Il ruolo chiave dei centri antiviolenza sulle donne e la paradossale mancanza di tutele a livello nazionale

Foto in celebrazione della giornata contro la violenza sulle donne, di Giuseppe Alessandro De Francesco, licenza CC BY ND 2.0
Foto in celebrazione della giornata contro la violenza sulle donne, di Giuseppe Alessandro De Francesco, licenza CC BY ND 2.0

Chi è nell’errore compensa con la violenza ciò che gli manca in verità e forza. (Johann Wolfgang Goethe)

L’Italia fa parte di quella che è considerata l’area “civilizzata” del mondo, eppure i dati Istat del 2015 mostrano che, nel nostro Paese, quasi 7 milioni di donne hanno subito, nel corso della vita, violenze fisiche o sessuali, e circa 3 milioni e mezzo di donne sono state vittime di stalking. Le statistiche hanno mostrato percentuali allarmanti anche per quanto riguarda gli autori delle violenze; pare, infatti, che, mentre nel 70% dei casi di molestie sessuali si tratta di sconosciuti, nel 63% degli stupri l’autore è un partner attuale o precedente della vittima.

Per le donne vittime di abusi e maltrattamenti domestici non mancherebbero, almeno in teoria, dei supporti esterni alla famiglia: i centri antiviolenza. Questi centri sono realtà piuttosto recenti, che si sono sviluppate dai “gruppi di autocoscienza” nati dopo i movimenti di liberazione delle donne degli anni ’70. Inizialmente si trattava di piccoli gruppi di ascolto e analisi della storia che aveva portato a considerare la figura maschile come dominante e quella femminile come subordinata. Pian piano si è iniziato a pensare di dare alle donne vittime di violenza domestica dei rifugi, così da permettere loro di allontanarsi dalle proprie case e ricominciare una nuova vita. Negli anni ’80 nascono, in Europa settentrionale, i primi veri e propri centri antiviolenza, che si diffondono anche in Italia soprattutto dagli anni ’90.

Oggi si è creata una rete di centri antiviolenza (con cui spesso collaborano le forze dell’ordine, i servizi sociali e i pronto soccorsi), ognuno dei quali rappresenta un luogo in cui si offre alle vittime ascolto (diretto o telefonico), consulenza legale, gruppi di sostegno e si organizzano attività di prevenzione, sensibilizzazione e accompagnamento al lavoro. Un’attività fondamentale svolta da questi centri consiste nella predisposizione di case rifugio per le donne, sole o con figli, che necessitano di un luogo, dall’ubicazione spesso segreta, per avere la possibilità non solo di salvarsi temporaneamente dai loro aggressori, ma di iniziare un percorso volto all’acquisizione di una vita libera da abusi.

Nel 2006, a Roma, è stata siglata da 56 centri antiviolenza autonomi la Carta dei centri antiviolenza. Lo scopo di questa Carta è quello di delineare dei principi e dei valori condivisi in base ai quali organizzare il lavoro dei centri. Alcune delle linee maggiormente condivise sono:

– il fatto che i centri debbano essere costituiti e gestiti da donne (la ragione di questa scelta pare evidente, non si tratta di una forma di discriminazione, né si parte dall’assunto che tutti gli uomini siano carnefici, ma dalla semplice costatazione che donne fortemente impaurite e traumatizzate a causa di un uomo si sentano più sicure e a proprio agio a contatto con altre donne. La solidarietà femminile in questi contesti gioca, infatti, un ruolo notevole)

– l’assunto che la violenza maschile sulle donne rappresenti una manifestazione della disparità tra i sessi

– la garanzia di anonimato per le vittime.

I centri spesso sono gestiti da associazioni di donne politicamente impegnate nella lotta contro la violenza di genere, ma possono anche essere gestiti da soggetti pubblici. Nonostante ciò, ancora oggi non esiste una normativa nazionale sulla materia, anche se la legge 38/2009, in materia di sicurezza pubblica e di contrasto alla violenza sessuale, nonché in tema di atti persecutori, ha istituito, presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, il Dipartimento per le Pari Opportunità, con tanto di numero verde (1522) per tutelare le vittime di violenza e di atti persecutori. A livello regionale invece si sono predisposte leggi a supporto di questi centri, favorendo alcuni progetti o concedendogli l’uso di strutture pubbliche. La prima Regione ad adeguarsi alle direttive nazionali è stata il Piemonte, con l’istituzione, lo scorso febbraio, del “codice rosa”. Questo “codice” prevede che, ogni volta che si presenti in pronto soccorso una donna vittima di violenze, venga attivata un’equipe multidisciplinare formata da: ginecologa, pediatra, ostetrica, psicologa, assistente sociale e infermiera. Inoltre, sono previste iniziative volte alla prevenzione e alla sensibilizzazione sul tema, il potenziamento del Fondo di solidarietà per le donne vittime di violenza e maltrattamenti, e l’esenzione dal ticket sanitario per le vittime.

Tornando alla normativa nazionale, nel 2014 è stata stipulata un’Intesa tra il Governo e le Regioni, le Province autonome di Trento e Bolzano e le Autonomie locali (ai sensi dell’art. 8, comma 6, della legge 131/2003) ai fini di sancire i requisiti minimi dei centri antiviolenza e delle case rifugio. Un punto di riferimento importante per questa Intesa è stata la Convenzione del Consiglio d’Europa del 2011 sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, meglio nota come Convenzione di Istanbul, ratificata dall’Italia con la legge 77/2013. All’art. 5 della Convenzione sono precisati gli obblighi internazionali degli Stati contraenti, tra questi: l’obbligo, per gli organi statali, di astenersi da condotte che possano integrare un qualunque tipo di violenza nei confronti delle donne; e il dovere di prevenire, indagare, punire i responsabili e fornire alle vittime idonee misure di riparazione per le violenze subite da soggetti privati. Al Capitolo V è sancito l’obbligo di penalizzazione delle condotte che costituiscono fattispecie di violenza o di lesione dei diritti fondamentali o di discriminazione e, a partire dall’art. 33, sono elencati diversi tipi di violenza: la violenza psicologica, lo stalking, la violenza fisica, quella sessuale, il matrimonio forzato, le mutilazioni genitali femminili, l’aborto forzato, la sterilizzazione forzata e le molestie sessuali. Per tutti questi casi gli stati devono prevedere sanzioni giuridiche, non solo per gli autori primari delle violenze appena menzionate (o dei relativi tentativi), ma anche per i casi di favoreggiamento o complicità. Gli Stati firmatari non possono scegliere di applicare solo in parte la Convenzione, è però previsa la possibilità, previa dichiarazione, di scegliere di applicare sanzioni non penali per i reati di violenza psicologica e stalking. Infine, è previsto un meccanismo internazionale di monitoraggio chiamato “GREVIO” (Group of experts on actions against violence against women and domestic violence).

Venendo alla sopracitata Intesa, già all’art. 1 si trova un’affermazione importante circa la gratuità del servizio offerto dai centri antiviolenza e dalle case rifugio. Altri punti focali sono evidenziati nell’art. 2, relativamente alle esigenze di privacy, che si estendono chiaramente al divieto di accesso ai locali agli autori dei maltrattamenti, e reperibilità, tramite il numero verde già menzionato, attivo 24h su 24. Agli artt. 9 e 10 sono elencati i requisiti necessari delle case rifugio: devono essere locali idonei a garantire non solo un’accoglienza dignitosa, ma anche l’anonimato e la riservatezza, nonché il supporto psicologico, legale e sociale per le donne ospitate e i loro figli. Il personale deve essere esclusivamente femminile ed è vietato l’utilizzo di tecniche di mediazione familiare. Le donne, in questi contesti, non usufruiscono solamente di un tetto, ma si trovano al centro di veri e propri percorsi personalizzati con lo scopo di metterle nella condizione di riprendere il controllo della propria vita, con un’attenzione particolare anche al percorso scolastico di eventuali figli.

Infine, nell’aprile di quest’anno, è stata emanata la Circolare n. 65 relativa al congedo per le donne vittime di violenza di genere. Questa iniziativa prevede un congedo lavorativo di 3 mesi per le donne vittime di violenza “che siano state inserite in percorsi certificati presso servizi sociali, centri antiviolenza o case rifugio”, da utilizzarsi entri i 3 anni dall’inizio del percorso.

Nonostante la legge 38/2009, la ratifica della Convenzione nel 2013 e l’Intesa del 2014, negli ultimi mesi ci sono state molte polemiche relative alla chiusura di alcuni centri a causa della mancanza di fondi: quest’estate, in un solo mese, tre di questi hanno dovuto chiudere. L’Avv. Titti Carrano, Presidente dell’Associazione Nazionale dei Centri Antiviolenza (che conta 72 centri distribuiti su tutto il territorio nazionale e circa 15.000 donne accolte ogni anno), in un’intervista rilasciata a La Stampa lo scorso luglio, ha evidenziato delle perplessità: perché lo Stato lascia chiudere questi centri, proprio dopo aver ratificato la Convenzione di Istanbul, dopo aver varato una legge a tutela delle donne vittime di violenza e dopo aver previsto, con un decreto del 2013, la ripartizione delle risorse da destinargli? E come mai dei 16, 5 milioni di euro stanziati alle Regioni per i centri ne sono stati effettivamente utilizzati a questo scopo solo una piccola parte? E, ancora, perché i soldi stanziati dalla legge 119/2013 per questo biennio non sono ancora stati erogati? È chiaro che il supporto che questi centri offrono gratuitamente alle donne in difficoltà e ai loro figli richiede costi non indifferenti. Meno chiaro è perché questi soldi vengano stanziati e poi bloccati dalla burocrazia a fronte di situazioni che non possono certo attendere.

Quando si parla di violenza contro le donne sono tutti indignati, “tutti in prima linea”, ma spesso le affermazioni della politica si riducono a mere passerelle e, per i centri, a piccoli momenti di visibilità. Poi però l’incantesimo finisce, e il sistema pubblico di bandi e convenzioni non riesce a garantire la stabilità di questi centri, così le operatrici, oltre a svolgere il loro lavoro di supporto, devono compiere enormi sforzi per cercare a destra e a manca dei finanziatori e, quando non si trovano, a volte ci si autofinanzia, altre si chiude.

Concludo citando un piccolo estratto di un’intervista su La Stampa a delle volontarie di Casa Fiorinda (Napoli), uno dei centri che sono stati costretti a chiudere:

“Sorride. Ma l’assenza dello Stato le fa male. «Gli interventi pubblici sono sempre a progetto. Così, quando ne finisci uno, non sai mai se potrai cominciarne un altro. Ma la violenza non si ferma. Anche se lo Stato non se ne accorge. Però non ci fermiamo neanche noi». Si alza. E abbraccia Tania che dice: «Casa Fiorinda è stata dedicata a una donna ammazzata a colpi d’ascia. Le pare che possiamo tirarci indietro?».”

                                                                                                                 CRISTINA VALLINO

Fonti:

http://www.penalecontemporaneo.it/d/1759-la-convenzione-di-istanbul-del-consiglio-d-europa-sulla-prevenzione-e-la-lotta-contro-la-violenza-n

http://www.lastampa.it/2016/07/10/italia/cronache/dimenticate-dallo-stato-chiusi-i-centri-antiviolenza-lultimo-schiaffo-alle-donne-xTeZTQHjAK6ZTgykcYDVDK/pagina.html

http://www.regione.piemonte.it/pinforma/diritti/175-violenza-donne.html

http://www.linkiesta.it/it/article/2016/06/17/femminicidio-tante-parole-ma-lo-stato-chiude-i-centri-antiviolenza/30794/

www.inps.it

www.istat..it

www.direcontrolaviolenza.it