Il ddl Cirinnà sulle unioni civili e le convivenze di fatto

"Rainbow", foto di Benson Kua, licenza CC BY-SA 2.0, www.flickr.com
“Rainbow”, foto di Benson Kua, licenza CC BY-SA 2.0, www.flickr.com

L’ipocrisia del legislatore italiano in un testo normativo di compromesso che nasce già superato: meglio di niente?

Introduzione:

Il 25 febbraio 2016 il Senato della Repubblica ha approvato, in prima lettura, con 173 voti favorevoli e 71 contrari, il c.d. maxiemendamento governativo 1.10000, interamente sostitutivo del ddl n. 2081, c.d. ddl Cirinnà, recante Regolamentazione delle unioni civili fra persone dello stesso sesso e disciplina delle convivenze, confermando così la fiducia dell’Aula al Governo. Il provvedimento è ora all’esame della Camera dei deputati per l’eventuale approvazione definitiva.

Si tratta, come affermato nella relazione introduttiva dalla stessa sen. Cirinnà (relatrice del testo in Commissione), di un disegno di legge “volto a dotare il nostro ordinamento di una disciplina legislativa statale di riconoscimento giuridico delle coppie formate da persone dello stesso sesso e dei diritti delle coppie di fatto”[1]. Non solo, esso rappresenta altresì “lo stato di maturazione ed elaborazione normativa più avanzato mai raggiunto fino ad oggi, da qualunque proposta di legge sulla stessa materia”[2].

Con tale ddl, dunque, il legislatore tenta di colmare il ritardo approssimativamente ventennale che contraddistingue il nostro ordinamento in materia, intervenendo lungo due direttrici: da una parte istituendo e regolando l’unione civile quale specifica formazione sociale ai sensi degli articoli 2 e 3 della Costituzione e dall’altra recando la disciplina delle convivenze di fatto (art. 1, c. 1 del testo approvato).

Soffermandoci sulla tematica delle unioni civili appare evidente il richiamo a quanto affermato dalla Corte costituzionale nella sua sentenza n. 138 del 14 aprile 2010, nella quale si affermava infatti chiaramente che “nella nozione di formazione sociale di cui al menzionato parametro [ossia l’art. 2 Cost.] sia da annoverare anche l’unione omosessuale” e si esortava il Parlamento a pervenire alla definizione di forme di tutela e garanzia per dette formazioni sociali, escludendo semplicemente (e basando su questa esclusione il rigetto della questione di legittimità costituzionale di specie) che la nozione di matrimonio di cui all’art. 29 Cost. imponesse l’estensione dell’istituto matrimoniale anche alle coppie omosessuali (sulla questione inversa – e cioè se quella stessa nozione di matrimonio impedisca tale estensione – la Corte non si è pronunciata, ed è questione che non ha rilevanza, attualmente, per la nostra analisi).

Il monito della Corte, tuttavia, non è affatto l’unica pressione cui il ddl in esame cerca di fare fronte. A tacere dell’esigenza di rispondere ad istanze sociali, infatti, un semplice sguardo di insieme al quadro europeo (e mondiale) di protezione delle coppie omosessuali basta a rendere chiunque consapevole del ritardo che l’Italia ha in materia accumulato rispetto ad altri ordinamenti e Paesi (occidentali e non solo) che per affinità giuridica, storica, sociale, culturale ed economica le sono paragonabili. Membro fondatore dell’Unione europea è oggi l’unico Paese dell’Europa occidentale a non prevedere alcun tipo di tutela organica per tali coppie e, a livello di Unione (alla quale uniamo anche Svizzera, Norvegia ed Islanda), ha come compagni unicamente Lituania, Lettonia, Polonia, Slovacchia, Bulgaria e Romania (da quando Grecia, Cipro e addirittura l’Irlanda sono pervenuti al riconoscimento del matrimonio o dell’unione civile). Quanto al tema delle adozioni (piene o quanto meno nella formula dell’adozione del figlio del partner) solamente Grecia, Cipro, Repubblica Ceca, Svizzera, Ungheria e Portogallo non prevedono nulla, pur ammettendo il matrimonio o l’unione civile. Non può poi essere taciuto il monito da ultimo levato dalla Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo con la sentenza 21 luglio 2015, caso Oliari e altri c. Italia[3], con la quale la Corte sanziona il nostro Stato per la violazione dell’art. 8 CEDU (rispetto della vita familiare) proprio in quanto carente del riconoscimento delle unioni civili (ponendosi altresì in parziale superamento della propria giurisprudenza precedente – ferma nel ritenere che la questione fosse largamente riconducibile alla discrezionalità dei singoli Stati – dal momento che ormai sta diventando diritto comune di numerosissimi Stati europei il riconoscimento delle coppie omosessuali) .

A livello mondiale, poi, un qualche tipo di tutela (che oggi è sempre più individuata nell’estensione dell’istituto matrimoniale) è apprestato in Australia, Stati Uniti, Canada, Sud Africa, Messico e numerosi Paesi dell’America Latina (Brasile ed Argentina in testa).

Se il dato non fosse di per sé sufficiente a segnare l’entità e la gravità del ritardo basterebbe ricordare che il primo Stato a legalizzare le unioni civili fra persone dello stesso sesso è stata la Danimarca nel 1989 e che il primo a legalizzare il matrimonio omosessuale sono stati i Paesi Bassi nel 2001. Sono passati, rispettivamente, 27 e 15 anni.

Iter parlamentare e opinioni politiche:

Prima di affrontarne il contenuto, è bene tratteggiare, assai rapidamente, l’iter parlamentare che ha permesso l’approvazione del ddl Cirinnà e le opinioni politiche che lo hanno accompagnato. È vero che la nostra analisi – come di consueto – si prefigge l’obiettivo imprescindibile di approfondire la tematica dal punto di vista squisitamente giuridico, ma è altresì vero che, oggi, forse nessun’altra questione è carica di risvolti politici come quella in esame. È per questo che, pur senza voler orientare in nessun senso il lettore, sentiamo il dovere di richiamare le opinioni politiche che – nell’Aula del Senato – si sono confrontate circa il metodo e il merito dell’approvazione del ddl.

Il ddl Cirinnà (Monica Cirinnà è senatrice del PD), nel testo originale, viene comunicato alla Presidenza del Senato il 6 ottobre 2015 e da lì inizia il suo iter, in linea teorica facilitato dal fatto che il Governo Renzi, ormai stabilmente insediatosi da alcuni anni, sia sostenuto principalmente (anche se non unicamente) dal PD, nel cui programma la questione trovava ampia cittadinanza.

A seguito delle inevitabili polemiche (immancabile ed invadente l’intervento della CEI e del suo Presidente, il cardinal Bagnasco, volto ad ottenere il voto segreto e a stigmatizzare come parte di una più ampia “mutazione culturale che attraversa l’Occidente”[4] il riconoscimento delle unioni civili) e degli innumerevoli dibattiti seguiti al progetto Cirinnà, la maggioranza (sostenuta, com’è noto, da NCD – Nuovo Centrodestra, contrario su alcuni punti) si incrina, gli emendamenti si moltiplicano (soprattutto a firma Lega Nord) e il Governo, per procedere comunque all’approvazione, ricerca un ampio sostegno parlamentare intorno al c.d. supercanguro, ossia ad un emendamento “ponte” che, una volta approvato, avrebbe concesso di superare moltissimi emendamenti e velocizzare l’intero iter. Il M5S (Movimento 5 Stelle), chiamato a votare il supercanguro, si tira indietro, considerandolo illegittimo ed inutile (a sua detta il ddl si sarebbe potuto approvare con un normale iter parlamentare, nonostante gli emendamenti).

A questo punto il Governo decide di riconsiderare il testo, arrivando ad un’intesa con NCD, la quale, in alcuni punti controversi ed importanti, modifica l’impianto originario della legge. L’intesa si concretizza in un maxiemendamento interamente sostitutivo del ddl (e composto da un solo articolo e ben 69 commi) presentato dal Ministro per i rapporti con il Parlamento Maria Elena Boschi e sul quale il Governo pone la fiducia, accordata con la votazione del 25 febbraio. Le differenze fra il testo del ddl e del maxiemendamento sono tre, e tutte e tre importanti:

  1. Viene soppresso il riferimento alla c.d. stepchild adoption (l’adozione del figlio del partner), rinvigorendo l’idea di quanti sostenevano che il progetto nascesse già “vecchio”, già superato;
  2. Viene soppresso il riferimento agli articoli del codice civile sull’obbligo di fedeltà fra coniugi (ed è soprattutto a questo riguardo che si può parlare di “ipocrisia” del legislatore, come si specificherà oltre);
  3. Viene, in ultimo, eliminato il riferimento all’assegno di mantenimento in caso di cessazione della convivenza di fatto.

In definitiva, tracciando un quadro di insieme, appare evidente che, come lamentato da SEL, M5S e altri, il maxiemendamento rappresenti un “accordo al ribasso”[5] con NCD (accontentato su un tema che il Governo avrebbe dovuto forse avere il coraggio di portare fino in fondo, non mancandone – come delinato sopra – l’urgenza) e che la fiducia richiesta dal Governo sia quanto meno poco ortodossa (proprio perché insistente su un accordo di tal tipo e, soprattutto, in quanto relativa ad un ddl di iniziativa parlamentare). Allo stesso modo appare chiaro che ugualmente patologica debba considerarsi la presentazione di emendamenti a valanga (LN) ed anche la totale indifferenza a qualsivolgia tentativo di collaborazione costruttiva (M5S).

Infine, secondo la sen. Cirinnà, il maxiemendamento rappresenta un buon risultato, dal momento che “il venir meno del sostegno di M5S al supercanguro, che conteneva i principi fondamentali della legge, avrebbe condannato all’immobilismo”[6]. Quanto alla promessa di “approvare una riforma organica della legge sulle adozioni”[7], si vedrà.

Contenuto del testo di legge approvato dal Senato:

Unioni civili:

 I commi 1-35 dell’art. 1 del testo approvato disciplinano l’unione civile, intesa come specifica formazione sociale tra persone dello stesso sesso: è dunque un istituto giuridico aperto alle sole coppie omosessuali, alternativo al matrimonio (riservato, nelle intenzioni del legislatore, alle coppie eterosessuali) ed evidentemente diverso dalla convivenza di fatto (commi 36-65), che è, appunto, una situazione di mero fatto.

In breve possiamo dire che la regolazione delle unioni civili richiama in tutto e per tutto quella del matrimonio, con l’esclusione di alcune vistose eccezioni che analizzeremo.

Anzitutto l’unione civile si costituisce con dichiarazione di fronte all’ufficiale di stato civile ed alla presenza di due testimoni, cui segue la registrazione nell’archivio dello stato civile. Ne sono cause impeditive le medesime cause che inibiscono il matrimonio (soprattutto i vincoli di parentela di cui all’art. 87 c.c.), a volte semplicemente richiamate con rinvio ai relativi articoli del codice civile, a volte (come ad es. nel caso degli artt. 122-3 c.c.) opportunamente riscritte ed adeguate.

L’unione civile si scioglie per morte o dichiarazione di morte presunta di una delle parti, nonché per numerose cause previste dall’art. 3 della legge 1 dicembre 1970, n. 898 (ossia la legge sullo scioglimento del matrimonio), nonché per la volontà – manifestata anche disgiuntamente dalle parti davanti all’ufficiale di stato civile – di scioglierla (alla dichiarazione dovrà poi, entro tre mesi, fare seguito un’apposita domanda, disciplinata, quanto a forma e procedimento, dalla medesima l. 898/1970, in quanto compatibile, nonché dal c.p.c.).

Quanto al resto, il legislatore procede a disciplinare l’unione civile sia tramite richiami al c.c. sia tramite previsioni peculiari. Vengono richiamate (riassuntivamente e non esaustivamente), le disposizioni relative a:

  • I rapporti fra matrimonio e morte presunta;
  • I rapporti fra matrimonio e interdizione, inabilitazione, amministrazione di sostegno (di fatto riconoscendo alla parte dell’unione civile i medesimi diritti riconosciuti al coniuge);
  • La simulazione di matrimonio e il matrimonio putativo;
  • Gli ordini di protezione di cui all’art. 342-terc.;
  • Gli alimenti di cui al titolo XIII del libro I del c.c.;
  • L’allontanamento dalla casa familiare di cui all’art. 146 c.c.;
  • La violenza quale causa di annullamento del contratto qualora il male minacciato riguardi anche la persona o i beni di una delle parti dell’unione civile (con estensione a discendenti ed ascendenti);
  • Le indennità di cui agli artt. 2118 e 2120 c.c. in caso di morte del prestatore di lavoro;
  • L’intera materia successoria;
  • L’intera materia del regime patrimoniale fra coniugi (con la relativa previsione della comunione legale).

Peculiari, invece, risultano le seguenti disposizioni:

  • Si prevede che, mediante dichiarazione all’ufficiale di stato civile, le parti possano assumere un cognome comune scelto fra i loro cognomi, salva la possibilità di anteporvi o posporvi il proprio, se diverso;
  • Si prevede che la sentenza di rettificazione di attribuzione di sesso determini lo scioglimento dell’unione civile (ma, in questo caso, appare evidente che si aprano, nel caso in cui le parti volessero continuare il proprio percorso familiare ed affettivo comune, le porte del matrimonio), e che, nel caso essa intervenga all’interno di una coppia eterosessuale coniugata che desideri non sciogliere il matrimonio, determini l’automatica instaurazione dell’unione civile al posto del matrimonio.

Veri e proprio punti controversi, invece, sui quali il testo approvato risulta dall’intervento del maxiemendamento, sono:

  • L’eliminazione del richiamo al dovere di fedeltà, di cui all’art. 143 c.c. Il comma 11 del testo approvato, infatti, riproduce praticamente identico detto articolo (rubricato diritti e doveri reciproci dei coniugi) espungendone – oltre a qualsiasi riferimento esplicito alla parola “famiglia” (così come fa il successivo comma 12 nel richiamare l’art. 144 sull’indirizzo della vita familiare e la residenza), come se regolare, ricorrendo alla disciplina del matrimonio in tutto e per tutto, una situazione affettiva di fatto propriamente familiare ma scegliere ipocritamente di non definirla tale potesse salvare da chissà quale confusione dannosa con modelli familiari c.d. “tradizionali” – proprio il richiamo al dovere di fedeltà. È necessario spendere ora qualche parola sul punto. È assai peculiare, infatti, che parte integrante dell’accordo che ha permesso al testo di essere approvato e alla maggioranza di conservare l’appoggio di NCD, insista proprio su un dovere, quello di fedeltà, che tutta la dottrina privatistica (e non solo) è concorde nel ritenere niente altro che un esempio di scuola di dovere giuridico quasi privo di sanzione, nonché di disposizione normativa superata, maschilista e patriarcale[8] (la stessa Cirinnà lo ha definito tale, evidenziando come, infatti, esso non sia previsto “in molti ordinamenti europei”[9]). L’unica conseguenza genericamente riferibile alla violazione del dovere di fedeltà risulta infatti dal dettato dell’art. 151, c. 2 c.c., secondo cui, in determinate circostanze, il giudice può stabilire a quale dei coniugi sia addebitabile la separazione (e di fatto non è praticamente mai applicato in relazione alla violazione della fedeltà), con conseguente diminuzione dell’eventuale assegno di mantenimento. Tuttavia, ormai da tempo dottrina e giurisprudenza sono concordi nel ritenere che le coppie godano della più ampia discrezionalità nel riempire di significato il concetto di “fedeltà”, e così, qualora una coppia si definisse “aperta”, questo dovere rimarrebbe totalmente lettera morta. Ora, non v’è chi non si possa agevolmente rendere conto che l’eliminazione di questo dovere altro non rappresenti – da parte di un legislatore timoroso e volto al compromesso ad ogni costo – che un tentativo ipocrita di stabilire una netta distinzione: da una parte abbiamo le coppie eterosessuali, alle quali spetta il riconoscimento giuridico più alto – il matrimonio –, corredato da tutta una serie di corollari suoi propri (l’essere esplicitamente definito “famiglia” e il poter vantare il dovere di fedeltà, a tacere dell’adozione), dall’altra, invece, ci sono le coppie omosessuali, destinatarie di una regolazione giuridica in tutto assimilabile al matrimonio, ma che ne differisce, in un certo senso, proprio da un punto di vista assiologico: ben venga la tutela giuridica di queste “formazioni sociali” (non già famiglie), in quanto imposta dai tempi, dalle Corti e dall’opinione pubblica, ma che non si pretenda assolutamente che esse possano essere considerate in tutto e per tutto assimilabili al matrimonio e al suo dovere di fedeltà, a tacere delle idee – pure avanzate nel dibattito politico – per cui una coppia omosessuale (o, ancora più incisivamente, l’orientamento omosessuale) sarebbe di norma più promiscua di una eterosessuale;
  • La questione delle adozioni. Il comma 20 del testo approvato dispone espressamente che non possono essere oggetto di richiamo nella disciplina dell’unione civile le disposizioni di cui alla legge 4 maggio 1983, n. 184, ossia la legge sulle adozioni. Il ddl originario prevedeva invece la c.d. stepchild adoption, o “adozione del figlio del partner” (niente altro che un’estensione dell’art. 44 legge 184/1983 sull’adozione in casi particolari, concessa oggi per il figlio del coniuge), allo scopo di offrire una regolamentazione davvero minima ad alcune delle c.d. “famiglie arcobaleno”, di fatto rinviata. In chiave di completo compromesso poi, il testo aggiunge che resta fermo quanto previsto e consentito in materia di adozione dalle norme vigenti, allo scopo, più o meno esplicito, di avallare la giurisprudenza creativa che negli ultimi anni è intervenuta sul punto. Per l’intera materia si rinvia, comunque, ad un articolo ad hoc di prossima pubblicazione su questo stesso Blog;
  • Infine, lo stesso comma 20 stabilisce che le disposizioni, ovunque ricorrenti, relative al matrimonio e contenenti i termini “coniuge/i” (ad eccezione, come già ricordato, della legge sulle adozioni nonché del codice civile quanto alle sue norme non richiamate espressamente) debbano essere applicate anche alla parti dell’unione civile, ma al solo fine di assicurare l’effettività della tutela dei diritti e il pieno adempimento degli obblighi derivanti dall’unione civile fra persone dello stesso sesso, e non più incondizionatamente come nel ddl originario. Questa previsione – poco commentata – è in realtà particolarmente rilevante, perché potrebbe permettere, in futuro, una differenziazione più marcata fra unione civile e matrimonio, anche se i criteri per consentire l’applicazione di tali disposizioni anche alle parti dell’unione civile risultano abbastanza ampi da scongiurare tale eventualità.

Infine, gli ultimi commi relativi all’unione civile contengono una serie di deleghe al Governo, la più rilevante delle quali in materia di diritto internazionale privato, allo scopo di adeguarne la disciplina al nuovo istituto.

Convivenze di fatto:

I conviventi di fatto sono definiti, con evidente natura residuale, dal comma 36 del testo approvato come due persone maggiorenni unite stabilmente da legami affettivi di coppia e di reciproca assistenza morale e materiale, non vincolate da rapporti di parentela, affinità o adozione, da matrimonio o da un’unione civile. La convivenza di fatto è dunque una situazione affettivo-familiare fattuale che può coinvolgere tanto coppie eterosessuali, quanto coppie omosessuali, per le quali, tuttavia, il legislatore preferirebbe l’instaurazione di un rapporto giuridico (matrimonio nel primo caso, unione civile nel secondo).

Di fatto il ddl non fa altro che colmare – in maniera maggiormente organica rispetto a quanto avvenuto fino ad oggi ad opera della giurisprudenza o di interventi legislativi settoriali – alcune lacune nella tutela giuridica di tali situazioni di fatto, con particolare riguardo ai seguenti diritti:

  • Diritti stabiliti dall’ordinamento penitenziario;
  • Diritto di assistenza, di accesso alle informazioni personali e di decisione in tema di trattamenti terapeutici, di donazione degli organi, di trattamento del corpo e di celebrazioni funerarie;
  • Diritto di continuare ad abitare per un determinato periodo di tempo (variabile a seconda di alcune circostanze) nella casa di esclusiva proprietà del convivente defunto;
  • Diritto di successione nel contratto di locazione di immobile a seguito della morte del convivente conduttore;
  • Diritto di concorrere nelle graduatorie per l’assegnazione di alloggi di edilizia popolare a parità di condizioni con coniugi/familiari di altro grado;
  • Diritto di ricevere utili provenienti dall’impresa familiare;
  • Diritto di divenire tutore, curatore o amministratore di sostegno del proprio convivente;
  • Diritto al ricevimento degli alimenti di cui al titolo XIII del libro I del codice civile (il maxiemendamento, come accennato, ha soppresso invece il riferimento all’assegno di mantenimento susseguente alla cessazione della convivenza di fatto).

In ultimo, quanto ai rapporti patrimoniali, è concessa ai conviventi di fatto la possibilità di stipulare fra loro un contratto di convivenza, la cui disciplina – in ordine alla stipulazione, al contenuto, alla risoluzione e all’impossibilità di apporvi termini o condizioni (in questo ricalcando, forse troppo ideologicamente, il negozio giuridico matrimoniale) – è specificamente dettata dai commi 50-64.

Conclusioni:

È ora forse possibile rispondere alla domanda contenuta nel nostro sottotitolo: il ddl Cirinnà nel testo che abbiamo analizzato, pur con tutte le sue criticità, è meglio di niente?

Indubbiamente la risposta non può che essere positiva: certo, la tanto attesa regolazione giuridica (contenente nei fatti una quasi completa equiparazione alle tutele garantite dal matrimonio)  non può che essere salutata con favore ed ottimismo. Tuttavia, un’analisi rigorosa e critica non può esimersi dal sottolineare come, assai evidentemente, qualora il testo Cirinnà dovesse divenire legge, darebbe vita a materiale normativo già superato, che prevede quelle che ormai sono le garanzie minime che ogni ordinamento civile e moderno non può esimersi dal prevedere, e nulla (direi davvero assolutamente nulla) di più. Nell’architettura normativa voluta dal legislatore ci imbatteremo in ben tre diversi istituti (matrimonio, unione civile e convivenza di fatto), applicabili ora a questa ora a quella coppia, sulla base di una gerarchia – che evidentemente continua a prevedere il matrimonio al proprio vertice – niente affatto superata e basata, chiaramente, su valutazioni assiologiche. Se risulta evidentemente troppo forte parlare di “ghettizzazione” giuridica o di “cittadini di serie A e di serie B”, si permetta almeno di esprimere perplessità circa la ragionevolezza della soluzione adottata, che, pur di mantenere alcune etichette, si serve di diverse forme giuridiche per disciplinare situazioni assolutamente identiche fra loro.

D’altra parte, i colori e le argomentazioni utilizzate nel dibattito parlamentare e pubblico, se potevano risultare pioneristiche e avanguardiste vent’anni fa, oggi danno bene la cifra di un Paese ancora in profonda difficoltà rispetto a determinati temi, ancora fieramente legato alla centralità quasi inaggirabile dell’istituto matrimoniale, ancora scarsamente rispettoso della laicità che dovrebbe guidare discussioni politiche di alto livello in uno Stato di diritto moderno e, in definitiva, ancora in ritardo.

L’ulteriore evoluzione del sentire sociale, l’ulteriore maturazione delle coscienze politiche e civili e forse anche futuri interventi di Corti nazionali e sovranazionali si faranno carico di continuare ad accorciare il ritardo che oggi inizia appena, timidamente, a retrocedere.

Si ringrazia per il supporto tecnico la dott.ssa Jӧelle Long, docente di Diritto privato e di Diritto di famiglia presso l’Università degli studi di Torino.

Note bibliografiche al testo:

[1] Relazione introduttiva al ddl n. 2081, in Atti parlamentari della XVII legislatura, cfr. www.senato.it.

[2] Ibidem.

[3] Per una breve scheda descrittiva della sentenza cfr. http://rivista.eurojus.it/la-corte-di-strasburgo-condanna-litalia-per-il-mancato-riconoscimento-delle-unioni-civili/?print=pdf.

[4] Dal Comunicato finale della Conferenza conclusasi il 27 gennaio 2016, cfr. www.lastampa.it di quel giorno.

[5] Dal Comunicato di seduta della 582ᵃ Seduta pubblica del 25 febbraio 2016 del Senato, cfr. www.senato.it.

[6] Ibidem.

[7] Ibidem.

[8] Ex plurimis cfr. Manuale di diritto privato, TORRENTE, SCHLESINGER, Milano, 2011.

[9] Cfr. nota 4.

Ulteriore bibliografia/sitografia:

  • Si rinvia al sito di Internazionale (internazionale.it) per la panoramica sul riconoscimento europeo dei diritti delle coppie omosessuali;
  • Si rinvia al sito de La Stampa (lastampa.it) per la panoramica sul riconoscimento mondiale dei diritti delle coppie omosessuali;
  • Si rinvia al sito della Corte costituzionale (cortecostituzionale.it) per il testo della sentenza n. 138/2010;
  • Si rinvia al sito del Senato della Repubblica (senato.it) per il testo del ddl Cirinnà approvato.

FABRIZIO TORELLI