Il sistema degli “hot – spot” tra accoglienza dei richiedenti asilo e espulsione dei migranti irregolari

"Refugees" di Climatalk.in, licenza CC BY NC 2.0 da www.flickr.com
“Refugees” di Climatalk.in, licenza CC BY NC 2.0 da www.flickr.com

Il 17 settembre 2015, a Lampedusa, ha cominciato ad essere operativo – in via sperimentale  – il primo “hot spot” italiano, che ha la  funzione di identificare i migranti che tentano di entrare in Europa. A partire dal 2016 sono entrati in funzione anche quelli di Trapani e Pozzallo. Di quest’ultimo sono state recentemente denunciate le condizioni degradanti con riferimento ai servizi medico-umanitari. Oltre all’Italia, anche la Grecia sta sperimentando questo nuovo metodo, ideato dalle istituzioni europee per affrontare i flussi migratori degli ultimi anni.

Tra gli strumenti proposti dalla Commissione Europea nell’Agenda sull’Immigrazione rilasciata nel maggio 2015, infatti, figurano questi cosiddetti “punti di crisi”, presso i quali le autorità nazionali, in collaborazione con alcune agenzie dell’Unione, dovranno bloccare e registrare i migranti approdati sulle coste italiane o greche, tramite il rilevamento delle impronte digitali. Non è del tutto chiaro, tuttavia, se la loro funzione sia quella di centri di accoglienza per richiedenti asilo o di detenzione per i migranti che dovranno essere rimpatriati – o come si possano conciliare tali due distinte funzioni. Secondo le indicazioni della Commissione, infatti, chi presenta domanda di asilo sarà subito ammesso alla relativa procedura, mentre per chi non necessita di protezione, è previsto il rimpatrio. Per l’uno o per l’altro fine, gli agenti nazionali presenti nei centri sono supportati dal personale delle agenzie europee che si occupano di immigrazione ed asilo: da un lato le squadre di sostegno dell’EASO (European Asylum Support Office) affiancano gli organi nazionali nel trattamento delle domande di asilo; dall’altro Frontex sta coordinando le operazioni di rimpatrio aiutando gli Stati Membri. Europol ed Eurojust infine assistono lo Stato membro ospitante con indagini volte a smantellare le reti della tratta e del traffico di migranti.  Ad aumentare la complessità della funzione di tali centri, vi è infine il fatto che alcuni richiedenti asilo (siriani, somali ed eritrei), una volta accolti, devono essere “ricollocati” verso altri Stati Membri (coma previsto dal piano di ricollocamento della Commissione europea), mentre gli altri resteranno in Italia o in Grecia.

Dal punto di vista giuridico, è tutt’ora assenta una legittimazione giuridica di tali strumenti: in Italia, ad esempio, questi sono stati istituiti con la Circolare del Ministero dell’Interno del 6 ottobre 2015, ma non sono regolati da nessuna legge. Questo è tanto più allarmante qualora si consideri che all’interno degli hot-spot è permessa la detenzione – potenzialmente illimitata – dei migranti che non sono ammessi alle procedure di riconoscimento della protezione internazionale. Tale profilo è suscettibile di porsi in contrasto con l’articolo 13 della Costituzione, che sancisce l’inviolabilità della libertà personale e ne sottopone la restrizione ad una riserva di legge.

Inoltre, come emerso da numerose denunce effettuate da organizzazioni operanti nel settore (cfr. le posizioni di ECRE, CIR e ASGI), tali centri pongono non poche problematicità in riferimento al rispetto dei diritti umani delle persone coinvolte. Gli aspetti più sensibili – e che sollevano interrogativi che non hanno ancora trovato risposta – riguardano il rilevamento di impronte imposto nel processo di registrazione del migrante; il diritto a cercare protezione internazionale e ad una approfondita ed effettiva presa in considerazione della domanda; infine, la detenzione dei migranti qualora debbano essere espulsi. Di seguito verranno affrontati brevemente tali punti critici con riferimento alla situazione italiana:

  1. Rilevamento delle impronte. Lo strumento principale utilizzato dagli agenti nazionali, in accordo e collaborazione con gli operatori di Frontex, per l’identificazione dei migranti approdati ai “punti di crisi” è quello del rilevamento delle impronte, in conformità agli articoli 4 (1) e 8 (1) del Regolamento Eurodac del 2000; su tale prassi si era già espressa la Commissione europea a maggio del 2015, richiamando che tutti “i mezzi ragionevoli e proporzionati possano essere utilizzati per eseguire tale obbligo di rilevamento”. Tutti i mezzi, compreso quindi l’uso proporzionato della forza (anche se non viene definito quando tale uso si possa considerare proporzionato), lo strumento della detenzione e la minaccia di espulsione. Il rilevamento delle impronte in un determinato Stato comporta l’applicazione del sistema di Dublino e quindi l’obbligo per il richiedente di fare domanda di asilo nello Stato che ha registrato il migrante. Sul piano pratico, ad esempio nel caso italiano, questo ha comportato, e spesso comporta, il rifiuto da parte del richiedente asilo di rilasciare le proprie impronte nel primo stato di ingresso. Nonostante tale problema sia al momento circumnavigato per quanto riguarda i richiedenti per cui il tasso di riconoscimento di protezione è superiore al 75% – siriani, iracheni, somali ed eritrei – che sono soggetti alla ricollocazione (obbligatoria) negli Stati Membri, questo non viene meno per tutti i restanti richiedenti asilo, provenienti da altri paesi.
  2.  Diritto alla protezione internazionale. Tale problematica si pone soprattutto per quei richiedenti asilo che non verranno ricollocati e quindi saranno vincolati alla presentazione della domanda in Italia. Secondo le previsioni della Commissione “chi presenterà domanda di asilo sarà immediatamente immesso in una procedura di asilo cui contribuiranno le squadre di sostegno dell’EASO trattando le domande quanto più rapidamente possibile”: secondo il parere di organizzazioni internazionali, tra cui ECRE e UNHCR, il trattamento velocizzato della richiesta di protezione internazionale si pone in contrasto con uno degli obiettivi principali fissati dalla Direttiva Procedure (2005/85/CE), cioè l’esame completo e congruo della domanda di protezione (Articolo 8), nel pieno delle garanzie fornite (Articolo 10). In base ai riscontri pratici risultanti dalle denunce di Asgi, Associazione a Buon Diritto e Oxfam sulle pratiche effettuate nel “punto di crisi” di Lampedusa, è difficile sostenere che il trattamento delle domande di asilo avvenga nel pieno rispetto della normativa europea che disciplina tale processo: i migranti sono spesso sottoposti a interrogazioni velocizzate ed approssimative, inadatte a fondare una richiesta d’asilo. Secondo Lorenzo Trucco, presidente di ASGI, “la nuova procedura hotspots, che di fatto lede il diritto di chiedere protezione internazionale, non è prevista dalle norme comunitarie ed è certamente contraria a quelle nazionali. Ormai sono centinaia i casi di c.d. “respingimenti differiti”: persone sbarcate sulle coste siciliane, spesso ancora traumatizzate dal viaggio e da quanto vissuto in Libia, sottoposte a sommarie interviste di cui non comprendono la finalità e infine oggetto di un decreto di espulsione senza che la loro situazione individuale venga minimamente presa in considerazione”. Una simile denuncia è contenuta nel Rapporto sui Centri di Identificazione ed Espulsione rilasciato dalla Commissione Straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani del Senato: spesso la scelta o meno di avviare una procedura per il riconoscimento del diritto d’asilo viene effettuata nel corso delle sommarie procedure di “pre-identificazione”.
  3.  Detenzione. Un ultimo motivo di allarme è rappresentato dalla pratica di detenere i migranti che non hanno presentato domanda di asilo o la cui domanda viene “nel più breve tempo possibile” ritenuta infondata, o ancora chi – compresi i richiedenti protezione internazionale – rifiuta di farsi rilevare le impronte. Tale uso della detenzione, volto ad impedire ai migranti di circolare liberamente, ed ultimamente sempre più avallato dalla istituzioni europee, si pone in contrasto con le disposizioni della Direttiva Rimpatri (2008/115/CE), che prevede che il trattenimento sia impiegato solo come misura di ultima istanza, nei casi di rischio di fuga o nei quali il migrante ostacoli il processo di rimpatrio (articolo 15). Lo scorso 6 ottobre, l’Alto Commissario per i diritti dell’uomo delle Nazioni Unite, Zeid Raad al-Hussein, ha espressamente chiesto agli Stati interessati di evitare che gli “hot-spot” si trasformino in centri di detenzione alternativi. Pochi giorni prima, il 2 ottobre, Christopher Hein di CIR aveva documentato il caso di un gruppo di 16 gambiani che, poco dopo il loro arrivo al “punto di crisi” di Lampedusa, erano stati deportati nel CIE di Caltanissetta, con una procedura di rimpatrio già avviata e senza che questi avessero avuto la possibilità di presentare domanda di asilo nel rispetto di tutte le garanzie previste.  Per concludere, basti sottolineare come il “nuovo metodo” degli hot spot, entrato in vigore da poco più di sei mesi, stia innescando una politica di differenziazione tra i migranti, distinguendo tra migranti economici e richiedenti asilo, ma stia soprattutto negando a chi ne è titolare il diritto a fare richiesta d’asilo, spesso in contrasto con le stesse normative europee ed italiane in materia.

ELEONORA CELORIA

Bibliografia

Nell’articolo è possibile trovare i link relativi alle fonti consultate; a queste è da aggiungersi il manuale:  Steve Peers, EU Immigration and Asylum Law (Text and Commentary): Second Revisited Edition, vol. 2: EU Immigration Law