Il caso Ilva e il diritto ad un ambiente salubre secondo la CEDU

"Le Benevole" di mafe de baggis, CC BY - SA 2.0, www.flickr.com
“Le Benevole” di mafe de baggis, CC BY – SA 2.0, www.flickr.com

Il caso Ilva e il relativo ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo hanno riportato l’attenzione sul tema sempre più attuale del diritto ad un ambiente salubre, in quanto lo Stato italiano è stato accusato di aver mancato ai suoi doveri di proteggere l’ambiente e la salute dei cittadini.

In questo articolo vedremo, dunque, quali sono le garanzie offerte dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo e l’interpretazione giurisprudenziale offerta dalla Corte di Strasburgo a tal proposito, per poi analizzare in che modo le azioni del Governo italiano possano essersi poste in contrasto con queste.

Innanzitutto, va subito detto che la CEDU non riconosce un vero e proprio diritto dell’uomo all’ambiente. Tuttavia, in essa sono contenute diverse disposizioni che hanno permesso lo sviluppo di una giurisprudenza che vede la protezione dell’ambiente come mezzo per assicurare il rispetto degli altri diritti inviolabili riconosciuti dalla Convenzione.  Nello specifico, si guarda principalmente agli articoli 2 (diritto alla vita) e 8 (diritto alla vita privata e familiare).

Per quanto riguarda l’articolo 2, il primo paragrafo recita: “Il diritto alla vita di ogni persona è protetto dalla legge”. Tale disposizione è stata interpretata dai giudici di Strasburgo nel senso che essa non soltanto impone in capo agli Stati un obbligo negativo di astenersi dal privare intenzionalmente della vita una persona, ma pone a loro carico anche degli obblighi positivi di porre in essere tutte le misure necessarie volte a prevenire ed evitare che la vita umana sia messa in pericolo.

In particolare, riguardo alle situazioni di inquinamento ambientale, la Corte ha chiarito che la conduzione di attività industriali pericolose può causare violazioni del diritto alla vita, riconoscendo la sussistenza di obblighi positivi di protezione e prevenzione anche laddove l’attività industriale sia condotta da soggetti privati. Rimane, infatti, in capo alle autorità statali il dovere di predisporre un quadro normativo e amministrativo adeguato che costituisca un effettivo deterrente rispetto alle minacce per il diritto alla vita che possono derivare dallo svolgimento di un’attività produttiva pericolosa.

Nel caso specifico dell’Ilva, viene contestata la mancata tempestiva adozione di misure legislative ed amministrative volte a prevenire e limitare l’inquinamento significativo dell’aria, dell’acqua e del suolo della città di Taranto e gli effetti gravemente pregiudizievoli sulla salute che ne sono derivati. Infatti, da un lato, non sono stati adeguati i livelli degli agenti inquinanti prodotti dal complesso siderurgico a quelli indicati nelle direttive sulle emissioni industriali, dall’altro, le autorità nazionali hanno favorito l’insediamento abitativo proprio nelle aree inquinate (si pensi al quartiere Tamburi). A causa della continua esposizioni agli agenti inquinanti prodotti dall’Ilva, centinaia di cittadini lamentano di essere portatori di malattie ovvero di avere familiari affetti o deceduti per via di malattie cagionate dagli eccessivi livelli di inquinamento presenti nel territorio.

Per quanto riguarda l’articolo 8, invece, esso stabilisce che ogni persona ha diritto al rispetto della propria vita privata e familiare e del proprio domicilio. È stato soprattutto con riguardo a questo articolo che la giurisprudenza di Strasburgo ha fatto uso di un’interpretazione estensiva per ricomprendere la questione ambientale.

La Corte ha innanzitutto affermato che la disposizione non si limita a richiedere l’astensione dal compimento di atti di ingerenza arbitrari da parte delle autorità pubbliche, ma pone a carico di queste ultime anche degli obblighi di fare volti a garantire il rispetto effettivo del diritto alla vita privata e familiare. Nello specifico, i giudici di Strasburgo hanno ritenuto che un grave inquinamento ambientale può minare il benessere degli individui e impedirgli di vivere con serenità il loro domicilio, andando a colpire in modo negativo la loro vita privata e familiare. Assunto dunque che violazioni dell’articolo 8 possono derivare da problematiche ambientali, la Corte ha precisato che in tali casi l’obbligo positivo di protezione gravante sullo Stato si traduce, soprattutto in ipotesi di attività pericolose, nella necessità di adottare un quadro legislativo e amministrativo finalizzato a prevenire in modo efficace i danni all’ambiente e alla salute ed a regolamentare adeguatamente ogni attività, pubblica o privata, che possa interferire con il diritto al rispetto della vita privata e familiare. Inoltre, è stato ritenuto sufficiente accertare l’esistenza di un rischio prevedibile per la salute e il benessere degli individui al fine di rilevare la sussistenza di un obbligo positivo dello Stato di adottare misure adeguate capaci di proteggere i diritti degli interessati al rispetto della loro vita privata e del loro domicilio e, più in generale, al godimento di un ambiente sano e protetto.

In particolare per quanto riguarda il caso Ilva, non solo le pubbliche autorità hanno omesso di adempiere gli obblighi positivi di prevenzione, ma attraverso i continui decreti “salva Ilva”, a garanzia del proseguimento dell’attività siderurgica in spregio delle norme ambientali, il Governo ha ostacolato i ripetuti interventi della magistratura volti a porre fine alla diffusa situazione di illegalità. È stato consentito all’Ilva di continuare ad inquinare, così ponendosi in contrasto con il dovere di astenersi dal porre in essere condotte lesive dei diritti dei cittadini.

Va notato che vi sono dei criteri che legittimano un’ingerenza diretta da parte dello Stato nella vita privata e nel domicilio – ossia la “conformità alla legge”, il “perseguimento di uno scopo legittimo” e la “necessità in una società democratica” – e che questi si applicano anche con riferimento agli obblighi positivi di cui alla disposizione trattata. Tuttavia, è sempre necessario rispettare il “giusto equilibrio” tra il diritto al rispetto della vita privata e familiare dei cittadini e l’interesse alla prosecuzione dell’attività economica. Per quanto la Corte riconosca agli Stati un ampio margine di apprezzamento in materia, essa ha più volte sanzionato le autorità nazionali che abbiano manifestamente errato nell’operazione di bilanciamento dei contrapposti interessi. Un esempio è quando vi siano decisioni giudiziarie che abbiano accertato la sussistenza di attività inquinanti lesive del diritto alla vita e ad un ambiente sano, in contrasto con il pubblico interesse: in queste situazioni, le decisioni delle pubbliche autorità si trovano sempre in contrasto con le disposizioni di cui all’articolo 8. Nel caso dell’Ilva, il Governo italiano è accusato di aver perseguito unicamente l’interesse alla prosecuzione dell’attività produttiva e la salvaguardia dell’occupazione sacrificando il benessere e la salute dei residenti.

In definitiva, l’incapacità prolungata delle autorità italiane di assicurare il rispetto della normativa europea e italiana in materia ambientale, determinando un grave inquinamento, ha violato il diritto al rispetto della propria vita privata e, dunque, l’articolo 8 nel suo aspetto sostanziale.

Questo articolo, però, contiene anche degli obblighi procedurali. In particolare, si tratta del rispetto del diritto della collettività a ricevere informazioni che le consentano di valutare adeguatamente e tempestivamente i rischi derivanti dall’esposizione a fattori tossici o nocivi per la salute, nonché il diritto di ricorrere avverso decisioni, atti od omissioni che non abbiano debitamente tenuto conto delle posizioni delle popolazioni interessate o che abbiano violato i loro diritti. Lo stesso dispone la Convenzione di Aarhus del 1998, secondo la quale, in caso di minaccia imminente per la salute o l’ambiente derivante da attività umane o da cause naturali, tutte le informazioni in possesso di un’autorità pubblica suscettibili di consentire al pubblico di adottare delle misure per prevenire o limitare eventuali danni devono essere diffuse immediatamente alle persone che rischiano di esserne toccate, le quali devono altresì avere la possibilità di ricorrere avverso disposizioni normative in materia ambientale considerate pregiudizievoli. Anche l’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa ha raccomandato ai Governi degli Stati membri di salvaguardare il diritto individuale di accedere alle informazioni, alla partecipazione pubblica nel processo decisionale e all’accesso alla giustizia nelle questioni ambientali.

Quanto alle informazioni concernenti il livello di inquinamento derivante dalle emissioni di sostanze nocive ed altamente inquinanti provenienti dall’Ilva, i cittadini di Taranto per molti anni non sono stati informati dei rischi per la propria salute derivanti dalle alte concentrazioni di sostanze cancerogene prodotte dallo stabilimento siderurgico in questione. Non solo, ma essendo il Governo costantemente intervenuto ad annullare le decisioni della magistratura volte ad impedire la prosecuzione delle attività altamente inquinanti, si è impedito ai cittadini di ricorrere avverso il mancato rispetto della normativa ambientale. Parrebbe, dunque, che non siano stati rispettati i doveri di pubblicità, trasparenza e partecipazione ai processi decisionali di cui all’articolo 8 della Convenzione.

Essendo questo il quadro delle tutele e le garanzie offerte dalla CEDU per il diritto ad un ambiente salubre, resta da attendere per vedere in che modo si pronuncerà la Corte sul caso Ilva, in quella che potrebbe essere una sentenza “pilota” in materia.

                                                                                                                             CAMILLA ROMEO

BIBLIOGRAFIA:

Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali;

Öneryildiz c. Turchia [GC], 30 novembre 2004;

Di Sarno e altri c. Italia, 10 gennaio 2012;

Guerra e altri c. Italia, 19 febbraio 1988;

Lopez Ostra c. Spagna, 9 dicembre 1994;

Fadeyeva c. Russia, 9 giugno 2005;

Taşkin e altri c. Turchia, 10 novembre 2014;

Recommendation 1614 (2003) on environment and human rights, 27 June 2003;

Convenzione di Aarhus (1998).