Collaborazioni coordinate continuative: il caso foodora tra gig economy e sfruttamento 2.0

Foto di "Deliverance Project" su www.facebook.it
Foto di “Deliverance Project” su www.facebook.it

Cosa sia la gig economy, di cui tanto si sente vociferare in queste settimane, può sembrare chiaro per alcuni ma per molti altri resta ancora un concetto piuttosto opaco. Un termine che si può facilmente tradurre, ma che concettualmente rimane vuoto, fuorviante se non si tiene conto della realtà economica e sociale in cui è calato.

Letteralmente gig economy può tradursi come economia dei “lavoretti”, un sistema di lavoro particolarmente flessibile, agevolato dalla tecnologia e che dipende da esigenze generazionali e sociali, esigenze di flessibilità insomma.

Ma in cosa si sostanzi in un paese – il nostro – con un tasso di disoccupazione giovanile al 39% è tutta un’altra storia. È una storia di giovani e meno giovani, di studenti e non, che per sbarcare il lunario mettono a disposizione di aziende smart, ammiccanti e dalle promesse facili tempo ed energie oppure si accontentano di lavorare per singoli eventi con retribuzioni a 60 giorni e rigorosamente effettuate in voucher.

Perdoniamoli – questi giovani, meno giovani, studenti e non – se non assomigliano a  novelli Steve Jobs o Mark Zuckerberg e perdoniamoli anche se non coltivano il sogno di creare o gestire aziende 2.0. O forse non serve perdonarli perché anche loro coltivano sogni e seguono modelli, ma i conti a fine mese devono tornare, e quindi il voucher o il cedolino che arriva a fine mese lo chiamano e lo considerano uno stipendio.

Lo chiamano stipendio e chiedono tutele, perché quello che è banalmente definito “lavoretto” – in un’economia nella quale le aziende che producono beni chiudono o delocalizzano la produzione, mentre quelle in pieno boom economico che offrono servizi e “lavoretti” assumono con un click, è l’unica via per far quadrare i conti a fine mese. Cambia l’economia e cambiano le regole del lavoro, o almeno così dovrebbe essere.

Ed eccoci così giunti al caso che dall’8 Ottobre sta facendo discutere Torino, Milano e non solo: il caso dei “rider” di foodora. Si tratta dei fattorini del cibo, quelli che sfrecciano in maglia rosa con le loro bici dai ristoranti fino all’indirizzo del cliente, “quelli che a tutte le ore consegnano il miglior cibo di Milano [ndr. e di Torino] a casa tua. Caldo o freddo, sotto la pioggia o la neve, 7 giorni su 7 tra traffico e smog”.

Le rivendicazioni principali avanzate dal gruppo di lavoratori, che da quasi due settimane è in mobilitazione contro l’azienda, hanno ad oggetto la sostituzione del contratto di collaborazione coordinata continuativa (co.co.co.) e della retribuzione a cottimo, con forme contrattuali e retributive che rispecchino le mansioni concretamente svolte e che soprattutto tutelino i lavoratori dal principio di non retribuzione dei tempi morti. Insomma, l’obiettivo è quello di evitare un salto nel passato, evitare il ritorno a forme contrattuali che richiamano, senza neanche troppi giri di parole, pratiche ottocentesche travestite e sponsorizzate come “lavoretto” o addirittura come hobby.

Il contratto di collaborazione coordinata continuativa (da qui in avanti co.co.co.) configura una forma di lavoro intermedia fra il lavoro autonomo (art. 2222 cod. civ.) e quello subordinato o dipendente (art 2094 cod.civ.), il c.d. lavoro parasubordinato. Gli elementi o requisiti che caratterizzano questa forma di lavoro ibrida sono:

  • l’autonomia: il collaboratore decide autonomamente tempi e modalità di esecuzione.
  • il potere di coordinamento con le esigenze dell’organizzazione aziendale esercitato dal committente, che costituisce l’unico limite all’autonomia operativa del collaboratore; esso non può in ogni caso essere tale da pregiudicare l’autonomia operativa e di scelta del collaboratore nell’esecuzione della prestazione.
  • la prevalente personalità della prestazione;
  • la continuità da ravvisare nella durata nel tempo del vincolo che lega le parti contraenti.

I requisiti di cui sopra, almeno a modesto avviso di chi scrive,  difficilmente sembrerebbero in grado di inquadrare un lavoro che, nonostante sia eseguito con i mezzi propri del “collaboratore”, ha bene poco di autonomo, soprattutto alla luce dell’imposizione di tempistiche determinate dal committente tanto per il  ritiro quanto per la consegna della merce nonché alla luce della necessità di iniziare la collaborazione partendo da luoghi prestabiliti dall’azienda e con tanto di divisa.

Ma da dove proviene questa forma contrattuale che per la sua natura ibrida rischia di valicare con facilità  il confine che la separa dal lavoro subordinato? Ebbene l’origine di questo tipo di rapporto di lavoro è costituita dalla possibilità di utilizzare il lavoro autonomo come fattore produttivo all’interno dell’azienda – possibilità che deriva dall’inserimento degli articoli 2094 e 2222 cod. civ. all’interno dello stesso libro del codice, il libro V – coordinando la prestazione con le esigenze del committente e limitandone la durata nel tempo.

Il primo fondamento normativo dei co.co.co. risiede nella legge n° 533 del 1973 – riforma del processo del lavoro – la quale ha ricompreso nell’art. 409 del cod. proc. civ., “i rapporti di collaborazione che si concretino in una prestazione di opera continuativa e coordinata, prevalentemente personale, anche se non a carattere subordinato”  tra quelli sottoposti alla disciplina del processo del lavoro.

È solo però a partire dalla metà degli anni ’90 che l’esigenza di innovare il mercato del lavoro e di renderlo maggiormente flessibile ha dato seguito ad una serie di riforme che periodicamente hanno inciso sul mondo del lavoro, ma soprattutto su un’intera generazione. Alcune di queste riforme hanno avuto il chiaro e preciso obiettivo di sbloccare il mercato del lavoro aumentandone la flessibilità – in questo senso il c.d. “pacchetto Treu” –  altre per certi versi hanno puntato a semplificare e regolamentare più specificamente le riforme precedenti e ad arginarne gli effetti negativi – così la riforma Biagi e quella Fornero.

Ma è alla legge attualmente in vigore che si deve porre attenzione per comprendere una disciplina caratterizzata da periodici e non indifferenti interventi normativi.

Il d.lgs  n° 81 del 2015, pilastro del Jobs Act ed ennesimo intervento nell’ambito della disciplina del lavoro, puntando a promuovere – almeno sulla carta e nonostante la riduzione delle tutele – il contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato,  ha a tal fine disposto l’abolizione del co.co.pro. e  ristretto il campo di applicazione del co.co.co.. Secondo l’art.2 del decreto legislativo in questione infatti  “a far data dal 1° gennaio 2016, si  applica  la  disciplina  del rapporto di lavoro subordinato anche ai  rapporti  di  collaborazione che si concretano in prestazioni di lavoro esclusivamente  personali, continuative e le cui modalità di esecuzione  sono  organizzate  dal committente anche con riferimento ai tempi e al luogo di lavoro”. Resterebbero quindi fuori da questa previsione le prestazioni coordinate continuative che non sono organizzate dal committente con riferimento ai tempi e ai luoghi e che risulterebbero pertanto essere pienamente autonome.

Chiarita sommariamente l’evoluzione normativa ed i requisiti di una forma contrattuale che – specialmente in un mercato del lavoro che non offre certo numerose possibilità – risulta essere opaca tanto sulla carta quanto e forse maggiormente nella pratica, resta da chiedersi come un’intera generazione possa e debba approcciarsi a quello che senza alcun dubbio può essere definito il problema dello sfruttamento 2.0. I riders di Torino sono sulla buona strada, speriamo continuino a “pedalare” così.

                                                                                                                             GIUSEPPE CANNIZZO

Bibliografia:

Diritto del lavoro – Vol. II: Il rapporto di lavoro subordinato, De Luca, Tamajo, Carinci, Tosi, Treu, UTET GIURIDICA, 2016

Sitografia:

http://www.ilsole24ore.com/art/norme-e-tributi/2015-12-17/jobs-act-via-ristretta-i-cococo 105719.shtml?uuid=AC5ewHvB