Mafia “nel piatto”

"Olio Nuovo 2007", foto di Giampiero Mariottini, licenza CC BY-NC-ND 2.0, www.flickr.com
“Olio Nuovo 2007”, foto di Giampiero Mariottini, licenza CC BY-NC-ND 2.0, www.flickr.com

LA MAFIA E I REATI IN CAMPO AGRICOLO ED AGROALIMENTARE

L’Osservatorio sulla criminalità nell’agricoltura e sul sistema agroalimentare è stato creato in seno a Coldiretti e dal 2011, con cadenza biennale, pubblica un rapporto statistico sui reati legati all’agroalimentare.

Nel rapporto del 2015, l’Osservatorio ha rilevato (anche con l’aiuto di EURISPES) come il fenomeno dei reati in campo agroalimentare non sia un’attività residuale per la mafia, cui destinare i clan minori o i giovani adepti, bensì un fenomeno diffuso e remunerativo, con collegamenti alle Regioni del centro e nord Italia: il volume d’affari di questo mercato parallelo calcolato nel 2013 ammonta a 14 miliardi di euro (nel 2010, secondo le stime della Confederazione Italiana Agricoltori, era a 7,5 miliardi).

Il fenomeno dei reati agroalimentari non è solo legato al contesto mafioso, ma sicuramente risulta molto appetibile per i clan. Nel sud Italia, l’agro crimine interessa ogni passaggio della filiera ed è aiutato dalla storica fragilità del sistema (frammentato in miriadi di unità produttive) e dalla mancanza di infrastrutture e reti di collegamento con il resto del Paese. Il crimine organizzato si insinua nelle voragini istituzionali, proliferando in una congerie di reati che spaziano dai furti di macchinari agricoli a fine estorsivo allo sfruttamento della schiavitù, passando per l’abigeato.

Nelle Regioni del sud, i coltivatori e gli allevatori lamentano di essere continuamente vittime di furti di bestiame o di macchinari agricoli: i clan ricorrerebbero a questi reati con lo scopo di finanziare illecitamente le proprie attività, sia in maniera diretta (con la vendita dei “pezzi” sui mercati neri dell’est-Europa oppure con la macellazione clandestina), che indiretta (estorcendo alle vittime il “pizzo” in cambio di protezione). In alcune zone sono documentati casi di pascolo abusivo, usura e commercio illegale di tabacco. Con l’emergenza rifiuti, è invalso l’utilizzo di fertilizzanti e concimi che hanno al loro interno sostanze tossiche, che finiscono direttamente sulle nostre tavole, contribuendo ad alimentare il mercato sommerso dello smaltimento dei rifiuti.

Il più odioso di tutti gli illeciti è il “caporalato”, fenomeno multi-criminale legato alla raccolta della frutta e della verdura: ogni anno, eserciti di uomini e donne vengono attratti con la promessa di un lavoro regolare e ben retribuito. Agli iniziali truffa e favoreggiamento della immigrazione clandestina si aggiungono una miriade di ulteriori reati altrettanto odiosi, tutti tesi al profitto facile: sfruttamento del lavoro nero, pizzo ed estorsioni (ogni giorno, i lavoratori sono obbligati a lasciare al “caporale” una mancia per avere vitto e alloggio garantiti, spesso in condizioni al limite dell’umano), riduzione in schiavitù, detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti (questi uomini e queste donne vengono obbligati ad assumere sostanze che li aiutino a non sentire il caldo e la fatica). Nel 2005, in Puglia, centinaia di denunce di braccianti polacchi hanno evidenziato il fenomeno e portato a numerose condanne per “riduzione in schiavitù” (come raccontato dal giornalista Alessandro Leogrande, nel suo libro Uomini e caporali): nei primi anni 2000, oltre a questi, sono stati documentati anche casi di cittadini romeni, senegalesi ed etiopi. Nel corso degli anni questo fenomeno è sporadicamente salito agli onori delle cronache (un caso che colpì l’opinione pubblica, nel 2009, fu la rivolta dei lavoratori di Castel Volturno, in Campania) ed è sempre stato visto come fenomeno che interessa soltanto cittadini di nazionalità estera (sia vittime che carnefici), dopo il 2011 sempre più legato all’aumento dell’immigrazione clandestina proveniente da Africa sub-sahariana e Medio Oriente. Ora, complice la crisi, sono molti i cittadini italiani che decidono di accettare queste condizioni di lavoro, che talvolta costano loro la vita, come dimostrano le morti premature di Paola Clemente e Arcangelo De Marco, che nell’estate del 2015 hanno perso la vita nei campi di frutta pugliesi, estenuati da turni eccessivi in cambio di pochi euro.

La commissione di reati non avviene solo nella fase di produzione, ma anche (anzi, soprattutto) nella fase di distribuzione. Qui la conformazione del mercato (in cui i consumatori, a causa della crisi, sono disposti a rischiare e comprare prodotti di basso prezzo e di scarsa qualità) e lo sfruttamento dell’Italian sounding portano al vero guadagno delle associazioni di stampo mafioso che agiscono nella filiera agroalimentare. Importazione illegale, sofisticazione, contraffazione di marchi, uso illegale ed anomalo di etichette: un sistema criminale complesso porta sulle nostre tavole mozzarelle blu, ricotta rosa, ecc. nonostante il sequestro (nel solo 2010) di 24 milioni di chili/litri di merci.

Non si può fare a meno di definire tutti questi fenomeni, sebbene multiformi e variegati, con la stessa etichetta di “mafia nel piatto”: una forma di criminalità organizzata ben strutturata e forte, di cui vittime indirette sono tutti i consumatori.

Come reagisce l’ordinamento a questa nuova sfida? Gli strumenti adottati sono sia di matrice preventiva che di matrice repressiva.

PREVENZIONE: LA GIUNGLA DELLE CERTIFICAZIONI DI QUALITA’

Per quanto riguarda la prevenzione, in campo alimentare è invalso l’uso della certezza della filiera: il percorso che i nostri alimenti fanno dal campo alla nostra tavola deve essere “safety”. Il termine inglese ricomprende sia la certezza della provenienza dell’alimento che la tutela del consumatore. La certezza alimentare si traduce, pertanto, in tre funzioni: – trasparenza sulla struttura merceologica e sui processi produttivi; – riconoscimento e qualifica degli alimenti; – tutela dei consumatori.

Alla complessità delle funzioni, si affianca la complessità organizzativa dei controlli: non si deve pensare alla certificazione come un meccanismo ben oliato ed efficiente, ma come un qualcosa di estremamente frammentato. Gli organismi che si occupano delle certificazioni possono essere pubblici, privati oppure enti misti che provvedono alla etichettatura. Le certificazioni pubbliche sono il quid minus nel genere, utili a rendere commerciabile un prodotto dopo la valutazione della sua corrispondenza ai requisiti prestabiliti; le certificazioni private hanno ricadute meramente commerciali, quasi mai giuridiche; le etichettature, pubbliche, private o miste, invece, hanno la funzione di certificare il particolare pregio di determinati prodotti.

Mentre le certificazioni pubbliche, di natura amministrativa, risultano obbligatorie ai fini della commercializzazione, le certificazioni private e le etichettature sono volontarie: le prime utili alla definizione della idoneità del prodotto per un determinato mercato, le seconde per la valorizzazione di un prodotto di particolare pregio.

I disciplinari che provvedono alla definizione dei procedimenti di certificazione, alla definizione della composizione degli enti, ecc. derivano da norme generali, ora dell’Unione Europea, ora della legislazione nazionale, ora della legislazione regionale (da ultimo il regolamento UE n. 1308/2013). L’elenco dei requisiti (connaturale alla c.d. standardizzazione del prodotto) viene però predisposto, in ossequio ai principi di sussidiarietà orizzontale di matrice comunitaria, da organizzazioni private di produttori.

Quindi se le regole del procedimento sono di matrice pubblicistica, le regole poste alla base del giudizio sono di tipo tecnico ma, anche esse, di derivazione privatistica: la autoregolazione degli standard porta alcuni vantaggi – come expertise, flessibilità e incentivi a rispettare le regole proprie – ma anche svantaggi, come la limitata conoscibilità delle regole, il rischio di imposizioni da parte dei produttori più potenti e eccessiva discrezionalità dei giudizi.

REPRESSIONE: L’INFLUENZA DELLE FONTI SOVRANAZIONALI SUL DIRITTO ALIMENTARE PENALE INTERNO

Oltre agli usuali strumenti di repressione penale nazionale, data la globalizzazione e lo sviluppo degli enti sovranazionali regionali (UE nel caso nostro) sempre maggiore è la rilevanza di fonti sovranazionali della repressione penale di condotte criminali.

Tale affermazione deve partire da una lata riconsiderazione, se non da una deroga, al principio di legalità così come tradizionalmente considerato.

L’interazione di fonti europee e di fattispecie penali in materia alimentare può determinare effetti estensivi dell’intervento di repressione. L’interazione avviene sia da un punto di vista di ius condendum che da un punto di vista di ius conditum.

Azione di ius condendum del diritto eurounitario si realizza in virtù dell’obbligo che i Paesi membri hanno di prevedere norme penali varate su suo impulso e di rafforzare la tutela penale in determinati campi (nel nostro caso quello alimentare). Il Trattato di Lisbona ha ampliato gli ambiti della competenza penale europea: l’eliminazione della struttura a pilastri ha portato alla eliminazione della distinzione di metodo comunitario e metodo intergovernativo e, di conseguenza, all’estensione del primo agli ambiti penali. Ora l’Unione Europea può varare direttive di armonizzazione della materia penale, che, come previsto dall’art. 83, par. 2 TFUE, introducano “norme minime relative alla definizione dei reati e delle sanzioni”. Queste norme non hanno una diretta cogenza nei confronti dei cittadini, ma stravolgono la tradizionale concezione per cui il principio di legalità sia garantito con la emanazione della legge da parte di una assemblea legislativa nazionale.

Azione di ius conditum del diritto eurounitario si realizza quando questo comporta un diretto ampliamento dell’ambito applicativo di fattispecie penali nazionali. Questo può avvenire quando il legislatore nazionale, nel definire una fattispecie, compia un rimando a una norma UE (penale o extra-penale): l’inasprimento sanzionatorio si può realizzare, in ambito alimentare, data la definizione più dettagliata e restrittiva di quanto non avvenisse nella legislazione nazionale. Esempio: l’art. 516 c.p. prevede la fattispecie di reato di “vendita di sostanze alimentari non genuine come genuine”; la definizione del concetto di “genuinità” è implicitamente rinviata a norme europee. In questa sede le norme risultano molto più stringenti, ma comunque afferenti ad un ambito di discrezionalità tecnica.

CONCLUSIONI

Come emerge da questa stringata esposizione, ad essere chiaro è il dato della inefficienza della tutela nei confronti dei reati in materia alimentare.

Il sovrapporsi di norme sulla certificazione, il conflitto o la concorrenza di norme nazionali ed europee nonché l’eccessivo protagonismo degli attori privati nella fissazione degli standard rendono flebile la prevenzione.

L’influenza delle norme eurounitarie sui sistemi penali nazionali cerca di aggravare le sanzioni rispetto a quelle già esistenti, ma tale “ingerenza” porge il fianco a critiche di opportunità costituzionale, rispetto alla presunta violazione del principio di legalità.

Ciò che permane, al termine della analisi, è una sensazione di lontananza: la lontananza del “safety controll” dalla efficacia delle prevenzione dei reati; la lontananza, anche geografica, del legislatore europeo il quale crea norme che, laddove siano effettive, sono lontane dalla situazione di rischio ad oggetto; la lontananza delle istituzioni, soprattutto nazionali, dalla tutela delle vittime dei reati.

Questa lontananza permette alla mafia di insinuarsi e di proliferare, rovinando il settore agroalimentare, in cui l’Italia, data la sua conformazione geografica e le sue tradizioni, potrebbe tranquillamente primeggiare.

BIBLIOGRAFIA:

  • Osservatorio sulla criminalità nell’agricoltura e sul sistema agroalimentare: http://www.coldiretti.it/News/Pagine/osservatorio-criminalita.aspx
  • Dossier Agromafie, in Narcomafie, n° 3 (Marzo)/2009, pp. 14-38
  • AA. VV., Ecomafia 2011 – Le storie e i numeri della criminalità ambientale, a cura di Osservatorio Nazionale Ambiente e Legalità di Legambiente, 2011, Edizioni Ambiente, Milano, pp. 30-31 e 347-360
  • AMOROSINO S., Trasparenze, certezze e sicurezze dei prodotti e dei mercati agroalimentari: correlazioni e funzioni, in Rivista di diritto alimentare, fasc. 1/2015, 2015, pp. 39-42
  • BERNARDI A., Il principio di legalità alla prova delle fonti sovranazionali: riflessi sul diritto penale alimentare, in Rivista di diritto alimentare, fasc. 1/2015, 2015, pp. 43-60

SIMONE BASSO