Il diritto al nome in Giappone

“Not just a name”: foto di Valeria Tessaris.
“Not just a name”: foto di Valeria Tessaris.

Il nome in Giappone è costituito da due elementi formanti: il cognome ed il nome.

Il cognome è il c.d. “nome di famiglia”, e lo si prende solitamente dal padre. Generalmente, la donna adotta dopo il matrimonio, il cognome del marito.

Il cognome è sempre apposto prima del nome, questa posizione indica nella cultura giapponese il fatto che vi sia una sorta di regia formalità all’interno della società. Ciò si riflette anche nella realtà: anche durante discorsi informali ci si risvolge al prossimo chiamandolo per cognome, poiché il termine coincide con la sua identità.

Il cognome è scritto in alfabeto “kanji”, ovvero gli antichi caratteri cinesi.

I cognomi giapponesi sono moltissimi e secondo uno studio recente sono circa 138.500 in totale. Essi sono scritti sempre con due caratteri kanji; la particolarità è che possono essere pronunciati e letti in modi differenti pur essendo scritti nello steso modo.

Ad esempio “中田” possono essere letti come Nakata o Nakada. Alcuni sono molto difficili da distinguere, come “八月一日”, che può essere letto come “hachigatsu tsuitachi”, ovvero “il primo giorno di Agosto”, ma in realtà va letto come “Hozumi”.

Il nome, invece, ovvero l’equivalente del nostro nome di battesimo, viene sempre scritto dopo il cognome (per sottolineare la minore rilevanza). Il tipo di scrittura utilizzata per il nome varia a seconda del caso: ad ogni modo, sono individuabili alcune regole in merito. Generalmente, anche esso è scritto in kanji, altre volte per semplificare ed evitare ambiguità si usano gli hiragana e solo se si è di provenienza straniera i katakana.

Un caso particolare in cui si utilizzano gli hiragana a fine semplificativo sia per il nome che per il cognome sono le elezioni politiche: durante quest’ultime i nomi dei candidati sono scritti in hiragana al fine di non generare errori durante le votazioni.

Il secondo nome in Giappone non è legalmente riconosciuto e per questo motivo non è mai dato ai propri figli. A riprova di ciò nei documenti non è mai presente lo spazio per il secondo nome, ma solamente per il cognome ed il primo nome.

I caratteri di kanji usati per comporre i nomi propri sono regolati da specifiche norme: le c.d. “Jinmeiyō and Jōyō Kanji list”. Il documento Jōyō Kanji (常用漢字) è una lista di caratteri cinesi, comprensiva delle varie forme di scrittura e lettura possibili, approvata dal Governo giapponese. Fu pubblicata per la prima volta nel 1981 e sostituita successivamente dalla lista “Tōyō Kanji”. In origine, c’erano 1945 Jōyō Kanji, ma in seguito ai cambiamenti apportati nel 2010, ad oggi sono presenti 2136 caratteri.

I kanji sono dunque regolati, e costituiscono la base per comporre i nomi che il Governo considera registrabili perché rispondenti alle caratteristiche dettate.

Le registrazioni di alcuni nomi sono state rifiutate; un caso celebre fu quello di una famiglia che provò a dare ad uno dei suoi figli il nome “Akuma” (悪魔), che significa “demone” e venne rigettato.

Gli stranieri, invece mantengono il proprio nome, ma quest’ultimo viene scritto con i caratteri kanji. I Coreani e i Cinesi, che invece possiedono già un nome scritto con i kanji, mantengono, anch’essi, il loro nome, ma la pronuncia è alterata con una tipica flessione giapponese.

Il 16 dicembre 2015 la Corte suprema giapponese ha ritenuto legittima una disposizione del codice civile che impone ad uno dei due coniugi (spesso la moglie) di acquisire il cognome dell’altro.

Per comprendere questa sentenza bisogna ripercorrere le tappe storiche che hanno condotto a questa decisione.

Nel 1876, in Giappone vi era la possibilità per i coniugi di adottare cognomi diversi e di mantenere dunque la propria identità anche una volta sposati. Successivamente, nel 1898, venne istituito l’obbligo del registro feudale: le donne ed i bambini entrarono a fare parte del dominio del capo famiglia maschio.

Nel 1948, venne abolito il sistema di stampo feudale, ma la normativa riguardante il cognome dei coniugi rimase (venne attuata una revisione dell’art.750 c.c. secondo cui la coppia deve adottare un nome di famiglia unico, che può essere quello della moglie o del marito). Nel 1990, il Governo volle ridiscutere la legge per cercare di trovare una soluzione più adatta ai tempi. Allo stesso modo, nel 1996, il Consiglio Legislativo del Ministero della Giustizia ripropose la questione chiedendo di scegliere un’alternativa valida da sostituire all’allora vigente normativa.

Nel 2013, cinque coppie sposate si presentarono davanti alla Corte, affermando che l’art. 750 del c.c. contrastava con la tutela dei diritti della personalità ed era anche incostituzionale.

L’art. 750 c.c. prevede che 第七百五十条 夫婦は、婚姻の際に定めるところに従い、夫又は妻の氏を称する[1]. Fu dichiarato contrario ai diritti della personalità, in quanto questa previsione costringe uno dei due coniugi (nel 96% dei casi le donne) a rinunciare al proprio nome, ovvero alla propria identità.

La Corte Distrettuale di Tokyo (2013), rigettò la pretesa avanzata dalle cinque coppie sposate. Allo stesso modo, anche l’Alta Corte di Tokyo, l’anno successivo, confermò la decisione precedente[2].

Infine, si è giunti alla decisione definitiva della Corte Suprema nel dicembre 2015, dove è stata mantenuta la direzione fino ad allora presa con i precedenti provvedimenti. Secondo i Giudici non vi è violazione né dei diritti della personalità, né vi è incostituzionalità. Quest’ultima affermazione trova la sua ragione fondante nel fatto che non vi sia alcuna violazione dell’art. 24 Cost..

La Corte ha comunque invitato la Dieta ad affrontare la questione del cambio di cognome. E’ interessante specificare il fatto che “dei quindici giudici che compongono la Corte suprema, cinque, tra cui tutti e tre i giudici femminili, hanno al contrario espresso il parere che la disposizione del codice civile violi l’articolo 24 comma 2, della Costituzione, secondo cui le leggi riguardanti la scelta del coniuge, i diritti di proprietà, l’eredità, la scelta del domicilio, il divorzio e tutte le altre questioni relative al matrimonio e alla famiglia devono ispirarsi ai principi della dignità individuale e dell’eguaglianza fondamentale tra i sessi[3].

In seguito alla decisione in analisi, sorge spontanea una domanda fondamentale: “Quanto dovrebbero le norme riflettere i valori distintivi della società in cui opera e quando dovrebbero esprimere i diritti fondamentali riconosciuti quasi universalmente?”.

Prima della decisione del Dicembre 2015, i sostenitori della legge hanno dichiarato che la modifica di questa norma porterebbe “la diffusione di un individualismo estremo e che la famiglia con un solo cognome conferisce un senso di unità”[4].

La legge oggetto di polemica è molto antica, ma non specifica quale dei due cognomi si debba scegliere. Tramite questo espediente la Corte ha giustificato l’assenza di discriminazione, in quanto spetta ad entrambi i coniugi scegliere il cognome da adottare dopo il matrimonio. Le statistiche però hanno confermato che nel 96% dei casi sono le donne a cedere, e quindi a perdere per sempre il proprio cognome. Itsuro Terada, ovvero   il giudice che ha pronunciato la sentenza, ha dichiarato che l’applicazione di questa legge è radicata nella società giapponese e permette alle persone di identificarsi agli occhi degli altri come una solida famiglia.

Nella stessa decisione la Corte ha invece modificato una previsione secondo la quale non era possibile per le donne risposarsi entro 6 mesi dal divorzio, abbassando il termine che deve decorrere a cento giorni[5]. La scelta dei cento giorni è stata motivata secondo la logica per la quale entro tale termine è sicuro accertare la paternità di un figlio nato in quel periodo di tempo.

Importante in tema di risarcimento derivante dalla tutela dei diritti della personalità il caso Okayama[6] (che prende il nome dall’omonima prefettura): la Corte ha rigettato la domanda di risarcimento fatta da una donna che non si era potuta sposare prima della decorrenza dei sei mesi[7].

L’adozione di un solo cognome può condurre a un danno di tipo patrimoniale: il coniuge che si vede “costretto” a rinunciare al proprio cognome in ambito professionale perde la propria identità. Un caso esemplare in merito fu quello di due coniugi Fukushima e Kaido: lei importante avvocato in Giappone, lui Professore stimato all’Università. Volendosi sposare, essi avrebbero dovuto sottostare all’obbligo fino ad ora descritto, ovvero scegliere un solo cognome per costituire un’unica famiglia.

Ciò avrebbe comportato dei danni nella loro vita: ad esempio si sarebbero persi contatti, avrebbero dovuto cambiare il nome sui contratti di lavoro, business card  e così via. Questo secondo i due coniugi avrebbe costituito una lesione di tipo sia patrimoniale (ad esempio qualora un cliente avesse cercato di contattare l’avvocato, questa avendo cambiato nome sarebbe stata difficilmente rintracciabile), sia morali (perdita dell’identità e del nome; per esempio in ambito accademico e di ricerca).

Hanno deciso così di non sposarsi: ha funzionato per loro fino ad ora perché entrambi avevano redditi separati. Hanno avuto una figlia, che essendo nata fuori dal matrimonio ha preso automaticamente il nome della madre[8], ma successivamente, presentando i documenti necessari si è scelto per il cognome del padre.

VALERIA TESSARIS

Note:

[1] “A husband and wife shall adopt the surname of the husband or wife in accordance with that which is decided at the time of marriage”.

[2]http://www.japantimes.co.jp/life/2015/10/17/lifestyle/whats-name-japan-debates-whether-allow-spouses-adopt-separate-surnames/#.V1feE3lf271

[3] MANNOCCI G., http://www3.unisi.it/dipec/palomar/palomar.html#giappone

[4] http://www.theguardian.com/world/2015/dec/16/japanese-court-rules-married-women-cannot-keep-their-surnames

[5] Il giudice Terada ha dichiarato che questa legge poneva un’eccessiva restrizione.

[6] MACKIE V., Necktie nightmare: narrating gender in contemporary Japan, Humanities Research, Vol XVI, No. 1, 2010, pp. 111-128.

[7] Il risarcimento per $13.500  fu rifiutato.

[8] Art. 790 comma 2 C.C.  嫡出でない子は、母の氏を称する。”A child out of wedlock shall take the surname of his/her mother”.

Bibliografia

Tesi di laurea di Valeria Tessaris: “la responsabilità extracontrattuale dei diritti della personalità tra ordinamento italiano e giapponese”.

BRYANT T.L., FOR THE SAKE OF THE COUNTRY, For the sake of the country, for the sake of the family: the oppressive impact of family registration on women and minorities in Japan,, HeinOnline,  UCLA Law Review, 1991-1992, p. 112.

http://www.china-files.com/it/link/47022/giappone-lobbligo-dello-stesso-cognome-per-gli-sposati-e-%25C2%25ABcostituzionale%25C2%25BB .

http://www.japantimes.co.jp/life/2015/10/17/lifestyle/whats-name-japan-debates-whether-allow-spouses-adopt-separate-surnames/#.V1feE3lf271

http://www.theguardian.com/world/2015/dec/16/japanese-court-rules-married-women-cannot-keep-their-surnames

MACKIE V., Necktie nightmare: narrating gender in contemporary Japan, Humanities Research, Vol XVI, No. 1, 2010, pp. 111-128.

MERYLL D., Japanese legal system, Cavendish, London, 2002, p. 22.

MILHAUPT C. J., RAMSEYER J. M., YOUNG M. K., Japanese Law in Context (reading in society, the economy, and the politics), Harvard University Press, Cambridge (Massachusetts), 2001, pp.20 ss.

PLUTSCHOW H., Japan’s Name Culture, Routledge/Curzon, 1995, p. 22.

日本苗字大辞典、芳文館、1996, 7月発行

Japan surname row: What do other countries do, 16th December 2015,  http://www.bbc.com/news/world-asia-35110867

Per un approfondimento vedi Koop A.J., Hogitaro I.. Japanese Names and How to Read them, Kegan Paul International Ltd., 2005.