Piano nazionale sulla gestione e la conservazione del lupo in Italia: tra necessità concrete e pregiudizi secolari

"belfort lupo 2", foto di Lisa Leonardelli, licenza CC BY-SA 2.0, www.flickr.com
“belfort lupo 2”, foto di Lisa Leonardelli, licenza CC BY-SA 2.0, www.flickr.com

Nel 1940 Farley Mowat, un giovane biologo canadese, venne mandato a fare delle ricerche sui lupi nella tundra. Nel 1963 lo stesso scrisse un libro, “Mai gridare al lupo”, raccontando la sua esperienza e riassumendo le sue conclusioni in una frase significativa:

“Abbiamo condannato il lupo non per quello che è, ma per quello che abbiamo deliberatamente ed erroneamente percepito che fosse – l’immagine mitizzata di uno spietato assassino selvaggio – che, in realtà, non è altro che l’immagine riflessa di noi stessi.”

La maggior parte delle persone associa il lupo (canis lupus) all’aggressività e per questo lo teme, e come evitarlo quando, dalla fine del ‘600, Cappuccetto Rosso è una delle fiabe europee più popolari. Ma il lupo è anche simbolo di libertà, vita in comune, fedeltà e conoscenza. Insomma, è una figura controversa, come lo sono spesso i soggetti più interessanti.

Fondamento di questa ostilità nei confronti del lupo non sono solo stati miti e leggende, il vero problema è sorto da qualcosa di più concreto e cioè il conflitto tra il lupo e gli allevatori di bestiame. Proprio a causa di questo conflitto, fino agli anni ’60 i lupi venivano abbattuti legalmente, senza riguardi, e avevano rischiato l’estinzione. Negli anni ’70 vengono emanati i primi decreti che vietano, sebbene temporaneamente, l’abbattimento di questi animali. Infine, l’intervento della Direttiva 92/42/CEE ( Direttiva “Habitat”) del Consiglio del 21 Maggio 1992, relativa alla conservazione degli habitat naturali e semi-naturali e della flora e della fauna selvatiche, pareva aver scongiurato il pericolo, inserendo il lupo tra le specie di interesse comunitario che necessitano di una protezione urgente. Questa Direttiva, recepita in Italia nel 1997 con il Regolamento D.p.r. n. 357 (modificato poi nel 2003), nasce per garantire la salvaguardia della biodiversità, conservando le specie e gli habitat naturali contenuti nei suoi allegati ed è, insieme alla Direttiva Uccelli, a fondamento di Natura 2000. Quest’ultima consiste in una rete di aree, situate sul territorio dell’Unione Europea, destinate alla conservazione della diversità biologica, ma non solo; in queste aree si svolgono anche attività di ricerca e divulgazione relative al patrimonio naturalistico.

Il lupo è anche tutelato a livello internazionale con l’inserimento nella Lista Rossa delle specie minacciate dell’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura e delle Risorse Naturali e nella Convenzione di Washington sul commercio internazionale delle specie di fauna e flora minacciate di estinzione (CITIES).

Queste normative hanno evidenziato come uno dei più grandi problemi del lupo consista nell’impoverimento della catena alimentare. Si è tentato quindi di creare delle riserve naturali per favorire l’aumento di cervi e caprioli, che sono tra le sue principali prede, e la buona riuscita di questo progetto non sarebbe solo a favore del lupo, ma anche degli allevatori, poiché se scarseggiano le grandi prede nelle zone selvatiche al di sopra degli 800/1000 metri, il lupo è costretto a ripiegare sulle greggi di pecore e capre al pascolo o su allevamenti di cavalli o mucche e questo a sua volta innesca un circolo vizioso, scatenando l’ostilità degli allevatori e conseguentemente le uccisioni dei predatori con fucili, bocconi avvelenati e trappole.

Queste tutele hanno dato i loro frutti e il numero dei lupi ha ricominciato ad aumentare fino a contare circa duemila esemplari sul territorio italiano. L’aumento però ha riportato in vita vecchie polemiche e dal 2013 si è ricominciato a parlare di abbattimento e si sono verificate diverse morti di questi animali non dovute a cause naturali.

Il 21 Gennaio di quest’anno al convegno “La popolazione di lupo sulle Alpi: status e gestione” è stata presentata una proposta che, in deroga alla direttiva europea, consentirebbe l’abbattimento mirato di esemplari particolarmente aggressivi nei confronti di greggi o animali domestici. Quando si usano espressioni come “particolarmente aggressivi” non è facile capire cosa s’intenda: quando, un animale selvatico, un predatore come il lupo, può definirsi “particolarmente” aggressivo nei confronti delle sue prede naturali?

Sia Legambiente che il WWF hanno manifestato forti dubbi circa questa proposta, sostenendo che non ci siano dati che provino che l’aumento dei lupi sia un fenomeno stabile e progressivo, e che questo piano potrebbe sfociare in una nuova persecuzione perpetrata nei confronti di questi animali, facendo passi indietro e rischiando di far sorgere di nuovo la possibilità di estinzione per questa specie.

La bozza di questa proposta, il “Piano nazionale sulla gestione e la conservazione del lupo in Italia”, non è ancora stata approvata dal Ministero dell’Ambiente, che ha comunque assicurato che non si tratta di un via libera all’abbattimento e non potranno essere abbattuti più di 60 esemplari, nei quali per altro non rientrano i cani randagi e i cani-lupo. Come spesso accade le posizioni sono molteplici e il Ministero dovrà bilanciare le normative, le necessità e i punti di vista: da una parte gli animalisti e la normativa sulla tutela di questa specie che vogliono evitare a questo animale leggendario l’estinzione, dall’altra i pregiudizi di chi teme aggressioni agli umani (che pare non si verifichino da più di un secolo) e le pressioni degli allevatori, che sicuramente hanno i loro problemi. Quando si tratta del rapporto uomo-natura trovare un equilibrio è sempre una questione molto delicata.

Sitografia: www.minambiente.it

                   www.corpoforestale.it

                   eur-lex.europa.eu

CRISTINA VALLINO