Recensione del libro “Fine pena: ora” di Elvio Fassone *

“Copertina del libro ‘Fine pena: ora’ di Elvio Fassone”, foto di Simone Basso – autore dell’articolo – tramite Flickr.com

 

Elvio Fassone, magistrato torinese (già membro del Consiglio Superiore della Magistratura e del Senato della Repubblica), descrive l’inusuale rapporto epistolare sorto con un carcerato, Salvatore M., condannato dallo stesso alla pena massima dell’ergastolo. Dal racconto emerge l’impietosa ineluttabilità del sistema carcerario e al lettore non resta che interrogarsi sulla opportunità della pena dell’ergastolo.

Sono gli anni ’80 e a Torino si celebra uno dei maxi-processi a 242 esponenti della mafia catanese. Il magistrato piemontese incrocia la sua strada con quella dell’imputato Salvatore M., (<<indicato come uno dei soggetti più pericolosi, con un curriculum la cui lunghezza si misura a spanne>>) “casualmente”, dato che il processo che si dovrebbe celebrare a Catania, viene rimesso presso la Corte di Assise di Torino e perché a presiedere la sezione speciale istituita per la celebrazione del “maxi” viene scelto proprio Elvio Fassone.
Il presidente di una Assise deputata a giudicare un così grande numero di imputati diventa quasi un sindaco di un piccolo Comune, che, oltre alla ordinaria attività giudicante, deve decidere su permessi, visite, esoneri, gestione delle custodie cautelari, ecc. Un mare di esigenze “umane” che permettono al magistrato di conoscere di persona l’imputato Salvatore: un giorno, terminata l’udienza e congedati i giudici laici, il presidente si mette a disposizione, con il giudice a latere, degli imputati per le richieste personali. Salvatore giunge sbottando con <<mia madre sta morendo>>: il giudice capisce che quel giovane ha la necessità di tornare in Sicilia per porgere l’ultimo omaggio alla genitrice ma, d’altro canto, è consapevole dei pericoli che potrebbe correre nel dargli un permesso in tal senso. Sceglie di fidarsi e da quel momento inizia un rapporto privilegiato tra i due.

Il processo galoppa verso la fine, anche se la sua durata è di molto prolungata e anche se il presidente è costretto a vivere <<come un carcerato>>. La sentenza per Salvatore è quella di condanna alla pena dell’ergastolo.
Da questo momento il giudice posa la toga e il suo lato umano riaffiora, unito al rammarico per la condanna di un giovane ragazzo alla pena perpetua. La prima notte da condannato di Salvatore è per il giudice una notte insonne di pensieri sofferenti e di frasi che riaffiorano dai colloqui intervenuti con l’allora imputato: <<se suo figlio nasceva dove sono nato io, adesso era lui nella gabbia!>>.

Inizia così il racconto della esperienza carceraria di Salvatore mediante un serrato scambio epistolare che coinvolge il giudice e il condannato, iniziato con la lettera che il primo invia all’esito della notte insonne, unitamente a un libro (Siddharta di Herman Hesse).
La descrizione degli anni in carcere di Salvatore è la descrizione di un percorso rieducativo efficace, che trova spazio nella giovane mente del detenuto e che si tramuta nella partecipazione a svariate attività, nella volontà di superare l’esame di terza media e di accedere al mondo del lavoro (con conseguente semilibertà). È anche la descrizione degli effetti tragici che gli eventi occorsi nel frattempo (soprattutto le stragi di Capaci e via D’Amelio del 1992) hanno sulla detenzione dei condannati per reati associativi.

Il racconto viene interrotto da un evento tragico che fa mutare il punto di vista del giudice/narratore. La tragicità dell’evento trasforma la narrazione in riflessione.
La riflessione interessa l’opportunità dell’indicare l’avverbio MAI come termine della pena detentiva.
Una condanna all’ergastolo che prima viene vista dal giudice come pena crudele, come qualcosa di abominevole, soprattutto se applicata ad un giovane come Salvatore, viene compresa nell’ultima parte del libro in tutta la sua disumanità, in tutta la sua carica di ineluttabilità.

Il libro di Elvio Fassone, edito da Sellerio (editore particolarmente attento alle tematiche della legalità e della criminalità), è un documento umano. Non la semplice descrizione di un rapporto epistolare tra giudice e imputato ma dinamica evoluzione di due uomini: la più comprensibile evoluzione del detenuto Salvatore M., che nella solitudine del carcere, abbandona la veste di “gatto selvatico” e comprende la funzione del percorso rieducativo, anche se tra alti e bassi (purtroppo c’è sempre l’incognita degli affetti esterni). Il più inaspettato, invece, è il dinamismo di Elvio Fassone che inizia con l’essere giudice, nella prima parte (“sindaco di una piccola comunità”), uomo nella seconda e padre nella terza e ultima parte: il padre che comprende la reale entità di una pena detentiva perpetua che colpisce il figlio e ne mette in dubbio la reale efficacia, nonché l’opportunità.

Il libro, incastonato in una cornice di eventi fondamentali per la storia e per la coscienza civica italiana, descrive anche lo svolgimento di un processo nell’ordinamento precedente alla riforma del codice di procedura penale e l’applicazione dell’inasprimento alla condizione detentiva dei condannati “per associazione” avvenuto in seguito alle stragi del 1992, con l’introduzione del regime del 41-bis ordinamento penitenziario.
Soprattutto emerge la critica al “carcerocentrismo”, ossia alla centralità della pena detentiva nel nostro ordinamento penale, alla inefficienza delle strutture penitenziarie che si tramutano in disumanità del sistema penitenziario e alla scarsa – o addirittura inesistente – efficacia rieducativa della detenzione perpetua.
Questa critica viene riassunta in una appendice, di una trentina di pagine, in cui la analisi delle tematiche riaffiora ragionevolmente dopo il racconto della esperienza vissuta dall’autore del libro. Il ruolo di questo pamphlet analitico è quello di dare una risposta al quesito di fondo che tutta la vicenda di Salvatore pone. Infatti, al termine del racconto, le vicende umane lasciano l’amaro in bocca al lettore, il cui ottimismo viene tragicamente disatteso e a cui si presenta l’importante quesito se davvero l’ordinamento abbia bisogno del sangue e delle vite dei criminali per consentire loro di fare emenda dei crimini commessi.

*”Fine pena: ora”, di Elvio Fassone, edito da Sellerio, Palermo, 2015, pp. 210

SIMONE BASSO