Cos’è il TTIP? Una breve panoramica sui negoziati in corso tra Unione Europea e Stati Uniti: benefici e controindicazioni

"TTIP Leaflet" di Sinn Féin, licenza CC BY 2.0, www.flickr.com
“TTIP Leaflet” di Sinn Féin, licenza CC BY 2.0, www.flickr.com

In queste settimane di tanto in tanto si sente parlare del TTIP, ma nonostante consista in una novità di particolare rilievo, pochi sanno di cosa si tratti. “TTIP” è l’acronimo di “Transatlantic Trade and Investment Partnership” ossia il Partenariato transatlantico sul commercio e gli investimenti, un accordo tra Unione Europea e Stati Uniti.

Questa idea nasce nel 2013 con il conferimento, da parte dei governi degli Stati Membri UE alla Commissione, di un mandato di negoziazione. Lo scopo è di influenzare il commercio mondiale, aumentando la scelta dei prodotti, riducendo i prezzi e creando posti di lavoro. Ci sono però anche rischi che riguardano gli standard qualitativi, più elevati in Europa rispetto agli USA, e di conseguenza anche la salute, l’ambiente e l’autonomia nella gestione dei servizi pubblici. Una volta che la negoziazione sarà conclusa, saranno i governi e i deputati del Parlamento europeo a decidere.

Passando alla struttura dell’accordo si possono distinguere tre grandi settori:

1) Accesso al mercato: si vorrebbe ampliare il mercato europeo per permettere alle imprese, non solo di aumentare sia le importazioni che le esportazioni, ma anche di aggiudicarsi appalti pubblici, di investire più facilmente negli USA e di garantire che i prodotti che beneficiano del TTIP siano realmente fabbricati in Europa o negli Stati Uniti. Tutto ciò si vorrebbe ottenere principalmente con l’abolizione dei dazi doganali e di altri ostacoli agli scambi, e permettendo alle imprese di servizi europee di competere negli Stati Uniti alle stesse condizioni delle imprese americane.

2) Cooperazione in campo normativo: il secondo punto è finalizzato ad una maggiore cooperazione tra Europa e Stati Uniti, in particolare assoggettando le nostre imprese agli standard qualitativi statunitensi per creare posti di lavoro e offrire ai consumatori una scelta più ampia di prodotti, velocizzando anche le verifiche necessarie e l’approvazione di nuovi prodotti. Anche la tutela della sicurezza e del benessere dei cittadini, degli animali e dell’ambiente è un tema molto discusso, per esempio riguardo all’utilizzo dei pesticidi, ma non solo, c’è anche la volontà di rendere i dispositivi medici, come gli stimolatori cardiaci, tracciabili e maggiormente accessibili, e lo stesso vale per i prodotti farmaceutici.

3) Norme: con quest’ultimo punto si vorrebbe intervenire sulla normativa per assicurare alle piccole imprese, ossia quelle con meno di 250 dipendenti, di crescere e commerciare con gli USA più facilmente, e alle imprese in generale di risparmiare tempo con riguardo alle pratiche doganali. Si mira inoltre a garantire una più efficace protezione della proprietà intellettuale, una più rapida risoluzione delle controversie che potrebbero sorgere tra imprese europee e statunitensi, e una regolamentazione volta a favorire la concorrenza leale. Infine, si vorrebbe attribuire allo sviluppo sostenibile una posizione centrale all’interno del sistema, concordando norme per promuovere l’accesso all’energia e alle materie prime.

In sintesi, lo scopo è un implemento quasi totalizzante del commercio europeo. Ma a quale prezzo? Il TTIP è davvero conveniente per gli stati europei? Non tanto dal punto di vista strettamente economico, ma con riguardo agli standard qualitativi e alla salute dei cittadini.

Proprio su questi punti si muove per esempio la critica di Greenpeace, che accusa il TTIP di anteporre il mercato e gli interessi privati alla tutela della collettività e dell’ambiente, e di non informare adeguatamente i cittadini che non si renderebbero così conto di come queste trattative potrebbero finire con l’incidere sui loro diritti e la loro salute. Gli argomenti presentati da quest’associazione sono principalmente:

1) La possibile introduzione di OGM e pesticidi che al momento sono vietati dalle norme europee.

2) Il rischio per i piccoli coltivatori di non poter competere con l’agricoltura industriale americana.

3) Gli standard riguardanti le sostanze chimiche: negli Stati Uniti, infatti, queste sostante sono considerate sicure fino a prova contraria, l’opposto di ciò che accade da noi.

4) I parlamenti europei verrebbero scavalcati dal Consiglio per la Cooperazione Regolativa, l’organo che sarebbe investito del compito di fissare gli standard di scambio. Inoltre, le controversie tra investitori privati e paesi aderenti sarebbero deferite ad un organo di arbitrato internazionale e le multinazionali potrebbero accusare gli stati di intralciare il libero mercato.

Greenpeace non è certo l’unica organizzazione ad aver sollevato delle obiezioni. Altre associazioni, come Slow Food, per citarne una, hanno criticato l’alto livello di segretezza della negoziazione. Un ulteriore motivo di sospetto risiede nel fatto che ad assicurare i benefici che deriverebbero dal trattato sia stata una fonte tutt’altro che neutrale, il Center for Economic Policy Research di Londra, che è finanziato da grandi banche internazionali. Anche queste organizzazioni/associazioni pongono l’accento sulle differenze tra le normative statunitensi e quelle europee, giacché per esempio gli Stati Uniti hanno ratificato solo una piccola parte delle norme ILO (International Labour Organisation) a tutela del lavoro. Non solo, pure i principi operanti nei due continenti sono assai diversi (come già fatto notare da Greenpeace): da noi si applica il principio di precauzione, secondo cui un prodotto è immesso sul mercato solo dopo una valutazione dei rischi, mentre negli USA si fa il ragionamento contrario. Gli accordi porterebbero infine verso una privatizzazione di settori come la salute e l’educazione, colpendo dunque al cuore un welfare già affaticato, e anche la libertà di espressione su internet potrebbe essere limitata da nuove disposizioni sulla tutela della proprietà intellettuale.

Insomma, tutti i dubbi ruotano intorno ad un solo punto: quali soggetti trarrebbero realmente vantaggio dal TTIP? Mentre i suoi sostenitori affermano che l’accordo andrebbe a favore dei consumatori e delle piccole e medie imprese, gli oppositori sostengono che le vere beneficiarie dello stesso sarebbero le grandi multinazionali, che arriverebbero a tenere in pugno gli Stati.

                                                                                                                                         CRISTINA VALLINO

Sitografia:

ec.europa.eu

www.greenpeace.org

www.ilpost.it

www.repubblica.it