i conti di investimento sono infatti vincolati e hanno una scadenza predeterminata, quindi le somme qui presenti non possono essere ritirate dal cliente prima del previsto, cosa che determinerebbe il pagamento di un interesse inferiore rispetto a quello atteso e la conseguente creazione di moneta a favore della banca, né essere utilizzati come mezzo di pagamento e/o indebitamento presso terzi da parte delle banche. Anche la volatilità del tasso di interesse tra il momento di costituzione dell’investimento e quello della sua maturazione non risulta problematico in questo modello, in quanto essa risulta eliminata dal fatto che i conti di investimento hanno necessariamente un tasso fisso. Il dubbio sorge però riguardo a un’eventuale insolvenza del beneficiario dell’investimento: il risparmiatore che ha spostato i suoi soldi nel conto di investimento potrebbe non vederli più se, a fronte di una situazione patologica di insolvenza dei suoi debitori, la banca non fosse in grado di restituirli alla fine del periodo di maturazione: sotto questo profilo nulla di nuovo rispetto ai problemi attuali: se ciò succedesse su larga scala i cittadini potrebbero nuovamente vedersi privati dei loro risparmi, come successo ad esempio in Grecia.

Il principale punto di novità del modello riguarda però la produzione di moneta interamente proveniente dalla banca centrale. Essa opererà tramite un Comitato che decreterà l’eventuale aumento di denaro in circolazione al fine di supportare la crescita economica. Per fare ciò la banca centrale aumenterà la riserva di denaro contabile sul conto di transizione appositamente tenuto dal Governo: sarà quest’ultimo, sulla base della normale attività politica e della dinamica parlamentare, a decidere come usarlo. In cambio il Governo emetterà un titolo che rientrerà negli assets della banca  centrale. Tale titolo non andrà ad aumentare il debito del Governo e quindi dello Stato, poiché avrà lo stesso valore della somma “creata” dalla banca centrale, ma senza tasso di interesse: questo dovrebbe portare a mettere in circolazione esattamente la quantità di denaro prodotta dalla banca centrale, senza la ulteriore creazione di moneta derivante dall’interesse. A parere di chi scrive, vi è però una falla importante nel sistema: secondo lo stesso la banca centrale sostiene un costo di produzione del denaro, “vendendolo” poi al Governo al suo valore nominale e realizzando così un profitto. Ebbene il profitto che la banca realizza nella produzione di denaro costituisce ulteriore denaro messo in circolazione, realizzando lo stesso effetto di un interesse, ma anticipato al momento della produzione.

Come si evince da questa breve esposizione si tratta di modelli validi che tuttavia presentano qualche imperfezione, che a parere di chi scrive non impediscono di renderli comunque preferibili all’attuale “fractional reserve model”.

DARIO DITARANTO

Fonti:

Sigurjonsson – Monetary Reform – A Better Monetary System for Iceland