Il principio del ne bis in idem e il processo “Eternit-bis”

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"Justice", foto di Bri, licenza CC BY-SA 2.0, www.flickr.com
“Justice”, foto di Bri, licenza CC BY-SA 2.0, www.flickr.com

Il processo Eternit e il suo “ingiusto” epilogo

Circa due anni fa, il 18 novembre 2014, la sentenza della Corte di Cassazione dichiarò prescritto il reato di disastro ambientale doloso (art. 434 c.p.), reato per cui Stephan Schmidheiny, proprietario ed amministratore della Eternit S.p.A. di Casale Monferrato, fu condannato a 18 anni di reclusione dalla Corte d’Appello di Torino nel giugno 2013.

Oggetto del processo “Eternit”, nel quale furono più di 2800 le persone offese, la maggioranza delle quali familiari delle vittime di amianto, fu il riconoscimento della penale responsabilità del magnate svizzero per aver consapevolmente ed intenzionalmente continuato a produrre manufatti di amianto nella fabbrica di Casale, esponendo i lavoratori e gli abitanti della città al rischio di contrarre un tumore, provocato dalle fibre di amianto, per cui non esiste cura. Le “vittime di amianto” sono, secondo le stime dell’Associazione familiari e vittime amianto (Afeva), più di ottomila, ed il numero non è destinato ad interrompersi almeno per i prossimi dieci anni.

La sentenza della Corte di Cassazione, applicando il principio di diritto secondo cui il dies a quo per il calcolo della prescrizione viene fatto discendere dal momento consumativo del reato, che nel caso di disastro ambientale doloso è stato rinvenuto – alla luce dell’orientamento giurisprudenziale maggioritario – nel momento di estinzione della condotta, ha dichiarato prescritto il reato in questione. Ciò ha creato, come evidenziato in diversi commenti e contributi della dottrina,[1] una discrepanza decisiva e irreparabile tra ciò che è previsto dalla lettera della legge e le esigenze di giustizia del caso concreto; in sostanza l’obbligo per il giudice di applicare il diritto ha rappresentato una ingiustizia per tutti coloro che per numerosi anni hanno lottato perché “giustizia fosse fatta”.

Il processo Eternit-bis

Tale premessa è necessaria per contestualizzare il secondo processo riguardante la vicenda “Eternit”, che si è aperto con l’udienza preliminare del 24 luglio 2015. La procura di Torino ha in questo caso deciso di emettere una richiesta di rinvio a giudizio a carico di  Schmidheiny per aver questi “con coscienza e volontà, nella qualità di responsabile della gestione delle società del gruppo Eternit S.p.A., cagionato la morte di 258 persone, tra dipendenti della fabbrica e persone abitanti in zone limitrofe”. La tesi dell’accusa è quella secondo cui l’imprenditore, pur consapevole che il mesotelioma fosse una patologia “con prognosi infausta correlata sotto il profilo eziologico all’inalazione delle fibre di asbesto” e che gli stabilimenti di produzione dei manufatti “presentassero condizioni di polverosità di amianto enormemente nocive per la salute dei lavoratori e degli abitanti delle zone vicine”, “per mero fine di lucro, decise di continuare le attività già svolte senza adottare misure di precauzione o antinfortunistiche”, promuovendo inoltre una “sistematica e prolungata opera di disinformazione per impedire alla collettività di acquisire consapevolezza sul fenomeno epidemico”. Nel corso dell’udienza preliminare di apertura del processo, il giudice competente ha deciso di sollevare una questione di legittimità costituzionale dell’art. 649 c.p.p. con l’articolo 117 Cost. in relazione all’art. 4 del Protocollo 7 della Convenzione Europea per i diritti dell’uomo. La presunta incostituzionalità dell’articolo del codice, che sancisce nel nostro ordinamento il principio del ne bis in idem in materia penale, riguarda il fatto che tale disposizione limiterebbe “l’applicazione del principio del ne bis in idem all’esistenza del medesimo fatto giuridico, invece che all’esistenza del medesimo fatto storico”, mentre secondo la giurisprudenza europea relativa all’art. 4 del Protocollo 7 CEDU, la valutazione dell’identità del fatto deve riguardare il fatto storico. La procedibilità del processo “Eternit-bis” dipende dunque, tra le altre questioni preliminari, anche dall’interpretazione – costituzionalmente orientata – che viene fatta del principio del ne bis in idem. Infatti, mentre l’attuale interpretazione, operata dal diritto vivente in materia di art. 649 c.p.p., non sarebbe di ostacolo alla celebrazione del processo, l’interpretazione fornita dalla CEDU rende la questione decisamente più problematica.

Il principio del ne bis in idem nella giurisprudenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo

Il diritto a non essere processato più di una volta per lo stesso fatto è sancito nella Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo dall’art. 4 del Protocollo 7, il quale prevede che “Nessuno può essere perseguito o condannato penalmente dalla giurisdizione dello stesso Stato per un reato per il quale è già stato assolto o condannato a seguito di una sentenza definitiva conformemente alla legge e alla procedura penale di tale Stato”, anche se “le disposizioni del paragrafo precedente non impediscono la riapertura del processo, conformemente alla legge e alla procedura penale dello Stato interessato, se fatti sopravvenuti o nuove rivelazioni o un vizio fondamentale nella procedura antecedente sono in grado di inficiare la sentenza intervenuta”. La CEDU si è pronunciata in numerose occasioni sull’applicazione del principio in esame, ad esempio specificando i criteri sulla base dei quali l’offesa deve essere ritenuta di naturale penale (cfr. Engel and others v. the Netherdland, e più recentemente, Grande Stevens c. Italia). Per quanto qui interessa viene in esame in particolare la sentenza Zolotukhin c. Russia, emessa dalla Grande Camera il 10 febbraio 2009, con la quale la Corte ha risolto i dubbi relativi all’interpretazione del concetto di “same offence” (che corrisponde, nella traduzione francese, a “même infraction”). In tale occasione, la Corte ha in primo luogo riassunto i precedenti approcci adottati: mentre nel caso Grandiger v. Austria, identificò una violazione dell’art. 4 Protocollo 7 causata dalla identità della condotta dell’imputato, nonostante egli avesse con questa provocato offese a beni giuridici differenti, nel caso Oliveira v. Switzerland ritenne di escludere l’applicazione del divieto di bis in idem quando con la stessa condotta venivano provocate più “offence” dal punto di vista giuridico. Tale secondo approccio fu applicato anche in Goktan v. France , Gauthier v. France e Ongun v. Turkey. Il terzo approccio si concentrò sugli elementi essenziali che caratterizzavano le “same offences” e portò la Corte a concludere che, quando questi fossero risultati identici, si poteva identificare una violazione dell’art. 4 (casi Franz Fischer v. Austria, W.F. v. Austria, Sailer v. Austria). La conclusione cui giunge la Corte nel caso in esame è infine quella secondo cui, al fine di rendere effettiva la tutela prospettata, il concetto “same offence”, cioè l’idem del ne bis in idem, deve essere inteso in modo da impedire il verificarsi di un secondo processo nei casi in cui il fatto o i fatti da cui deriva l’offesa sono gli stessi. In sostanza, la Corte EDU ha adottato in definitiva un approccio di natura sostanziale, dando rilievo al medesimo fatto storico (criterio dell’idem factum) e non alla sua qualificazione giuridica. Nella sentenza Zolotukhin c. Russia, quindi, la presenza di “fatti sostanzialmente uguali” ha consentito di applicare il principio di cui all’art. 4 Protocollo 7 CEDU. Tale interpretazione è quella cui si è conformata la Corte anche nei giudizi successivi: ad esempio, nella sentenza Grande Stevens v. Italia, ha precisato che, ai fini dell’applicazione del ne bis in idem, “non si tratta di verificare se vi sia coincidenza tra gli elementi costitutivi degli illeciti, ma se vi sia sovrapponibilità tra i fatti” oggetto delle due contestazioni, perché riconducibili alla medesima condotta.  Similmente si è fatta applicazione del principio del ne bis in idem nella sua accezione sostanziale nei casi Lucky Dev v. Svezia, Rinas v. Finlandia, Boman v. Finlandia, Glantz v. Finlandia, Hakka v. Finlandia, Nykanen v. Finlandia.[2]

L’applicabilità del principio del ne bis in idem e la sentenza 200/2016 della Corte Costituzionale

Secondo il giudice dell’udienza preliminare del processo “Eternit-bis”, il diritto vivente, derivante dalle pronunce della Corte di Cassazione in materia di art. 649 c.p.p., si porrebbe in contrasto con  l’interpretazione fatta propria dalla Corte EDU in materia di ne bis in idem, provocando di conseguenza l’incostituzionalità della norma per contrasto con l’art. 117 Cost. La Corte Costituzionale si è espressa sulla legittimità costituzionale dell’art. 649 c.p.p. con la sentenza n. 200 del 21.7.2016, in cui ha concluso che l’art. 649 c.p.p. va dichiarato costituzionalmente illegittimo, per contrasto con l’art. 117 Cost., nella parte in cui “secondo il diritto vivente esclude che il fatto sia il medesimo per la sola circostanza che sussiste un concorso formale tra il reato già giudicato con sentenza irrevocabile e il reato per cui è iniziato il nuovo procedimento penale”. La dichiarazione di incostituzionalità, tuttavia, riguarda solo il rapporto tra il concorso formale di reati e la possibilità di riconoscere un divieto di bis in idem, mentre per comprendere quale sia la posizione dei giudici costituzionali in merito al rapporto tra l’interpretazione del principio in esame data dal diritto italiano e la sua compatibilità con il diritto CEDU, è necessario dar conto di alcuni passaggi fondamentali della sentenza stessa. Ciò che qui più interessa, infatti, come evidenziato dagli stessi giudici costituzionali, è verificare se il principio del ne bis in idem in materia penale, enunciato dall’art. 4 del Protocollo 7 della CEDU, abbia un campo applicativo diverso e più favorevole all’imputato del corrispondente principio recepito dall’art. 649 c.p.p. Il nodo della questione è rappresentato dal concetto di “medesimo fatto”: anche operando una interpretazione costituzionalmente orientata – e dunque conforme ai principi CEDU – della nozione di stesso fatto, cioè considerandolo come fatto storico e non come fatto giuridico, restano da definire i confini di ciò che può essere ricompreso nel concetto di “medesimo fatto storico”.

Nella sentenza 200, la Corte Costituzionale ha  definitivamente sancito che il criterio guida nell’applicazione dell’art. 649 c.p.p. debba essere quello dell‘idem factum, assumendo come riferimento la sola componente empirica del fatto e si è concentrata sugli elementi che compongono il fatto stesso. Il dubbio principale riguarda la opportunità o meno di prendere in considerazione soltanto la condotta dell’agente – e quindi la sua azione od omissione – tralasciando l’evento ed il nesso di causalità che collega quest’ultimo alla condotta. Con riferimento a quest’ultimo passaggio, l’opinione dei giudici costituzionali si discosta da quella del giudice rimettente, per il quale la giurisprudenza CEDU considera che vi sia una “same offence” nei casi di identità della condotta, tralasciando gli altri elementi del fatto. Secondo la Corte Costituzionale, infatti, non vi alcun elemento nella sentenza Zolotukhin c. Russia che permetta di affermare che il fatto vada assunto con esclusivo riferimento all’azione o omissione dell’imputato: al contrario, la sentenza in esame conclude che “allo stato la Convenzione impone agli Stati membri di applicare il divieto di bis in idem in base ad una concezione naturalistica del fatto, ma non di restringere quest’ultimo nella sfera della sola azione od omissione dell’agente”.  Tale presa di posizione della Corte risulta fondamentale per le sorti del processo “Eternit-bis”: nella sentenza  viene infatti precisato che “sulla base della triade condotta-nesso causale-evento naturalistico, il giudice può affermare che il fatto oggetto di un nuovo giudizio è il medesimo solo se riscontra la coincidenza di tutti questi elementi, assunti in una dimensione empirica, sicché non dovrebbe esservi dubbio, ad esempio, sulla diversità di fatti, qualora da un’unica condotta scaturisca la morte o la lesione dell’integrità fisica di una persona non considerata nel precedente giudizio, e dunque un nuovo evento in senso storico”. Sulla base di tale assunto sembra possibile ipotizzare che il divieto di bis in idem non possa coprire quei casi di omicidio nei confronti delle persone – 72 su 258 totali – che non comparivano tra le persone offese dal primo procedimento. Per questi casi, sembra sostenere la Corte, nemmeno una interpretazione conforme all’art. 4 Protocollo 7 CEDU potrebbe impedire la verificazione del processo. Infine, anche con riguardo alle 186 persone coinvolte nel primo processo, la Corte Costituzionale sembra lasciare aperto una spiraglio nel momento in cui considera che “anche dal punto di vista rigorosamente materiale, la morte di una persona, seppure cagionata da una medesima condotta, da luogo ad nuovo evento e quindi ad un fatto diverso rispetto alla morte di altre persone”.

In sostanza, l’approccio adottato dai giudici costituzionali è quello imporre una interpretazione conforme a Costituzione – e cioè alla CEDU – dell’art. 649 c.p.p. attraverso l’applicazione del criterio dell’idem factum, ma al tempo stesso di rifiutare la visione secondo la quale il fatto storico possa essere considerato solo in riferimento alla condotta, dovendo tenersi in considerazione anche il nesso causale e l’evento materiale; ciò, si premura di precisare la Corte, non sarebbe affatto contrario all’approccio seguito dalla giurisprudenza della Corte EDU. Tale sentenza lascia in sostanza spazio al giudice a quo per indagare la similitudine di tutti gli aspetti del fatto storico cui si fa riferimento e quindi, seppur senza imporre la sua continuazione, non sbarra la porta al proseguimento del processo “Eternit-bis”. Per sapere dunque se vi sia ancora alcuna possibilità perché “giustizia possa essere fatta”, come chiedono i familiari delle vittime e i cittadini di Casale Monferrato da anni, bisognerà aspettare la pronuncia del GUP al termine della fase di udienza preliminare, che presumibilmente avverrà tra novembre e dicembre 2016, momento in cui verranno sciolte le riserve relative all’applicazione del principio del ne bis in idem.

[1]          _ Si veda ad esempio quanto sostenuto da Vladimiro Zagrebeslky (La Stampa), Giancarlo Caselli (Radio 24), Carlo Federico Grosso (La Stampa) ed Alberto Oggé, già presidente della Corte d’Appello che aveva condannato l’imputato. In particolare tali ultimi due giuristi hanno evidenziato come esigenze di giustizia sostanziale avrebbero potuto condurre la Corte ad operare una diversa interpretazione circa il momento consumativo del reato di disastro doloso. Per un approfondimento sulla decisione della Corte di Cassazione, si faccia riferimento ai contributi di Luca Santa Maria e di Gian Luigi Gatta sulla rivista “Diritto Penale Contemporaneo”, n. 1/2015.

[2]          _ In tutte le sentenze riportate la Corte ha reiterato che “…the Court took the view that Article 4 of Protocol 7 had to be understoodas prohibiting the prosecution or trial of a second offence in so far as it arose from identical facts or facts which were substantially the same. It was therefore important to focus on those facts which constituted a set of concrete factual circumstances involving the same defendant and inextricably linked together in time and space, the existence of which had to be demonstrated in order to secure a conviction or institute criminal procedure”.