L’ingresso della Turchia nell’Unione europea: una questione aperta

"European flags in the Jardin du Luxembourg, Paris" di Vincent Garcia, licenza CC BY - NC - ND 2.0 da www.flickr.com
“European flags in the Jardin du Luxembourg, Paris” di Vincent Garcia, licenza CC BY – NC – ND 2.0 da www.flickr.com

Sin dal 1959 la Turchia è parsa interessata a stringere rapporti con l’allora Comunità Economia Europea. Per più di quarant’anni è sembrata prospettarsi un’evoluzione in questo senso, con il riconoscimento, negli anni ’90, dell’unione doganale della Turchia con l’Unione europea e l’acquisizione dello status di paese candidato a membro della stessa. Nel 2005 sono iniziati i negoziati per l’adesione e da qui sono emersi diversi problemi.

Vediamo quali sono i passaggi necessari ad uno Stato per entrare a far parte dell’UE:

–  Innanzitutto essere situato nel territorio dell’Europa geografica;

–  Deve poi rispettare i criteri di Copenaghen, cioè i criteri di ammissibilità. Il primo riguarda la necessità della presenza di istituzioni che garantiscano la democrazia e lo stato di diritto, la tutela dei diritti dell’uomo e quella delle minoranze etniche; il secondo richiede un’economia di mercato stabile e la capacità di far fronte alla concorrenza interna all’Unione. Infine si richiede la capacità di portare a termine gli impegni politici, economici e monetari derivanti dall’adesione;

– Lo Stato deve inoltre garantire che il diritto comunitario sia recepito e attuato nell’ordinamento nazionale;

  • Fondamentale è poi il rispetto dell’articolo 2 del Trattato sull’Unione Europea (TUE) che recita:       “L’Unione si fonda sui valori del rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle persone appartenenti a minoranze. Questi valori sono comuni agli Stati membri in una società caratterizzata dal pluralismo, dalla non discriminazione, dalla tolleranza, dalla giustizia, dalla solidarietà e dalla parità tra donne e uomini.
  • Infine, l’articolo 49 indica la base giuridica necessaria per qualsiasi stato che voglia aderire all’UE: innanzitutto è richiesto il rispetto e la promozione dei valori stabiliti dall’articolo 2. Solo in questo caso lo Stato può presentare domanda di adesione, che sarà valutata dal Consiglio (previa consultazione alla Commissione e previa approvazione del Parlamento Europeo) con pronuncia all’unanimità. Inoltre, gli Stati Membri e lo Stato Richiedente devono sottoscrivere un accordo contenente le condizioni di ammissione e gli adattamenti ai trattati che sono alla base dell’Unione Europea.

È stata proprio nella fase di negoziazione dell’accordo tra Stati Membri e Stato Richiedente che il processo di adesione della Turchia si è inceppato. Quali sono le perplessità circa il suo ingresso?

Già prima dell’avvio dei negoziati erano sorte problematiche circa la componente religiosa della Turchia in quanto stato a maggioranza islamica. Secondo alcuni in realtà questo fattore avrebbe potuto essere positivo, poiché la Turchia avrebbe potuto costituire uno stato-ponte tra l’Europa e l’Islam, secondo altri invece non era possibile integrare questa componente nell’UE, ma è anche vero che tra i criteri di Copenaghen non è prevista la necessità di appartenere ad una religione piuttosto che un’altra.

Questi criteri però, insieme all’articolo 2 TUE, prevedono che si debba trattare di uno stato democratico, che tuteli i diritti dell’uomo e delle minoranze etniche e non paiono soddisfatti, soprattutto gli ultimi due. Innanzitutto la Turchia non riconosce il Genocidio degli Armeni e fino a pochi anni fa l’articolo 301 del codice penale turco, oggi parzialmente modificato, prevedeva tra i reati di “offesa alla Turchia” anche solo parlarne, norma che aveva permesso di mettere sotto processo molti scrittori e giornalisti.

Nel 2014, è stato eletto Presidente della Repubblica Turca Tayyp Erdogan, leader del partito AKP (il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo), noto per esser stato condannato in gioventù per incitamento all’odio religioso e per aver dichiarato, appena un paio di anni fa, che donne e uomini non sono uguali perché lo status assegnato alla donna dall’Islam è quello di madre (ma che in Turchia la condizione della donna non sia tra le più privilegiate non è una novità). C’è da dire che era stato proprio Erdogan, nel 2003, ad attivarsi per far rientrare la Turchia nei parametri europei, abolendo la pena di morte e promuovendo il riconoscimento dei diritti della minoranza curda. Dalla sua elezione però, il Presidente pare aver cambiato rotta, e il suo scopo principale sembra essere una riforma costituzionale in senso presidenzialista. Anch’egli nega il Genocidio degli Armeni ed è stato accusato, sebbene senza prove certe, di essere responsabile di alcune morti avvenute durante manifestazioni per la pace e la democrazia promosse da partiti progressisti. Tutto ciò non aiuta a far cambiare idea a chi ritiene che la Turchia non rispetti i valori all’articolo 2 TUE che, come ho già detto, costituiscono la base portante dell’Unione.

Altri dubbi sono stati sollevati sotto il profilo della territorialità: già nel 2002, Giscard D’Estaing, l’allora Presidente della Convenzione Europea, aveva fatto notare che il 95% del territorio turco, compresa la capitale, e la maggioranza della popolazione, sono situati in Asia. Altra questione è legata alla popolosità della Turchia che le consentirebbe di avere un peso eccessivo all’interno del Parlamento Europeo, ma non si comprende come non si sia pensato a tutto ciò prima di intraprendere i negoziati per l’adesione.

L’evento più recente riguarda l’accordo raggiunto negli ultimi mesi tra Turchia e Unione Europea circa il problema dei rifugiati siriani che si accalcano alle frontiere europee. Secondo questo accordo, la Turchia s’impegna a trattenere i rifugiati sul suo territorio, in cambio di tre milioni di euro per la gestione degli stessi, della liberalizzazione dei visti d’ingresso per i cittadini turchi e dell’accelerazione dei negoziati per l’ingresso della Turchia nell’UE. L’accordo sembra vantaggioso per entrambe le parti, ma ci sono parecchi dubbi circa la gestione dei rifugiati in termini di diritti umani. Pare, infatti, che alcuni di questi siano sfruttati dalle industrie turche per produrre a costi minori e che in qualche caso i siriani siano stati respinti alle frontiere con metodi non molto civili.

Le perplessità riguardano dunque soprattutto l’aspetto “umanitario” e culturale: la Turchia è pronta ad entrare in un’unione di stati che pongono alla base della stessa democrazia e diritti umani? E se non lo è, come mai si è arrivati alla fase di negoziazione, quando l’articolo 49 TUE pone come requisito anche solo per presentare la domanda di adesione il rispetto dei valori all’articolo 2 TUE?

CRISTINA VALLINO

Sitografia:

Eur-lex.europa.eu

Ec.europa.eu

Bibliografia:

Carlo Marsili, La Turchia bussa alla porta

 

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