Il contratto di rete come occasione per le imprese

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Il contratto di rete è disciplinato dal decreto legge 10 febbraio 2009 n. 5 e convertito con legge 9 aprile 2009 n. 33 (successivamente modificato con legge 134/2012 e con decreto legge 179/2012, convertito con legge 221/2012), mediante il quale “più imprenditori perseguono lo scopo di accrescere, individualmente e collettivamente, la propria capacità innovativa e la propria competitività sul mercato e a tal fine si obbligano, sulla base di un programma comune di rete, a collaborare in forme e in ambiti predeterminati attinenti all’esercizio delle proprie imprese ovvero a scambiarsi informazioni o prestazioni di natura industriale, commerciale, tecnica o tecnologica ovvero ancora ad esercitare in comune una o più attività rientranti nell’oggetto della propria impresa” (art. 3, comma 4 ter del decreto legge 5/2009).

Il contratto di rete è uno strumento assai flessibile che nasce con lo scopo di venire incontro alle esigenze delle imprese che intendono collaborare per realizzare un programma comune continuativo nel tempo, e che si affianca ad altre figure di collaborazione tra imprese, quali i consorzi, il GEIE (Gruppo Europeo di Interesse Economico), l’ATI (Associazione Temporanea di imprese) ecc., senza però sostituirle.

Come si evince dalla sua definizione, nell’accordo in questione la causa è l’accrescimento della capacità innovativa e della competitività delle imprese che costituiscono la rete, in particolare quelle medio-piccole. E’ evidente che quelli in questione siano più concetti economici che giuridici, ed è infatti di natura economica la ragione per la quale tali rapporti sono stati regolati.

Tale accordo può essere stipulato solamente tra imprese (per la cui definizione si rinvia al testo dell’art. 2082 c.c. rubricato “Imprenditore”), di qualsiasi dimensione, purché siano iscritte al Registro delle Imprese. Dunque, ne resta escluso tutto ciò che non rientra nel concetto di impresa.

Il contratto di rete, ai sensi dell’art. 3, comma 4 ter, del decreto legge 5/2009, deve necessariamente prevedere, in quanto elementi necessari, l’identificazione delle parti, gli obiettivi comuni, il programma di rete con i relativi diritti e obblighi di ciascun retista e le modalità di realizzazione dello scopo comune, la durata del contratto, le modalità di adesione e le regole per l’assunzione delle decisioni. Inoltre, se i retisti prevedono l’istituzione di un organo comune devono essere indicati i poteri e le regole sulla sua eventuale sostituzione.

Tale accordo può prevedere l’istituzione di un fondo comune (c.d. fondo patrimoniale) e di un organo comune, incaricato della gestione, in nome e per conto dei partecipanti, dell’esecuzione del contratto o di parte di esso.

La previsione da parte dei retisti di un fondo comune e di un organo comune è, ai sensi di legge, una mera facoltà e, pertanto, non è indispensabile affinché si possa concludere un contratto di rete. Tuttavia, pare necessario chiedersi se sia concretamente possibile per la rete operare e realizzare il progetto comune per la quale è stata costituita senza che vi sia un fondo facente capo alla rete e non alle singole imprese. Di notevole importanza sembrerebbe anche la sussistenza di un organo comune che esoneri i singoli retisti dalla gestione, volta per volta, dell’esecuzione del contratto di rete.

Al fondo comune si applicano gli artt. 2614 e 2615, comma secondo, c.c. in materia di consorzio. Ai sensi dell’art. 2614 c.c. i contributi conferiti dai consorziati e i beni acquistati con questi costituiscono il fondo consortile. Per la durata del consorzio i consorziati non hanno la facoltà di domandare la divisione del fondo e i creditori di questi non possono rivalersi su quest’ultimo. Secondo l’art. 2615, secondo comma, c.c., invece, per le obbligazioni assunte dagli organi consortili per conto dei singoli consorziati, questi ultimi rispondono solidalmente con il fondo consortile. Per l’ipotesi di insolvenza nei rapporti tra i consorziati il debito si ripartisce tra tutti sulla base delle quote di ciascuno. Nel caso, infine, in cui le obbligazioni siano state assunte dall’organo comune in relazione al programma di rete, i terzi possono far valere le proprie pretese esclusivamente sul fondo comune.

Entro due mesi dalla chiusura dell’esercizio annuale l’organo comune ha il compito di redigere una situazione patrimoniale osservando le disposizioni in materia di bilancio di esercizio della società per azioni, provvedendo successivamente al deposito della stessa presso l’ufficio del Registro delle Imprese del luogo ove la rete ha sede.

Il contratto di rete deve essere redatto per atto pubblico o scrittura privata autenticata o per atto firmato digitalmente da ogni retista o legale rappresentante e deve contenere tutti i requisiti individuati dall’art. 3, comma 4 ter, del decreto legge 5/2009. Tale accordo deve essere iscritto nella sezione del Registro delle Imprese presso cui ogni partecipante è iscritto e l’efficacia dello stesso decorre dal perfezionamento dell’ultima iscrizione ad opera dei retisti originari. Soggette a registrazione sono anche le relative modifiche.

La previsione della obbligatorietà dell’iscrizione al Registro delle Imprese ha spesso costituito un freno per le imprese e per la loro internazionalizzazione. Infatti, numerose imprese medio-piccole aventi già partners commerciali in un altro Stato dell’Ue o extra Ue si sono trovate nella condizione di non poter creare una rete, non potendo queste farvi partecipare il soggetto non italiano (non avente almeno parte dell’organizzazione situata in Italia). Tale ostacolo, tuttavia, è stato superato da alcuni esperti che hanno prospettato la possibilità di ricorrere ad un GEIE (Gruppo Europeo di Interesse Economico). Infatti, secondo tale impostazione, per il GEIE avente sede in uno Stato diverso dall’Italia sarebbe possibile istituire una sede secondaria in Italia, registrandosi così al Registro delle Imprese e potendo, conseguentemente, partecipare ad una rete. Tale ultima soluzione consente un contenimento dei costi e permette ad imprese estere di prendere parte ad una rete italiana.

In ogni caso, quello in questione è sicuramente un accordo che presenta notevoli vantaggi per le imprese, specialmente di piccole e medie dimensioni, e nasce dalla necessità di far fronte a esigenze prevalentemente di natura economica. A titolo meramente esemplificativo, si evidenzia come con il contratto di rete: si attribuisca ai retisti una notevole autonomia contrattuale, in particolare nella definizione dell’oggetto contrattuale, il quale si plasma in base alle esigenze e alle finalità delle imprese che costituiscono la rete; si istituiscano regole vincolanti per la collaborazione tra i retisti, senza che ciò implichi la costituzione di un ente ad hoc, consentendo così ad ogni impresa di mantenere la propria individualità; si consenta alle imprese, in particolare a quelle medio-piccole, di acquisire una maggiore forza economica e quindi un maggior potere contrattuale; si permetta ai retisti di far fronte ad investimenti più ingenti, ripartendo i relativi costi.

Proprio in virtù della semplicità e della flessibilità di tale forma contrattuale, negli ultimi mesi se n’è registrata una notevole crescita, che ha portato altresì ad una visione di tale contratto come una garanzia da parte del sistema bancario. Peraltro, a favorire l’incremento di tale fenomeno sono stati anche gli incentivi che il legislatore ha esteso a tali contratti.

Bibliografia

Sganzerla e M. Finiguerra, Al contratto di rete italiano può partecipare anche l’impresa straniera, in www.diritto24.ilsole24ore.com

Sganzerla, Contratti di rete per l’internazionalizzazione delle PMI, in www.diritto24.ilsole24ore.com

Tupponi, Le Join ventures ed il contratto di rete, Cedam, 2012