Negazionismo: tra tutela delle minoranze ed imposizione di verità di Stato

"Holocaust Mahnmal - Berlin", foto di Simone Basso
“Holocaust Mahnmal – Berlin”, foto di Simone Basso

Approvata in sordina, la legge n. 115 del 16 giugno 2016 prevede l’aggravante speciale di negazionismo ai reati di propaganda di idee razziste e di istigazione o incitamento alla discriminazione

INTERVENTO LEGISLATIVO

Il 7 marzo 1966, a New York, viene aperta alla firma la Convenzione internazionale sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione razziale.

In Italia la convenzione viene ratificata e recepita con la legge n. 654 del 13 ottobre 1975: l’art. 3 di questa prevede i reati di:

  1. Propaganda di idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale o etnico; istigazione a commettere o commissione di atti di discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi;
  2. Istigazione a commettere o commissione di atti di violenza o di atti di provocazione alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi;
  3. Partecipazione o assistenza a organizzazione, associazione, movimento o gruppo avente tra i propri scopi l’incitamento alla discriminazione o alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi.

Il recente intervento legislativo prevede l’introduzione di un comma 3-bis all’articolo, che prevede l’applicazione di una pena maggiore per il reato di propaganda, istigazione o incitamento se è fondato sulla negazione della Shoah o dei crimini di genocidio, dei crimini contro l’umanità e dei crimini di guerra (come definiti dagli articoli 6, 7 e 8 dello Statuto della Corte penale internazionale, ratificato ai sensi della legge 12 luglio 1999, n. 232) e se il reato è commesso in modo che derivi concreto pericolo di diffusione.

Diversamente dalla aggravante comune per “reato commesso per finalità di discriminazione o di odio etnico, nazionale, razziale o religioso” (art. 3, l. 205/1993), c.d. aggravante di razzismo, quella di recente introduzione è una aggravante speciale, riferita solo alle fattispecie di cui all’art. 3 della suddetta legge. Nemmeno tutte! Solo per i reati di cui all’art. 3, per cui esista “concreto pericolo di diffusione”: quindi, propaganda di idee razziste e istigazione o incitamento di atti di violenza o discriminazione.

L’intervento normativo si pone come conseguenza, seppure in ritardo rispetto ai termini fissati, della decisione quadro 2008/913/GAI che, in ambito UE, ha imposto agli Stati membri di prevedere sanzioni penali efficaci e dissuasive per la minimizzazione grossolana dei reati di cui agli articoli 6, 7 e 8 dello Statuto della Corte penale internazionale.

Per completezza, nello Statuto della Corte penale internazionale l’art. 6 definisce il crimine di genocidio, l’art. 7 definisce i crimini contro l’umanità e l’art. 8 definisce i crimini di guerra.

DIBATTITO SULLA OPPORTUNITA’ DELLA INTRODUZIONE DI UNA FATTISPECIE PENALE

Con un unico articolo, la legge 115 del 2016 pone fine al dibattito sulla opportunità di introdurre una criminalizzazione del negazionismo e quindi di limitare la libertà di espressione.

Nel marzo del 2013 viene presentato un disegno di legge, d.d.l. S.54-A, volto alla introduzione del reato di negazionismo. Peculiare è l’appello promosso dalle Camere Penali, dal titolo non equivoco di “Al negazionismo si risponde con le armi della cultura, non con quelle del diritto penale”: in riferimento a tale dibattito, l’appello critica l’aggiunta di un reato (quello di negare crimini di genocidio e contro l’umanità) qualificabile “di opinione” alla categoria dei reati di apologia (di cui, in un ordinamento liberale, è soltanto auspicabile la cancellazione, non il rinfoltimento). Arginare un’opinione con la sanzione penale è considerata limitazione della libertà di manifestazione del pensiero, sancita dall’art. 21 della Costituzione. A questo appello, ne segue un altro (datato 13 novembre 2013), in cui si aggiungono considerazioni sulla pericolosità di imporre c.d. verità di Stato: “(…)Il terreno delle verità di Stato è scivoloso e conduce ad esiti inaccettabili per la giustizia penale, ma se possibile è ancor più pericoloso sul piano delle libertà politiche. La libertà di espressione è la prima di esse: ogni sua restrizione costituisce un passo verso l’autoritarismo”.

Il dubbio espresso dalle Camere Penali, preso in considerazione esemplificativamente anche per la sua autorevolezza, è quello riguardante il contemperamento tra due beni giuridici quali la libertà di espressione (art. 21 Cost.) e la salvaguardia della memoria di eventi significativamente tragici per la collettività. Si discute se il primo sia comprimibile a favore del secondo: soprattutto laddove i fatti presi in considerazione (Shoah, genocidio degli Armeni, crimini di guerra) siano, nonostante il riconoscimento come crimini a vario titolo nei consessi internazionali, fatti periodicamente oggetto di critica, revisione e riconsiderazione dagli storici e dalla comunità scientifica. Una fattispecie penale di tale tenore, non solo tenderebbe a comprimere la liberta di espressione dei “cretini”, ma anche la libertà di espressione di esponenti della comunità scientifica (ledendo il relativo diritto di ricerca, art. 33 Cost.).

In questo modo si sarebbe piegata la tutela penale a un riconoscimento del “crimine” a livello internazionale (nel disegno di legge di allora, il fatto che il crimine fosse stato riconosciuto era elemento della fattispecie) avente carattere esclusivamente politico. In questo modo però si sarebbe rischiato di apprestare maggiore tutela sulla base di un elemento (il riconoscimento) esclusivamente arbitrario: insomma, con il disegno di legge del 2013, la memoria di alcune “disgrazie” valeva più di altre.

Nella legge recentemente approvata, viene abbandonata l’idea di introdurre una autonoma fattispecie di reato: la circostanza aggravante del negazionismo, tuttavia, non è più subordinata al riconoscimento internazionale del fatto negato. L’eliminazione del requisito del riconoscimento, pur se invocato da più parti al fine di evitare il pericolo di imposizione di verità di Stato, ha reso confuso il margine di applicabilità della norma.

Nonostante l’approvazione della legge, resta consistente il dubbio sul bilanciamento dei beni: se da un lato il bene limitato della libertà di espressione è nitidamente sancito dalla Costituzione all’art. 21, non altrettanto avviene per il bene tutelato dalla introduzione della aggravante di negazionismo. Ci si chiede, in sostanza, come sia traducibile nel nostro ordinamento il c.d. “diritto alla memoria”. Gli interpreti paiono essere orientati sul diritto alla dignità umana come singolo e come membro di una formazione sociale (art. 2 Cost.) e sul principio di ragionevolezza ed eguaglianza (art. 3 Cost.).

Il riferimento all’art. 2 risulterebbe, secondo gli stessi che lo avanzano come ipotesi, un parametro eccessivamente indeterminato e comprensivo della libertà si espressione (diritto che si andrebbe a comprimere).

Il riferimento all’art. 3, invece, porterebbe a una verifica e una ricerca della offensività in concreto: per fare salva la norma da censure di incostituzionalità, si richiede di valutare volta per volta, in sede di applicazione, l’offensività in concreto e se la portata della condotta a detrimento del bene tutelato nel caso di specie renda meritevole la compressione della libertà di espressione. La formulazione della norma pare deporre in tale senso: l’aggravante di negazionismo non si applica solo laddove il reato sia commesso per negare genocidi, crimini contro l’umanità o crimini di guerra, ma anche laddove questo sia suscettibile di diffusione. Il grado di “diffusione” è il metro per la valutazione della inoffensività in concreto.

Certo è che, a livello internazionale, molti sono i dubbi e le incertezze riguardanti l’opportunità della repressione di condotte assimilabili al negazionismo, soprattutto in riferimento alla Shoah e al genocidio degli Armeni.

CASE LAW ALLA CORTE EDU

Soprattutto a livello regionale (Consiglio d’Europa), si è sempre discusso della limitazione della libertà di espressione in relazione al negazionismo dello sterminio degli ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale. Più recentemente, tuttavia, si è tentato di replicare lo stesso discorso per la negazione del genocidio degli Armeni del 1915.

In questa discussione, vengono richiamati gli articoli 10 e 17 della Convenzione Europea sui Diritti dell’Uomo (CEDU).

L’art. 10, nel sancire la libertà di espressione, descrive i requisiti delle limitazioni cui essa è assoggettabile: limitazioni prescritte mediante legge e che siano necessarie in una società democratica, ossia per l’interesse della sicurezza nazionale, della integrità del territorio o della salute pubblica, per la prevenzione di disordini o di crimini, per la protezione della salute o della morale, per la protezione della reputazione o del diritto di altri, per la prevenzione di fughe di informazioni ricevute in confidenza o per preservare l’autorità e l’imparzialità del potere giudiziario.

L’art. 17 reca il divieto di abuso di diritto: quasi a cappello di tutti i diritti sanciti negli articoli precedenti, si avverte come essi non possano essere interpretati a detrimento di altri. Ad esempio, è vietata la limitazione della libertà di espressione, ma se oggetto della espressione è la negazione della Shoah, allora la scure dell’art. 17 cade e limita la libertà, a prescindere dalle circostanze concrete in cui la lesione della dignità del popolo ebraico sia avvenuta o la memoria violata.

L’utilizzo dell’art. 17 a tutelare la memoria delle vittime della Shoah è un recente conseguimento della giurisprudenza della Corte EDU; negli anni precedenti la giurisprudenza in merito era orientata per considerare applicabile l’art. 10, ma solo laddove venisse dimostrato che la limitazione fosse necessaria in una società democratica (v. caso Lowes c. Regno Unito, 9 dicembre 1988). L’applicazione dell’articolo 17 implica un “effetto ghigliottina” (v. caso Garaudi c. Francia, 24 giugno 2003, ma già profilato in Lehideux c. Francia, 23 settembre 1998), per cui la dichiarazione che mostri un intento discriminatorio antidemocratico e antisemitico diventa per sé sola idonea a giustificarne la limitazione (vuoi penale, vuoi civile, vuoi amministrativa), senza l’onere, per lo Stato, di provare la necessità della misura.

Il favor probatorio dell’articolo 17 non è esteso ai casi di dichiarazioni lesive della dignità di popoli diversi da quello ebraico: nel recente caso Perincek c. Svizzera (15 ottobre 2015), la Gran Camera di Strasburgo ha condannato la Confederazione elvetica per violazione dell’art. 10 a causa della condanna penale, riportata dal politico turco Dogu Perincek, per il reato di discriminazione raziale. All’imputato viene contestato di aver affermato (in più discorsi tenuti in territorio elvetico, in lingua turca e ad uditori delle proprie stesse idee politiche) che il genocidio degli Armeni è una menzogna internazionale, inventata dai poteri occidentali per dividere l’Impero ottomano. La Svizzera condanna quest’uomo e dice di essere ricorsa alla limitazione della libertà di espressione in applicazione dell’art. 17 e in subordine in applicazione dell’art. 10. La Corte rigetta i motivi riguardanti l’art. 17 e dice che la libertà di espressione di Perincek non è stata giustificata dalla natura necessaria, in uno Stato democratico, della misura.

Si permetta di sottolineare come nel caso Witzsch c. Germania (13 dicembre 2005), quest’ultima abbia evitato la condanna della Corte proprio in applicazione dell’art. 17 per aver condannato le dichiarazioni di quest’uomo che (al pari di Perincek) non negava il verificarsi del genocidio degli ebrei, ma metteva soltanto in dubbio che esso fosse stato perpetrato dai nazisti.

In buona sostanza, possiamo dire che sul tema si registrano disparità di trattamento a livello di tutto il continente: le differenze tra memoria della Shoah e memoria del genocidio degli Armeni (qui preso in considerazione, ma i fatti oggetto di negazionismo o revisionismo possono essere i più disparati) sono effettive e consistenti.

Ovunque si registra un consenso sulla opportunità di limitare la libertà di espressione nei confronti di fatti che riguardano la memoria collettiva; del tutto inesistente è un european consensus standard su quelli che devono essere tali fatti o almeno sulla definizione di “fatto riguardante la memoria collettiva”.

In ambito europeo, la rilevanza penale del negazionismo ha una connotazione fortemente geografica.  Mancherebbe un consenso uniforme europeo non solo sulla opportunità di perseguire penalmente il negazionismo, ma anche sulla definizione dei fatti la cui negazione è meritevole di tutela. Nella sentenza Perincek si osserva come in alcuni Paesi membri del Consiglio d’Europa (soprattutto quelli anche appartenenti all’UE) l’adozione di misure penali atte a punire il negazionismo sia derivata dalla decisione quadro 2008/913/GAI e come solo in alcuni di essi questa sia stata preceduta da un consolidamento giurisprudenziale interno a livello di giustizia costituzionale (Francia e Spagna). In particolare, esplicativamente, Danimarca, Finlandia, Svezia e Regno Unito non prevedono criminalizzazione del diniego di fatti storici; alcuni – tra cui Austria, Germania, Francia – criminalizzano negazione dell’Olocausto e dei crimini di guerra nazisti; Polonia e Repubblica Ceca criminalizzano la negazione sia dei crimini nazisti che dei crimini comunisti; l’Ungheria, i territori della ex-Jugoslavia, ecc. criminalizzano il negazionismo di ogni genocidio.

La Francia, dato l’alto numero di cittadini di nazionalità armena, criminalizza la negazione del loro genocidio, con il placet sia del Consiglio costituzionale che della Corte EDU. Quest’ultima ravvisa nell’alto numero di armeni in Francia, a seguito della diaspora del 1915, una causa giustificatrice che rende la limitazione della libertà di espressione una misura necessaria in uno Stato democratico ex art. 10.

A livello internazionale il problema è quello della individuazione di un uniforme standard di consenso sia sulla opportunità di criminalizzare le condotte di negazionismo (accettata a livello UE, ma non a livello CEDU) che sulla natura dei fatti suscettibili di negazionismo.

A livello nazionale, l’introduzione della circostanza aggravante se da un lato cerca di evitare derive applicative di natura politica (l’eliminazione dell’elemento del riconoscimento internazionale dalla fattispecie va in questo senso), dall’altro porge il fianco a dubbi di legittimità costituzionale sia per l’offensività che per il margine di applicabilità.

SIMONE BASSO

BIBLIOGRAFIA E SITOGRAFIA: