Breve commento al disegno di legge in tema di reato di tortura

"Tortured" di Bill Dickinson, licenza CC BY NC ND 2.0 da www.flickr.com
“Tortured” di Bill Dickinson, licenza CC BY NC ND 2.0 da www.flickr.com

Se il delitto è certo, qualsiasi vessazione dell’individuo – al di là della condanna cui va incontro – è inutile .

Ma se il delitto è “solamente probabile”, allora è “somma ingiustizia” esporre a umiliazioni e tormenti un uomo che potrebbe essere innocente.

(Cuomo F., “Analogia e diversità tra peste e tangenti”, in Verri P., “Osservazioni sulla tortura”, Roma, Newton Compton editori, 1994)

Le pagine più oscure del diritto penale sono da sempre macchiate dai racconti dell’uso della tortura come mezzo per estorcere dichiarazioni ai cittadini diventati vittime di sistemi giudiziari deviati, tuttavia espressione della volontà del potere centrale.

Il “terrore di stato” ha molte facce e gli abusi commessi sui detenuti ne rappresentano soltanto una, oggi al centro della discussione politica e giuridica alla luce dei molti casi che riempiono le prime pagine dei quotidiani.

Il bisogno di arginare violenze e ingiustizie delle forze di polizia, anche come reazione agli abusi commessi durante il regime fascista, ha portato alla ratifica da parte del nostro Paese di molte convenzioni internazionali in materia, la più rilevante delle quali è la Dichiarazione universale dei diritti umani che all’articolo 5 recita: “Nessun individuo potrà essere sottoposto a tortura o a trattamento o a punizione crudeli, inumane o degradanti”.

Questo articolo può essere certamente considerato una importante acquisizione per la tutela dei diritti umani. Attraverso la Dichiarazione universale gli Stati ratificanti esprimono la volontà di auto-limitarsi nel modo di usare i propri poteri di enforcement nei confronti delle persone che si trovano sul proprio territorio, esprimono dunque la volontà di impegnarsi a rispettare anche al proprio interno le decisioni assunte in sede internazionale.

Questa espressione di volontà, tuttavia, nel caso della Convenzione citata non ha efficacia vincolante poiché, seppur contenuta in un documento di alto valore politico e morale, rappresenta pur sempre una raccomandazione della Assemblea Generale delle Nazioni Unite e non di un atto del Consiglio di Sicurezza che invece gode di efficacia vincolante. Questa convenzione è stata seguita da altri documenti internazionali sul tema, ad esempio nel 1966, il 16 dicembre, all’interno del Patto delle Nazioni Unite sui diritti civili e politici, precisamente nell’articolo 2, si trova nuovamente richiamato il divieto di tortura. Il 10 dicembre 1984 a New York viene in fine adottata la più specifica Convenzione contro la tortura ed altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti, ratificata dal nostro Paese nel 1988, la quale prevede che ogni stato si adoperi per perseguire penalmente quegli atti di tortura delineati all’art. 1 della Convenzione stessa.

La ratifica delle convenzioni coerentemente avrebbe dovuto concretizzarsi con l’introduzione nell’ordinamento interno del reato di tortura. L’uso del condizionale qui è d’obbligo, dato che nel nostro ordinamento un reato specifico di tortura ancora non è previsto nonostante ad aprile 2015 sia stata la stessa Corte Europea dei Diritti Umani (CEDU) a condannare l’Italia per i fatti commessi dalle forze dell’ordine nella scuola Diaz durante il G8 del 2001 e abbia sottolineato il vuoto normativo in tema di reato di tortura.

Il dibattito politico ha portato all’elaborazione del disegno di legge S.10,362, 388, 395, 849 e 874, risultato di un lungo iter iniziato in commissione giustizia del Senato il 22 luglio 2013. Il testo venne dunque votato dal Senato il 5 marzo 2014. Trasmesso poi alla Camera, è rimasto in commissione dal 6 maggio 2014 fino a marzo 2015 e votato con modifiche dalla Camera dei deputati il 9 marzo 2015. Il testo votato dal senato a marzo 2014 rubricato “Introduzione del delitto di tortura nell’ordinamento italiano” recitava all’articolo 1: “Nel libro secondo, titolo XII, capo III, sezione III, del codice penale, dopo l’articolo 613 sono aggiunti i seguenti:

Art. 613-bis. – (Tortura). – Chiunque, con violenze o minacce gravi, ovvero mediante trattamenti inumani o degradanti la dignità umana, cagiona acute sofferenze fisiche o psichiche ad una persona privata della libertà personale o affidata alla sua custodia o autorità o potestà o cura o assistenza ovvero che si trovi in una condizione di minorata difesa, è punito con la reclusione da tre a dieci anni.

Se il fatto è commesso da un pubblico ufficiale nell’esercizio delle funzioni ovvero da un incaricato di un pubblico servizio nell’esercizio del servizio, la pena è della reclusione da cinque a dodici anni. Se dal fatto deriva una lesione personale le pene di cui ai commi precedenti sono aumentate. Se dal fatto deriva una lesione personale grave le pene sono aumentate di un terzo e della metà in caso di lesione personale gravissima.

Se dal fatto deriva la morte quale conseguenza non voluta, la pena è della reclusione di anni trenta. Se il colpevole cagiona volontariamente la morte, la pena è dell’ergastolo”.

Si nota subito come il comma 1 riprenda le diciture dei trattati internazionali, le quali lasciano aperti molti problemi interpretativi ma essendo così generali permettono all’interprete di adattare la norma ai casi concreti. I primi commentatori di questo testo hanno rilevato però diverse criticità, a partire dall’uso del plurale nelle espressioni “violenze o minacce gravi”, che taglia fuori dalla tutela penale la singola violenza o minaccia grave. La caratteristica più problematica di questo testo è il fatto che il reato sia qualificato come reato comune e non come reato proprio del pubblico ufficiale (e gli appartenenti alle forze di polizia sono verosimilmente pubblici ufficiali), essendo punibile “chiunque” commetta determinati atti, quindi qualunque cittadino. Questo è chiaramente un compromesso che gioca a favore delle forze di polizia, poiché la fattispecie prevede nei loro confronti solo una aggravante senza individuare nella persona che esercita la forza pubblica la figura del torturatore, anche se è proprio questo l’aspetto più problematico del discorso. La qualifica di reato comune infatti è stata sempre caldeggiata apertamente dal sindacato di polizia e dalle forze politiche vicine ad esso, che in Italia riescono nel loro intento. Altri Paesi europei invece hanno previsto reati di tortura propri dei pubblici ufficiali, essendosi meglio adeguati alle spinte sia interne che sovranazionali.

Ma vediamo ora le modifiche apportate dalla Camera nel marzo 2015 all’articolo 1: “Nel libro secondo, titolo XII, capo III, sezione III, del codice penale, dopo l’articolo 613 sono aggiunti i seguenti:

Art. 613-bis. – (Tortura). – Chiunque, con violenza o minaccia ovvero con violazione dei propri obblighi di protezione, di cura o di assistenza, intenzionalmente cagiona ad una persona a lui affidata, o comunque sottoposta alla sua autorità, vigilanza o custodia, acute sofferenze fisiche o psichiche al fine di ottenere, da essa o da un terzo, informazioni o dichiarazioni o di infliggere una punizione o di vincere una resistenza, ovvero in ragione dell’appartenenza etnica, dell’orientamento sessuale o delle opinioni politiche o religiose, è punito con la reclusione da quattro a dieci anni.

Se i fatti di cui al primo comma sono commessi da un pubblico ufficiale o da un incaricato di un pubblico servizio, con abuso dei poteri o in violazione dei doveri inerenti alla funzione o al servizio, si applica la pena della reclusione da cinque a quindici anni.

Ai fini dell’applicazione del primo e del secondo comma, la sofferenza deve essere ulteriore rispetto a quella che deriva dall’esecuzione di legittime misure privative o limitative di diritti. Se dal fatto deriva una lesione personale le pene di cui ai commi precedenti sono aumentate. Se dal fatto deriva una lesione personale grave le pene sono aumentate di un terzo e della metà in caso di lesione personale gravissima. Se dal fatto deriva la morte quale conseguenza non voluta, le pene sono aumentate di due terzi. Se il colpevole cagiona volontariamente la morte, la pena è dell’ergastolo.”

Si nota come il testo contenga opportunamente il termine “violenza” al singolare, quindi ipoteticamente non servirebbe la prova di più di un atto violento, bensì basterebbe la prova di un solo atto. La modifica, pur mantenendo la natura comune del reato, aggiunge specificazioni al tipo di condotta violenta che deve essere tesa a determinati scopi, come quello di ottenere informazioni da una persona sottoposta alla propria vigilanza. Ciò avvicina di più la fattispecie astratta al tipo di casi di tortura sanzionati ad esempio dalla sopracitata sentenza di condanna CEDU. La modifica continua inasprendo le pene qualora l’autore della condotta sia un pubblico ufficiale. In generale quindi la possibilità di approvazione di un siffatto articolo è stata accolta favorevolmente dai sostenitori della necessità di avere un reato di tortura anche in Italia, che hanno considerato questo secondo testo più completo e garantista rispetto al progetto iniziale. L’iter avrebbe potuto concludersi qui, con l’entrata in vigore del reato di tortura. Ciò non si è verificato poiché nel luglio 2015 al Senato, in commissione, è intervenuta una ulteriore modifica che ha ovviamente avuto l’effetto di rallentare ancora i tempi. Il testo ufficiale di questo ultimo passaggio al Senato è ancora in fase di redazione, ma dai lavori in corso in commissione giustizia alcune parti sociali come l’associazione Antigone temono che si torni all’impostazione di partenza che non punisce il singolo atto di tortura ma richiede violenze reiterate per configurare il reato. Sarebbe una chiara vittoria per le forze politiche e sociali che si battono apertamente contro l’inserimento nel codice penale di un reato di tortura contro le forze di polizia e una sconfitta per chi ritiene necessario che la legittima attività di enforcement sia ispirata a trasparenza e rispetto dei diritti umani fondamentali.

FEDERICA NOTTE

SITOGRAFIA

www.penalecontemporaneo.it

www.repubblica.it

www.associazioneantigone.it

www.senato.it

www.camera.it

www.amnesty.it

 

2 Comments

  1. Federica Notte

    Io sono invece d’accordo con chi sostiene che la mera qualifica di reato comune aggravato sia un compromesso adottato per eludere la condanna CEDU e non risolvere il problema di vuoto normativo in questa materia. Infatti non sono d’accordo con chi ritiene che la qualifica di reato proprio vada a demonizzare l’operato delle forze dell’ordine. Ritengo infatti che un uso legittimo della forza che sia ispirato a trasparenza e rispetto dei diritti di tutti, tramite l’inserimento di limiti precisi e netti che devono essere rispettati dagli agenti, possa migliorare il rapporto di fiducia tra cittadini e forze dell’ordine e di conseguenza possa favorire anzichè peggiorare il rispetto delle regole di ordine pubblico e sicurezza, proprio quelle regole che le forze dell’ordine sono tenute ad applicare. In ogni caso un reato di tortura proprio non esclude la possibilità di inserire anche un reato di tortura comune che renderebbe condannabile chiunque per tortura (e non per altri reati gia presenti nel CP).
    Non so sinceramente in Inghilterra come funzioni il sistema di polizia giudiziaria, ma se in Italia, in una ipotesi di fantadiritto, dovessero essere assegnati compiti di polizia giudiziaria a compagnie private, probabilmente questi soggetti nell’esercizio dei compiti pubblici verrebbero assoggettati alla stessa disciplina prevista per le forze dell’ordine pubbliche, cioè non verrebbero considerati comuni cittadini.
    Spero di aver chiarito nel modo migliore il mio pensiero, la ringrazio per l’attenzione prestata al mio lavoro.
    F.N.

  2. Diego Carelli

    Il fatto che sia qualificato come reato comune, secondo me, non va valutato negativamente. Negli ultimi anni, soprattutto nel Regno Unito, è diventato comune affidare la gestione di molti compiti propri della polizia penitenziaria a compagnie di sicurezza private. Se ciò dovesse diventare comune anche in Italia, il “chiunque” potrebbe rivelarsi molto prezioso!

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