La Corte Suprema USA e la legge sull’aborto dello Stato del Texas

"Supreme Court HDR", foto di MitchellShapiroPhotography, licenza CC BY-NC-ND 2.0, www.flickr.com
“Supreme Court HDR”, foto di MitchellShapiroPhotography, licenza CC BY-NC-ND 2.0, www.flickr.com

Il 27 Giugno 2016 la Corte Suprema degli Stati Uniti d’America ha emesso la sentenza “WHOLE WOMAN’S HEALTH et Al. v. HELLERSTEDT, COMMISSIONER, TEXAS DEPARTMENT OF STATE HEALTH SERVICES, et Al.” che annulla parzialmente la legislazione dello Stato del Texas nella parte in cui poneva ostacoli incostituzionali alla possibilità di abortire.

La sentenza in esame rovescia la decisione della Corte d’Appello la quale a sua volta aveva rovesciato la decisione della District Court, basandosi su una diversa e scorretta interpretazione delle norme ricavate dalle precedenti authorities. Vedremo infatti come una diversa interpretazione di questioni che riguardano il ne bis in idem e la valutazione delle prove allegate dalle parti possa portare a pronunce errate perché in contrasto con diritti costituzionali.

La causa è stata portata di fronte alla Corte dall’associazione Whole Woman’s Health, un ente privato che gestisce cliniche che offrono servizi certificati nell’ambito della ginecologia, dove quindi si praticano anche aborti legali. Le disposizioni legislative ritenute incostituzionali sono contenute nell’House Bill 2 (H. B. 2) approvato dallo Stato del Texas nel 2013.

Prevedono in particolare che:

  • i medici che praticano aborti in una clinica debbano obbligatoriamente avere un accordo attivo con un ospedale distante non più di 30 miglia che permetta di far accettare i propri pazienti in quell’ospedale per avere determinate cure (“admitting-privilege requirement).

The admitting-privileges requirementprovides that a physician performing or inducing an abortion . . . must, on the date [of service], have active admitting privileges at a hospital . . . located not further than 30 miles from theabortion facility.

 

  • che le strutture in cui si praticano aborti raggiungano gli standard minimi previsti dalla legge del Texas.

 

The surgical-center requirement” requires an abortion facilityto meet the minimum standards . . . for ambulatory surgical centersunder Texas law.

 

La disposizione restrittiva più problematica è sicuramente la prima, che abroga la legislazione precedente che prevedeva la liceità dell’aborto in una clinica non solo nel caso in cui ci fosse un accordo attivo, ma anche nel caso in cui la clinica avesse un piano scritto di trasferimento di pazienti presso un vicino ospedale più attrezzato per eventuali emergenze.

Quindi, per volere del legislatore texano, l’aborto sarebbe stato illecito a meno che il medico non avesse avuto un accordo in corso con un altro ospedale; però tale accordo non è garantito, dipende dalle possibilità dell’ospedale stesso.

Di fronte a questa norma che limita le possibilità di abortire in una clinica, la Corte Suprema riprende il ragionamento già fatto proprio dalla District Court, basato sul l’interpretazione costituzionalmente orientata di due precedenti, Roe v. Wade e Planned  Parenthood of Southeastern Pa. v. Casey.

In Roe v. Wade è statuito l’interesse legittimo di uno Stato a sapere che l’aborto sia svolto sul suo territorio nella massima sicurezza per il paziente:

A “State has a legitimate interest in seeing to it that abortion [. . .] is performed under circumstances that insure maximum safety for the patient.

Ma ciò non basta, perché in Planned  Parenthood of Southeastern Pa. v. Casey troviamo il principio dell’“undue burden”, cioè il principio per cui una legge che persegue un interesse legittimo dello stato non può avere l’effetto di porre un ostacolo sostanziale sulla strada della scelta di una donna di abortire, altrimenti quella legge emanata per perseguire l’interesse legittimo diventa un mezzo illegittimo. Conseguentemente sono illegittime leggi sulla salute non necessarie che pongano un fardello inutile sulle spalle di una donna che vuole abortire:

” But “a statute which, while furthering [a] valid state interest, has the effect of placing a substantial obstacle in the path of a woman’s choice cannot be con-sidered a permissible means of serving its legitimate ends,” and “[u]nnecessary health regulations that have the pur-pose or effect of presenting a substantial obstacle to a woman seeking an abortion impose an undue burden on the right.”

Quindi già la Corte di prima istanza aveva rilevato che l’House Bill 2 conteneva “fardelli inutili”, ed era quindi in contrasto con questi due precedenti vincolanti interpretati alla luce della costituzione. La District Court aveva anche dichiarato il Bill incostituzionale per violazione del XIV emendamento, che contiene il principio del giusto processo (che prevede che i casi simili siano trattati in modo uguale, cioè che sia rispettato il principio del precedente vincolante).

La Corte d’Appello, invece, aveva interpretato male i precedenti, privilegiando, all’esito di un’analisi ritenuta poi superficiale dalla Corte Suprema, la posizione dello Stato del Texas fondata sulla possibilità di ridurre i tempi e i costi del sistema sanitario.

Più precisamente la corte d’appello non ha considerato rilevanti le memorie degli attori del primo processo le quali dimostravano, ad esempio, che il numero delle cliniche ginecologiche pubbliche aveva subito un dimezzamento a causa dell’approvazione dell’House Bill del 2013, che le cliniche sarebbero rimaste aperte solo nei maggiori centri urbani a scapito delle donne più povere che abitano i centri di campagna, che il sistema precedente era sicuro poiché i casi di complicazioni chirurgiche e i casi di morte erano in percentuale quasi pari allo zero.

Abbiamo visto quindi come la Corte d’Appello abbia erroneamente interpretato le authorities ritenendo legittime le statuizioni dell’House Bill 2 sulla sola base dell’interesse legittimo dello Stato, non considerando il precedente Casey di cui sopra, cioè non considerando gli “undue burdens” posti dall’House Bill.

La Corte d’Appello si è spinta verso ulteriori considerazioni errate sostenendo l’inammissibilità, per intervenuta sentenza, del claim di incostituzionalità poiché gli attori avrebbero dovuto proporlo dall’inizio del processo e, non avendolo fatto, la District Court non avrebbe dovuto successivamente riconoscere l’incostituzionalità.

La Corte Suprema corregge l’errore portando un esempio pratico:

” […] Si immagini un gruppo di prigionieri che lamentino di essere stati forzati a bere acqua contaminata. Questi prigionieri fanno causa alla struttura in cui sono detenuti. Se all’inizio la loro causa è rigettata perché un tribunale non crede che il danno sia incostituzionale, non avrebbe senso vietare (dopo la intervenuta sentenza di rigetto) agli stessi prigionieri di fare causa successivamente se tempo e esperienza mostrassero le morti per avvelenamento dei prigionieri stessi […] “

” […] Imagine a group of prisoners who claim that they are being forced to drink contaminated water. These prisoners file suit against the facility where they are incarcerated. If at first their suit is dismissed because a court does not believe that the harm would be severe enough to be unconstitutional, it would make no sense to prevent the same prisoners from bringing a later suit if time and experience eventually showed that prisoners were dying from contaminated water. Such circumstances would give rise to a new claim that the prisonerstreatment violates the Constitution. Factual developments may show that constitutional harm, which seemed too remote or speculative to afford relief at the time of an earlier suit, was in fact indisputable. In our view, such changed circumstances will give rise to a new constitutional claim. […] “

Quindi non avrebbe nemmeno senso vietare a un tribunale di dichiarare successivamente l’incostituzionalità di un danno.

Questa sentenza ha avuto molto peso mediatico negli USA sia per il tema etico su cui si fonda, sia per il fatto che è giunta in un momento particolare per l’equilibrio costituzionale dello Stato: infatti la Corte Suprema si trova composta solo da 8 membri rispetto ai 9 previsti, a causa della vacanza lasciata da Justice Antonin Scalia, dunque c’era la possibilità di uno “stallo” determinato dalla parità di opinions. Fortunatamente questa eventualità non si è verificata, ma il tema resta politicamente rilevante perché i candidati in campagna elettorale si erano schierati sui due fronti opposti fin dall’inizio della vicenda giudiziaria dando il loro endorsement alle varie associazioni coinvolte nel processo.

SITOGRAFIA

www.supremecourt.gov

www.wholewomanshealth.com

www.repubblica.it

FEDERICA NOTTE