Brevi riflessioni sul nuovo Senato previsto dalla riforma costituzionale Renzi-Boschi

22 Febbraio, Pier Carlo Padoan con Matteo Renzi a Siena
1. Introduzione

Il 4 dicembre prossimo[1] i cittadini italiani saranno chiamati a pronunciarsi sul quesito referendario della c.d. Riforma costituzionale Renzi-Boschi[2]. Tutti noi ci troveremo sotto il naso una scheda con la domanda «Approvate voi il testo della legge costituzionale concernente ‘disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del Cnel e la revisione del titolo V della parte II della Costituzione’ approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 88 del 15 aprile 2016?», relativamente alla quale dovremo barrare la casella oppure la casella No.

È intuitivo come riassumere in un unico quesito tutto il contenuto di una legge di riforma costituzionale sia una prova ardua che rischia di essere addirittura forviante – prova ardua in quanto il contenuto della riforma che sarà apportate alla Costituzione, nel caso in cui il referendum confermativo dovesse dare esito positivo, è alquanto ampio[3].

Il presente, piccolo e modesto, contributo si sofferma soltanto su una veloce illustrazione di un unico punto fondamentale per la riforma: il disegno del nuovo Senato[4], con tutte le conseguenze ad esso correlate.

2. I punti focali della c.d. riforma costituzionale Renzi-Boschi

La riforma costituzionale del Governo Renzi[5], approvata in quarta lettura il 12 aprile 2016, non è la prima riforma costituzionale (rectius: tentativo di riforma costituzionale) avvenuta(o) in Italia. Infatti, alcune disposizioni sono state introdotte o modificate successivamente al 1948; tuttavia, la riforma massiccia, più importante e determinante è stata quella del 2001 e incentrata sul rapporto fra lo Stato, le Regioni e gli Enti Locali.

La riforma Renzi sicuramente avrà un impatto maggiore rispetto a quella del 2001, e questo non soltanto perché gli articoli modificati sono molto numerosi (ben 47 articoli, pari al 33,81% di tutti la Carta – quindi più di un terzo!) ma soprattutto perché essa interviene su alcune tematiche di fondamentale importanza per come è oggi disegnata la Costituzione:

  1. modifica totalmente la disciplina del Senato;
  2. elimina il bicameralismo perfetto modificando, quindi, il procedimento legislativo;
  3. modifica il rapporto fra Stato, Regioni ed Enti Locali.

2.1. La modifica della disciplina del Senato

La Costituzione vigente delinea un Parlamento costituito dalla Camera dei Deputati, tradizionalmente retaggio di quelle camere basse che in tutta la storia costituzionale hanno rappresentato il luogo in cui i ceti non nobili potevano esprimere la propria rappresentanza, e dal Senato della Repubblica, residuo delle antiche camere alte di rappresentanza della nobiltà di toga e di spada.

Chiaramente oggi il Senato non rappresenta più la nobiltà, dato che la monarchia è stata preferita alla Repubblica con il referendum di 70 anni fa. Tuttavia, la distinzione fra Camere basse e Camere alte è rimasta ben salda nelle tradizioni costituzionale occidentali nella sua evoluzione di rappresentanza della centralità dello Stato e come luogo di rappresentanza delle sue espressioni territoriali, specialmente negli Stati di tipo federale.

L’Italia, però, non è né uno Stato centrale né uno Stato federale; l’Italia è un ibrido, una repubblica parlamentare di tipo regionale. Questa locuzione, che sembra piena di significato, in realtà è alquanto vuota, in quanto nulla più è che il riassunto del primo periodo dell’art. 57 co. 1 Cost. che stabilisce che «[I]l  Senato della Repubblica è eletto su base regionale». Infatti i 315 senatori (ad esclusione di quelli nominati a vita dal Presidente della Repubblica) sono eletti sì su base regionale, ma detto criterio significa solamente che essi sono espressione di raggruppamenti circoscrizionali regionali. Nelle forme federali, invece, il voto è espressione dei vari governi federali e non un semplice disegno di geografia elettorale come accade in Italia.

Al riguardo, la riforma Renzi interviene copernicanamente.

Se da un punto di vista nominalistico il Senato della Repubblica non cambia, muta sul piano sostanziale il contenuto della sua disciplina.

Il nuovo art. 55 Cost.[6] afferma che il Parlamento è composto dalla Camera dei Deputati e dal Senato della Repubblica e sottolinea che soltanto i deputati rappresentano la nazione, mentre i senatori rappresentano le istituzioni territoriali. Questo perché il nuovo Senato diventa il momento democratico nel quale vengono rappresentate tutte le istituzioni territoriali e nel quale vengono esercitate le «funzioni di raccordo tra lo Stato e gli altri enti costitutivi della Repubblica».

Il nuovo Senato diviene, quindi, una Camera di rappresentanza degli enti locali. Il nuovo art. 57 Cost.[7] afferma che esso è formato da «novantacinque senatori rappresentativi delle istituzioni territoriali e da cinque senatori che possono essere nominati dal Presidente della Repubblica» (l’ultima parte della disposizione mostra quindi che non vengono meno i c.d. senatori a vita di nomina presidenziale – anche se essi, ad eccezione degli ex Presidenti della Repubblica, non sono più nominati a vita bensì per una durata di sette anni non rinnovabili [nuovo art. 59]).

Il nuovo art. 57 Cost. stabilisce che i senatori sono eletti con metodo proporzionale da ciascun Consiglio regionale fra i propri membri ma, obbligatoriamente, almeno un senatore deve essere un sindaco di un Comune del territorio regionale. Secondo il nuovo art. 57 Cost. nessuna Regione può avere un numero di senatori inferiore a due. Considerando che viene espressa come eccezione la circostanza che le Province Autonome di Trento e di Bolzano hanno soltanto due senatori ciascuna, la regola generale risultante afferma quindi che le Regioni possono avere anche più di due senatori, il cui numero è stabilito proporzionalmente alla popolazione della Regione con criteri stabiliti dalla legge «sulla base dei quozienti interi e dei più alti resti».

È chiaro che le forze di minoranza di una Regione potranno trovare rappresentanza al nuovo Senato unicamente in quei casi in cui la popolazione regionale sia così numerosa da permettere l’elezione di un alto numero di senatori.

Considerando che i nuovi senatori sono espressione del governo Regionale e locale, oltre al fatto che solamente più i Deputati ricevono la c.d. indennità di Parlamentare (mentre il regime delle immunità parlamentari rimangono invariate), la durata della carica di senatore coincide con quella di Consigliere regionale e/o Sindaco: qualora quest’ultima cessi, il senatore decade automaticamente dalla propria carica – e il Senato non può che prenderne atto (nuovo art. 66 Cost.[8]). Questo legame con il territorio appare evidente dalla mancanza del rapporto fiduciario fra il Governo e il nuovo Senato, e anche dalla previsione del nuovo art. 63 Cost.[9] che afferma che il regolamento del nuovo Senato potrà prevedere ulteriori casi di incompatibilità in relazione a cariche ricoperte dai senatori all’interno del nuovo Senato, «in ragioni dell’esercizio di funzioni di governo regionali o locali».

Il nuovo Senato, però, è un organo “rotativo”, nel senso che non è mai privato dalla totalità dei propri componenti. Infatti, se è vero che, ad esempio, quando un Consigliere regionale cessa il proprio mandato locale decadendo da senatore, è altrettanto vero che esso sarà subito sostituito da un nuovo Consigliere regionale: il Senato è un organo in continuo rinnovamento – a maggior ragione considerando il fatto che non tutti i Consiglieri regionali e/o Sindaci sono eletti nello stesso giorno.

Sulla base di queste considerazioni, è evidente come sia logica l’abrogazione del vecchio articolo 58 Cost. che stabiliva le modalità per l’elettorato attivo e passivo alla carica di Senatore.

2.2. Il nuovo Senato come presupposto per l’eliminazione del bicameralismo perfetto e della modifica dell’iter legislativo

I costituenti erano stati inevitabilmente condizionati dall’esperienza di autoritarismo che avevano vissuto e dalla quale erano appena usciti. Per queste ragioni, il principio guida di tutta l’animo costituente era stato la tutela dai soprusi della maggioranza (rectius: dei soprusi del potere) e, ogni qualvolta questo principio doveva bilanciarsi con un altro, alla fine i padri costituenti fecero prevalere il primo.

Questa forma mentis si è riflessa in maniera più che evidente nella forma di bicameralismo perfetto (o paritario) che  prevede all’art. 70 Cost. che «[l]a funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere». Questo significa che, a vantaggio di una maggior “democraticità” nel prendere le decisioni, in quanto il testo del disegno di legge per diventare legge deve essere approvato senza emendamenti sia dalla Camera sia dal Senato, vi è in contrappeso l’ingombrante lungaggine dell’iter legislativo.

La riforma Renzi agisce in anche in questo senso. Viene meno il bicameralismo perfetto in quanto ogni ramo del Parlamento viene dotato di specifiche funzioni. O meglio: la Camera dei Deputati rimane il ramo a competenza generale – ad esempio ad essa spetterà l’approvazione generica degli atti aventi forza di legge – mentre il nuovo Senato diviene il ramo a competenza specifica.

Infatti, il nuovo art. 55 Cost.[10] stabilisce le funzioni del nuovo Senato. Esso:

  • concorre alla funzione legislativa nei modi e nei casi stabiliti dalla Costituzione;
  • concorre all’esercizio della funzione di raccordo fra Enti Locali, Regioni, Stato e Unione europea;
  • partecipa alle fasi di formazione e di attuazione degli atti e delle politiche europee;
  • valuta le politiche pubbliche e l’attività della pubblica amministrazione;
  • esprime pareri sulle nomine governative;
  • verifica l’attuazione delle leggi.

Conseguentemente al venir meno del bicameralismo perfetto, muta anche il procedimento per l’iter legislativo.

Il vecchio art. 70 Cost. («[l]a funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere») ora viene modificato profondamente, divenendo assai più complesso.

Infatti, se prima vi era un unico procedimento legislativo, il nuovo art. 70 Cost.[11] ne identifica due:

  1. Il procedimento bicamerale;
  2. Il procedimento ordinario.
  3. Il procedimento bicamerale, designato come eccezione (mentre oggi è la regola), prevede che per:
  • leggi di revisione costituzionale e leggi costituzionali;
  • leggi di attuazione in tema di minoranze linguistiche;
  • referendum popolari;
  • leggi in tema di ordinamento, legge elettorale, organi di governo e funzioni fondamentali di Enti Locali (cioè Comuni e Città metropolitane);
  • leggi di principio sulle forme associative di Comuni;
  • leggi sulla partecipazione alla formazione e all’attuazione del diritto europeo;
  • leggi sulle prerogative dei Senatori (casi di ineleggibilità e incompatibilità);
  • legge elettorale del Senato;
  • leggi di ratifica dei tratti europei

debba esserci l’approvazione senza emendamenti sia da parte del nuovo Senato sia da parte della Camera dei Deputati. I casi espressamente previsti supra sono tassativi.

In sostanza: tutti i casi di procedimento legislativo bicamerale consistono in leggi che, a loro volta, sono leggi di natura procedurale – e questo è una indicazione del ruolo del nuovo Senato che, seppur diminuito, non si traduce però in inutilità.

È chiaro, come stabilisce lo stesso nuovo art. 70 Cost., che le leggi bicamerali possono essere abrogate o modificate o derogate seguendo le stesse modalità di approvazione (cioè possono essere abrogate, modificate o derogate con un procedimento che preveda l’intervento di entrambi i rami del Parlamento).

Il procedimento ordinario, invece, stabilisce che in tutti i casi non previsti dalle ipotesi tassativamente espresse (appena viste sopra), le leggi sono approvate soltanto dalla Camera dei Deputati.

Tuttavia, il nuovo Senato ha anche un ruolo ulteriore all’interno del procedimento ordinario.

Infatti esso ha la possibilità, entro 10 giorni dall’approvazione del disegno di legge da parte della Camera dei Deputati (15 in caso di leggi di bilancio e di stabilità), e su impulso di un terzo dei senatori, di chiedere di esaminarlo per poi (entro i successivi 30 giorni) deliberare emendamenti sui quali la Camera si esprime in via definitiva.

Vi sarà la promulgazione della legge nel caso in cui il Senato non chieda l’esame del disegno di legge, o nel caso in cui le tempistiche (10 e 30 giorni) non siano rispettate, così come anche nel caso in cui la Camera dei Deputati si sia espressa in via definitiva.

Il Senato si esprime automaticamente nelle ipotesi in cui la Camera non abbia rispettato il proprio limite di competenza legislativa e sia intervenuta disciplinando con atti avente forza di legge materie di competenza legislativa esclusiva delle Regioni. In questa ipotesi il ruolo del Senato viene rafforzato, dato che se esso si esprime a maggioranza assoluta, la Camera dei Deputati può prevalere soltanto nel caso in cui anch’essa si esprima con la maggioranza assoluta.

Inoltre, il Senato può anche svolgere attività conoscitiva su atti e documenti sottoposti all’esame della Camera dei Deputati, formulando osservazioni – ma la Camera può anche non tenerne conto.

Il nuovo art. 71 Cost.[12] prevede che il Senato possa, con una deliberazione adottata a maggioranza assoluta, richiedere alla Camera dei Deputati di procedere alla formulazione di una proposta di legge. Su essa la Camera è tenuta a pronunciarsi entro sei mesi[13].

2.3. Il nuovo Senato e la modifica del rapporto fra lo Stato e le Regioni

Tradizionalmente, le vicende storico-politiche dello Stato italiano sono state caratterizzate – se non addirittura segnate – dal rapporto fra lo Stato centrale e le autonomie locali. Questo rapporto critico è stato intelligentemente usato dal governo centrale per accrescere il proprio controllo sulle periferie dello Stato: basti pensare al Comune, originariamente utilizzato come strumento di controllo per il tramite dell’anagrafe e per la chiamata alle armi. Non a caso, anche nella storia contemporanea italiana questa criticità non si è attenuata, bensì trasformata anche a seguito di movimenti politici che – almeno nella propria fase iniziale – puntavano all’ottenimento di una sempre maggior autonomia rispetto al governo centrale.

Nel 2001, sospinta da quella che a posteriori potrebbe essere identificata come una vera e propria moda pseudo federalista, vi è stata la riforma costituzionale che ha riscritto completamente il rapporto fra lo Stato e le Regioni, il cui impianto è attualmente in vigore.

Come è noto, oggi la Costituzione stabilisce all’art. 114 Cost. che la Repubblica è costituita da Comuni, Province, Città metropolitane e Regioni. Nel nuovo art. 114 Cost. invece viene meno il riferimento alle Province.[14] Dato che non soltanto lo Stato è titolare della potestà legislativa, la quale spetta anche alle Regioni, l’art. 117 Cost. ha previsto un meccanismo di riparto di competenze fra Stato e Regioni:

  • materie, espressamente e tassativamente elencate, di competenza esclusiva dello Stato;
  • materie, espressamente e tassativamente elencate, di competenza concorrente, per le quali vi è la competenza dello Stato nel dettarne i principi mentre l’attuazione della disciplina di dettaglio è di competenza regionale;
  • materie di competenza residuale di competenza regionale.

Il meccanismo previsto dalla riforma del 2001 ha causato un vero e proprio congestionamento in sede di pronunce della Corte costituzionale, la quale si è pronunciata innumerevoli volte riguardo a conflitti di attribuzione fra Stato e Regioni.

La riforma Renzi-Boschi interviene capovolgendo i criteri oggi in vigore e, quindi, mutando completamente il rapporto fra lo Stato e le Regioni.

Il nuovo art. 117 Cost.[15] interviene pesantemente sul rapporto fra lo Stato e le Regioni.

Le materie di competenza esclusiva dello Stato, tassativamente ed espressamente previste, vengono aumentate. Oltre a quelle precedenti vengono aggiunte la competenza in materia di:g) norme sul procedimento amministrativo e sulla disciplina giuridica del lavoro alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche tese ad assicurarne l’uniformità sul territorio nazionale;

  • g) norme sul procedimento amministrativo e sulla disciplina giuridica del lavoro alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche tese ad assicurarne l’uniformità sul territorio nazionale;
  • m) disposizioni generali e comuni per la tutela della salute, per le politiche sociali e per la sicurezza alimentare;
  • n) ordinamento scolastico; istruzione universitaria e programmazione strategica della ricerca scientifica e tecnologica;
  • p) disposizioni di principio sulle forme associative dei comuni;
  • q) commercio con l’estero;
  • r) pesi, misure e determinazione del tempo; coordinamento informativo statistico e informatico dei dati, dei processi e delle relative infrastrutture e piattaforme informatiche dell’amministrazione statale, regionale e locale; opere dell’ingegno;
  • s) ordinamento sportivo; disposizioni generali e comuni sulle attività culturali e sul turismo;
  • t) ordinamento delle professioni e della comunicazione;
  • u) disposizioni generali e comuni sul governo del territorio; sistema nazionale e coordinamento della protezione civile;
  • v) produzione, trasporto e distribuzione nazionali dell’energia;
  • z) infrastrutture strategiche e grandi reti di trasporto e di navigazione d’interesse nazionale e relative norme di sicurezza; porti e aeroporti civili, di interesse nazionale e internazionale.

Di fondamentale importanza è l’abrogazione della competenza concorrente: ora le materie sono o di competenza esclusiva statale o di competenza esclusiva regionale (sebbene via sia ancora un accenno alla residualità di competenza regionale). Sia le materie di competenza statale sia quelle regionali sono espressamente e tassativamente previste – sebbene quelle statali comprendano ambiti più ampi e complessivamente più importanti di quelli regionali – e questo si tradurrà, da un parte, nella diminuzione del contenzioso in sede di Corte costituzionale ma, dall’altra, in una inevitabile centralizzazione dell’iter legislativo a vantaggio dello Stato centrale e a danno delle Regioni. E questo lo si nota specialmente nella c.d. clausola di supremazia espressa al nuovo art. 117 co. 5, che prevede che la legge statale possa intervenire anche in materie di competenza regionale qualora «lo richieda la tutela dell’unità giuridica o economica della Repubblica, ovvero la tutela dell’interesse nazionale».

La ratio della riforma del riparto di competenza fra lo Stato e le Regioni va nell’ottica di diminuire il potere legislativo alle Regioni per permettere loro di partecipare alla legislazione dello Stato – anche attraverso il nuovo Senato.

3. Conclusioni

Una riforma così importante non può che creare forti divisioni, non solamente all’interno dei giuristi e dei costituzionalisti, ma anche, ovviamente, all’interno del mondo politico e civile. È chiaro che è la stessa Costituzione a prevedere, ex art. 138, che essa stessa possa essere emendata per garantirle durabilità e adattabilità al divenire inevitabile della realtà. È altrettanto vero, però, che se la Costituzione può essere modificata “legalmente”, bisogna evitare che vi siano delle modifiche – non tanto ai principi generali (che tra l’altro sono intangibili) quanto, piuttosto – ai meccanismi fra organi dello Stato, o componenti della Repubblica, che possano essere in grado di avere un effetto elusivo della disciplina globalmente considerata, ovvero produrre effetti di sistema elusivi e/o potenzialmente contraddittori. Un esempio su tutti: la clausola di supremazia statale all’interno del sistema di riparto di competenza fra Stato e Regioni, che contraddice volutamente, a mo’ di asterisco vessatorio, quanto la stessa disposizione dell’art. 117 Cost., afferma ai commi precedenti.

Per dirla alla Montesquieu ne L’esprit des lois, se è vero che il potere corrompe, è sicuramente vero che il potere assoluto corrompe assolutamente. E riscrivendo la Costituzione si rischia di diminuire fortemente le garanzie procedurali che fino ad ora ci hanno protetto per quasi settant’anni. Anche se le buone intenzioni si devono sempre considerare presunte, chi mette mano alla Costituzione deve avere anche la lungimiranza di essere in grado di prevedere i dannosi effetti di sistema che possono nascere dalle modifiche poste in essere. Perché se il legislatore ordinario può avere la scusante di non essere stato in grado di prevederli, il legislatore costituzionale non possiede di certo questo lusso.

STEFANO ROSSA

Per una bibliografia minima si rimanda a quanto riportato alle note 2 e 4 infra.

[1] Vedasi il D.P.R. 27 settembre 2016, in Gazzetta Ufficiale n. 227 del 2016.

[2] In proposito si vedano, ad esempio, il Focus sulla riforma costituzionale di federalismi.it (http://federalismi.it/focus/index_focus.cfm?FOCUS_ID=57&focus=riforma) e quello de Il Piemonte delle Autonomie (http://piemonteautonomie.cr.piemonte.it/cms/index.php/la-riforma-della-e-il-referendum-costituzionale-le-citta-metropolitane-e-le-province).

[3] Il testo a fronte articolo per articolo, con il confronto fra le disposizioni della Costituzione vigente e quella approvanda, è consultabile al link http://documenti.camera.it/Leg17/Dossier/Pdf/AC0500N.Pdf.

[4] Al riguardo, sempre come esempio, si veda il Dossier di approfondimento sull’elezione del nuovo Senato in Il Piemonte delle Autonomie (http://piemonteautonomie.cr.piemonte.it/cms/index.php/l-elezione-del-nuovo-senato).

[5] Il testo di legge costituzionale è pubblicato in Gazzetta Ufficiale n. 88 del 2016.

[6] «1. Il Parlamento si compone della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica. 2. Le leggi che stabiliscono le modalità di elezione delle Camere promuovono l’equilibrio tra donne e uomini nella rappresentanza. 3. Ciascun membro della Camera dei deputati rappresenta la Nazione. 4. La Camera dei deputati è titolare del rapporto di fiducia con il Governo ed esercita la funzione di indirizzo politico, la funzione legislativa e quella di controllo dell’operato del Governo. 5. Il Senato della Repubblica rappresenta le istituzioni territoriali ed esercita funzioni di raccordo tra lo Stato e gli altri enti costitutivi della Repubblica. Concorre all’esercizio della funzione legislativa nei casi e secondo le modalità stabiliti dalla Costituzione, nonché all’esercizio delle funzioni di raccordo tra lo Stato, gli altri enti costitutivi della Repubblica e l’Unione europea. Partecipa alle decisioni dirette alla formazione e all’attuazione degli atti normativi e delle politiche dell’Unione europea. Valuta le politiche pubbliche e l’attività delle pubbliche amministrazioni e verifica l’impatto delle politiche dell’Unione europea sui territori. Concorre ad esprimere pareri sulle nomine di competenza del Governo nei casi previsti dalla legge e a verificare l’attuazione delle leggi dello Stato. 6. Il Parlamento si riunisce in seduta comune dei membri delle due Camere nei soli casi stabiliti dalla Costituzione».

[7] «1. Il Senato della Repubblica è composto da novantacinque senatori rappresentativi delle istituzioni territoriali e da cinque senatori che possono essere nominati dal Presidente della Repubblica. 2. I Consigli regionali e i Consigli delle Province autonome di Trento e di Bolzano eleggono, con metodo proporzionale, i senatori fra i propri componenti e, nella misura di uno per ciascuno, fra i sindaci dei comuni dei rispettivi territori. 3. Nessuna Regione può avere un numero di senatori inferiore a due; ciascuna delle Province autonome di Trento e di Bolzano ne ha due. 4. La ripartizione dei seggi tra le Regioni si effettua, previa applicazione delle disposizioni del precedente comma, in proporzione alla loro popolazione, quale risulta dall’ultimo censimento generale, sulla base dei quozienti interi e dei più alti resti. 5. La durata del mandato dei senatori coincide con quella degli organi delle istituzioni territoriali dai quali sono stati eletti, in conformità alle scelte espresse dagli elettori per i candidati consiglieri in occasione del rinnovo dei medesimi organi, secondo le modalità stabilite dalla legge di cui al sesto comma. 6. Con legge approvata da entrambe le Camere sono regolate le modalità di attribuzione dei seggi e di elezione dei membri del Senato della Repubblica tra i consiglieri e i sindaci, nonché quelle per la loro sostituzione, in caso di cessazione dalla carica elettiva regionale o locale. I seggi sono attribuiti in ragione dei voti espressi e della composizione di ciascun Consiglio».

[8] «1. Ciascuna Camera giudica dei titoli di ammissione dei suoi componenti e delle cause sopraggiunte di ineleggibilità e di incompatibilità. 2. Il Senato della Repubblica prende atto della cessazione dalla carica elettiva regionale o locale e della conseguente decadenza da senatore».

[9] «1. Ciascuna Camera elegge fra i suoi componenti il Presidente e l’Ufficio di presidenza. 2. Il regolamento stabilisce in quali casi l’elezione o la nomina alle cariche negli organi del Senato della Repubblica possono essere limitate in ragione dell’esercizio di funzioni di governo regionali o locali. 3. Quando il Parlamento si riunisce in seduta comune, il Presidente e l’Ufficio di presidenza sono quelli della Camera dei deputati».

[10] Si veda la nota 6.

[11] «1. La funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere per le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali, e soltanto per le leggi di attuazione delle disposizioni costituzionali concernenti la tutela delle minoranze linguistiche, i referendum popolari, le altre forme di consultazione di cui all’articolo 71, per le leggi che determinano l’ordinamento, la legislazione elettorale, gli organi di governo, le funzioni fondamentali dei Comuni e delle Città metropolitane e le disposizioni di principio sulle forme associative dei Comuni, per la legge che stabilisce le norme generali, le forme e i termini della partecipazione dell’Italia alla formazione e all’attuazione della normativa e delle politiche dell’Unione europea, per quella che determina i casi di ineleggibilità e di incompatibilità con l’ufficio di senatore di cui all’articolo 65, primo comma, e per le leggi di cui agli articoli 57, sesto comma, 80, secondo periodo, 114, terzo comma, 116, terzo comma, 117, quinto e nono comma, 119, sesto comma, 120, secondo comma, 122, primo comma, e 132, secondo comma. Le stesse leggi, ciascuna con oggetto proprio, possono essere abrogate, modificate o derogate solo in forma espressa e da leggi approvate a norma del presente comma. 2. Le altre leggi sono approvate dalla Camera dei deputati. 3. Ogni disegno di legge approvato dalla Camera dei deputati è immediatamente trasmesso al Senato della Repubblica che, entro dieci giorni, su richiesta di un terzo dei suoi componenti, può disporre di esaminarlo. Nei trenta giorni successivi il Senato della Repubblica può deliberare proposte di modificazione del testo, sulle quali la Camera dei deputati si pronuncia in via definitiva. Qualora il Senato della Repubblica non disponga di procedere all’esame o sia inutilmente decorso il termine per deliberare, ovvero quando la Camera dei deputati si sia pronunciata in via definitiva, la legge può essere promulgata. 4. L’esame del Senato della Repubblica per le leggi che danno attuazione all’articolo 117, quarto comma, è disposto nel termine di dieci giorni dalla data di trasmissione. Per i medesimi disegni di legge, la Camera dei deputati può non conformarsi alle modificazioni proposte dal Senato della Repubblica a maggioranza assoluta dei suoi componenti, solo pronunciandosi nella votazione finale a maggioranza assoluta dei propri componenti. 5. I disegni di legge di cui all’articolo 81, quarto comma, approvati dalla Camera dei deputati, sono esaminati dal Senato della Repubblica, che può deliberare proposte di modificazione entro quindici giorni dalla data della trasmissione. 6. I Presidenti delle Camere decidono, d’intesa tra loro, le eventuali questioni di competenza, sollevate secondo le norme dei rispettivi regolamenti. 7. Il Senato della Repubblica può, secondo quanto previsto dal proprio regolamento, svolgere attività conoscitive, nonché formulare osservazioni su atti o documenti all’esame della Camera dei deputati».

[12] «1. L’iniziativa delle leggi appartiene al Governo, a ciascun membro delle Camere ed agli organi ed enti ai quali sia conferita da legge costituzionale. 2. Il Senato della Repubblica può, con deliberazione adottata a maggioranza assoluta dei suoi componenti, richiedere alla Camera dei deputati di procedere all’esame di un disegno di legge. In tal caso, la Camera dei deputati procede all’esame e si pronuncia entro il termine di sei mesi dalla data della deliberazione del Senato della Repubblica. 3. Il popolo esercita l’iniziativa delle leggi, mediante la proposta, da parte di almeno centocinquantamila elettori, di un progetto redatto in articoli. La discussione e la deliberazione conclusiva sulle proposte di legge d’iniziativa popolare sono garantite nei tempi, nelle forme e nei limiti stabiliti dai regolamenti parlamentari. 4. Al fine di favorire la partecipazione dei cittadini alla determinazione delle politiche pubbliche, la legge costituzionale stabilisce condizioni ed effetti di referendum popolari propositivi e d’indirizzo, nonché di altre forme di consultazione, anche delle formazioni sociali. Con legge approvata da entrambe le Camere sono disposte le modalità di attuazione».

[13] Sul punto, tuttavia, non è chiaro quale sia l’effetto allorquando essa non si pronunci entro sei mesi: illegittimità costituzionale?

[14] «1. La Repubblica è costituita dai Comuni, dalle Città metropolitane, dalle Regioni e dallo Stato. 2. I Comuni, le Città metropolitane e le Regioni sono enti autonomi con propri statuti, poteri e funzioni secondo i principi fissati dalla Costituzione. 3. Roma è la capitale della Repubblica. La legge dello Stato disciplina il suo ordinamento».

[15] «1. La potestà legislativa è esercitata dallo Stato e dalle Regioni nel rispetto della Costituzione, nonché dei vincoli derivanti dall’ordinamento dell’Unione europea e dagli obblighi internazionali. 2. Lo Stato ha legislazione esclusiva nelle seguenti materie: a) politica estera e rapporti internazionali dello Stato; rapporti dello Stato con l’Unione europea; diritto di asilo e condizione giuridica dei cittadini di Stati non appartenenti all’Unione europea; b) immigrazione; c) rapporti tra la Repubblica e le confessioni religiose; d) difesa e Forze armate; sicurezza dello Stato; armi, munizioni ed esplosivi; e) moneta, tutela del risparmio e mercati finanziari e assicurativi; tutela e promozione della concorrenza; sistema valutario; sistema tributario e contabile dello Stato; armonizzazione dei bilanci pubblici; coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario; perequazione delle risorse finanziarie; f ) organi dello Stato e relative leggi elettorali; referendum statali; elezione del Parlamento europeo; g) ordinamento e organizzazione amministrativa dello Stato e degli enti pubblici nazionali; norme sul procedimento amministrativo e sulla disciplina giuridica del lavoro alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche tese ad assicurarne l’uniformità sul territorio nazionale; h) ordine pubblico e sicurezza, ad esclusione della polizia amministrativa locale; i) cittadinanza, stato civile e anagrafi; l) giurisdizione e norme processuali; ordinamento civile e penale; giustizia amministrativa; m) determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale; disposizioni generali e comuni per la tutela della salute, per le politiche sociali e per la sicurezza alimentare; n) disposizioni generali e comuni sull’istruzione; ordinamento scolastico; istruzione universitaria e programmazione strategica della ricerca scientifica e tecnologica; o) previdenza sociale, ivi compresa la previdenza complementare e integrativa; tutela e sicurezza del lavoro; politiche attive del lavoro; disposizioni generali e comuni sull’istruzione e formazione professionale; p) ordinamento, legislazione elettorale, organi di governo e funzioni fondamentali di Comuni e Città metropolitane; disposizioni di principio sulle forme associative dei comuni; q) dogane, protezione dei confini nazionali e profilassi internazionale; commercio con l’estero; r) pesi, misure e determinazione del tempo; coordinamento informativo statistico e informatico dei dati, dei processi e delle relative infrastrutture e piattaforme informatiche dell’amministrazione statale, regionale e locale; opere dell’ingegno; s) tutela e valorizzazione dei beni culturali e paesaggistici; ambiente ed ecosistema; ordinamento sportivo; disposizioni generali e comuni sulle attività culturali e sul turismo; t) ordinamento delle professioni e della comunicazione; u) disposizioni generali e comuni sul governo del territorio; sistema nazionale e coordinamento della protezione civile; v) produzione, trasporto e distribuzione nazionali dell’energia; z) infrastrutture strategiche e grandi reti di trasporto e di navigazione d’interesse nazionale e relative norme di sicurezza; porti e aeroporti civili, di interesse nazionale e internazionale. 3. Spetta alle Regioni la potestà legislativa in materia di rappresentanza delle minoranze linguistiche, di pianificazione del territorio regionale e mobilità al suo interno, di dotazione infrastrutturale, di programmazione e organizzazione dei servizi sanitari e sociali, di promozione dello sviluppo economico locale e organizzazione in ambito regionale dei servizi alle imprese e della formazione professionale; salva l’autonomia delle istituzioni scolastiche, in materia di servizi scolastici, di promozione del diritto allo studio, anche universitario; in materia di disciplina, per quanto di interesse regionale, delle attività culturali, della promozione dei beni ambientali, culturali e paesaggistici, di valorizzazione e organizzazione regionale del turismo, di regolazione, sulla base di apposite intese concluse in ambito regionale, delle relazioni finanziarie tra gli enti territoriali della Regione per il rispetto degli obiettivi programmatici regionali e locali di finanza pubblica, nonché in ogni materia non espressamente riservata alla competenza esclusiva dello Stato. 4. Su proposta del Governo, la legge dello Stato può intervenire in materie non riservate alla legislazione esclusiva quando lo richieda la tutela dell’unità giuridica o economica della Repubblica, ovvero la tutela dell’interesse nazionale. 5. Le Regioni e le Province autonome di Trento e di Bolzano, nelle materie di loro competenza, partecipano alle decisioni dirette alla formazione degli atti normativi dell’Unione europea e provvedono all’attuazione e all’esecuzione degli accordi internazionali e degli atti dell’Unione europea, nel rispetto delle norme di procedura stabilite con legge dello Stato, che disciplina le modalità di esercizio del potere sostitutivo in caso di inadempienza. 6. La potestà regolamentare spetta allo Stato e alle Regioni secondo le rispettive competenze legislative. È fatta salva la facoltà dello Stato di delegare alle Regioni l’esercizio di tale potestà nelle materie di competenza legislativa esclusiva. I Comuni e le Città metropolitane hanno potestà regolamentare in ordine alla disciplina dell’organizzazione e dello svolgimento delle funzioni loro attribuite, nel rispetto della legge statale o regionale. 7. Le leggi regionali rimuovono ogni ostacolo che impedisce la piena parità degli uomini e delle donne nella vita sociale, culturale ed economica e promuovono la parità di accesso tra donne e uomini alle cariche elettive. 8. La legge regionale ratifica le intese della Regione con altre Regioni per il migliore esercizio delle proprie funzioni, anche con individuazione di organi comuni. 9. Nelle materie di sua competenza la Regione può concludere accordi con Stati e intese con enti territoriali interni ad altro Stato, nei casi e con le forme disciplinati da leggi dello Stato».