I problemi legati ai Mega Regional Trade Agreements: TTIP, TTP e CETA in cosa consistono veramente?

"TTIP_15-02-04_2" di Campact, licenza Creative Commons CC BY NC 2.0 da www.flickr.com
“TTIP_15-02-04_2” di Campact, licenza Creative Commons CC BY NC 2.0 da www.flickr.com

 

I rapporti commerciali internazionali sono attualmente caratterizzati dall’impiego crescente di accordi definiti Mega-Regional Trade Agreements. Si tratta di forme di accordi improntati ad una maggiore collaborazione tra gli Stati contraenti per facilitare, sostenere e incoraggiare investimenti e scambi commerciali.

Tra questi si annoverano il TPP – Trans-Pacific Partnership, concluso da Australia, Canada, Giappone, Malesia, Messico, Perù, Stati Uniti, Vietnam, Cile, Brunei, Singapore e Nuova Zelanda; il TTIP – il Transatlantic Trade and Investment Partnership, in corso di negoziazione tra gli Stati Uniti e l’UE; il CETA – il Comprehensive Economic and Trade Agreement, tra UE e Canada, ancora in attesa di ratifica.

Tali accordi affondano le proprie radici alla fine del secolo scorso e sono frutto di una particolare situazione globale, sia economica che politica, caratterizzata da: la difficoltà di negoziazione riscontrata nell’ambito del WTO, assente una funzione legislativa coerente che portasse a cambiamenti significativi nel quadro normativo e istituzionale internazionale; l’emergere delle nuove potenze economiche denominate BRICS – Brasile, India, Cina, Sud Africa, Russia; la globalizzazione, caratterizzata dall’irruzione di grandi investitori, i quali influenzano le negoziazioni degli accordi commerciali internazionali; la fine del boom economico e la successiva crisi economica.

Tutti questi fattori hanno favorito lo sviluppo dei Mega-Regionals. L’obiettivo di tali accordi risulta infatti il rafforzamento delle economie degli Stati contraenti, raggiungibile grazie ad un aumento delle esportazioni e ad una più forte connessione tra mercati. Tuttavia, tali strumenti si presentano non privi di problematiche, le quali hanno spesso sollevato le critiche della società civile. E’ nondimeno di fondamentale importanza evidenziare che tali questioni sono intrinseche alla tipologia di accordo e risultano indipendenti dalle specifiche negoziazioni portate avanti.

Il primo obiettivo che tali accordi si prefiggono è, come ricordato, l’aumento delle esportazioni. Gli strumenti per raggiungerlo sono molteplici. Tra questi vi è, in primis, l’abbattimento dei dazi doganali. Tuttavia questo risulta spesso di impatto marginale, in quanto tra molti Paesi le tariffe doganali risultano già sufficientemente basse.

Maggiore impatto può avere senza dubbio la riduzione delle barriere non tariffarie. Queste, presentando maggiori complicazioni rispetto alle tradizionali barriere tariffarie, hanno un impatto di difficile valutazione ex ante. Ad aumentare il livello di esportazioni, infatti, gioca un ruolo fondamentale la c.d. mutual recognition: si tratta del riconoscimento della legislazione vigente nello Stato partner, in questo caso riguardante caratteristiche e qualità dei beni posti in commercio, con riferimenti dunque anche alle normative che riguardano il commercio elettronico, i diritti del lavoro, la salute, l’ambiente e la sicurezza. Tuttavia, più le normative statali risultano differenti, come accade ad esempio nell’ambito del TTP, più sarà difficile raggiungere un accordo. Su questo punto si sono palesati problemi anche per il TTIP. Le normative europee in determinati ambiti quali l’allevamento, l’agricoltura e la sicurezza dei beni risultano più restrittive di quelle statunitensi. Si teme quindi un abbassamento degli standard necessari per il commercio di alcuni prodotti, pur di permetterne l’importazione dagli USA.

Certamente non vi è alcun obbligo per gli Stati di inserire una clausola di muto riconoscimento nell’accordo: tuttavia, se altrimenti fosse, risulterebbe difficile raggiungere gli obiettivi prefissati. E’ plausibile, in ogni modo, che si preveda la sola armonizzazione delle normative: se infatti queste risultano significativamente differenti, l’armonizzazione potrebbe colmare la frattura tra gli Stati contraenti, senza livellare definitivamente le normative. I Mega-Regionals rimangono comunque improntati ad una forte collaborazione, che si esplicita attraverso l’indicazione di comuni regole per la competizione sul mercato e la collaborazione tra l’industria e le autorità dei Paesi interessati.

Anche i servizi, quali possono essere la finanza, i trasporti e le telecomunicazioni, sono interessati dall’armonizzazione delle legislazioni. Inoltre, un accordo di mutuo riconoscimento non faciliterebbe solo lesportazione di prodotti che altrimenti non risulterebbero conformi alla normativa del paese di importazione, ma potrebbe portare al riconoscimento transnazionale delle qualifiche professionali, facilitando soprattutto la mobilità dei singoli lavoratori e dei piccoli imprenditori.

Il TTIP rende evidenti i problemi che si possono verificare in questo ambito. Le critiche ad esso rivolte evidenziano il rischio di privatizzazione dei servizi pubblici. Le norme statunitensi ed europee in materia presentano infatti profonde differenze, le quali affondano le loro radici in culture evidentemente dissimili. Gli Stati Uniti, infatti, non vedono di buon occhio certi monopoli europei. La definizione di “servizio pubblico” su cui attualmente si è concordato è una definizione in negativo, che esclude dalla categoria così determinata i servizi che possono essere erogati anche da soggetti diversi dal governo e per i quali è necessario pagare una tariffa, anche se saltuaria. Se essa rimarrà tale, si teme non siano considerabili servizi pubblici l’istruzione e la sanità, la fornitura di acqua ed energia e il trasporto. E’ plausibile, inoltre, che vengano inserite nell’accordo clausole di “stand still”, per le quali non sarà possibile adottare misure legislative nazionali più restrittive rispetto agli accordi conclusi.

Tali questioni, si sottolinea nuovamente, non rappresentano un problema esclusivo del TTIP. La liberalizzazione dei servizi e il mutuo riconoscimento delle normative in materia rischiano di sollevare problemi rilevanti nelle trattative dei Mega-Regionals, in quanto, auspicando ad una maggiore collaborazione tra Stati, rischiano di scontrarsi con le profonde divergenze culturali che possono sussistere e che costituiscono la base delle legislazioni nazionali.

La possibilità prevista dai Mega-Regionals di investire in un Paese ospite è accompagnata dalla richiesta di protezione da parte degli investitori stranieri. Tale protezione è garantita dal meccanismo dell’arbitrato Stato-investitore (ISDS), il quale consente ad un investitore privato di portare questioni riguardanti tali accordi davanti ad un tribunale arbitrale internazionale contro lo Stato ospite, nei casi in cui questultimo non si attenga allaccordo ratificato e attui politiche in materia di investimenti che violino alcune delle previsioni incluse nellaccordo stesso.

Le conseguenze che derivano da questo sistema di risoluzione delle controversie sono molteplici e destinate ad avere grande risonanza: bisogna infatti tener presente come il ricorso ad una corte di arbitrato internazionale non sia previsto esclusivamente dai Mega-Regionals, ma può essere contemplato in qualsiasi accordo internazionale in materia di investimenti.

A parere di molti, una clausola di risoluzione arbitrale limita eccessivamente la libertà statale di policy making. Senza dubbio gli Stati, nel legiferare, sono tenuti a rispettare gli accordi internazionali ratificati: se, in assenza di ISDS, ciò non avvenga, si creerebbe esclusivamente responsabilità per lo Stato sul piano internazionale, dunque di fronte ad altri Stati; al contrario, la previsione di ISDS rende possibile per gli investitori stranieri citare in giudizio uno Stato purché ritengano che, anche indirettamente, siano stati violati i diritti ad essi garantiti dagli accordi in questione. Al contrario, lo Stato non ha mezzi per poter ricorrere contro l’investitore straniero.

Possono essere fatti ancora tre ordini di precisazioni. Prima di tutto, l’efficacia e l’imparzialità del risultato raggiunto mediante ISDS dipende dalla forza negoziale dei due ricorrenti. Chiaramente un grande investitore, apportatore di capitale sostanziale nel Paese ospite, eserciterà su quest’ultimo maggior pressione di un qualunque altro piccolo investitore, specie se lo Stato risulta in situazione di crisi economico-politica. In secondo luogo, le diverse procedure previste negli accordi negoziati portano da un lato alla possibile sovrapposizione della giurisdizione di due differenti accordi che prevedono due differenti metodi di risoluzione delle controversie, mentre dall’altro è evidente la risultante frammentazione del diritto internazionale, a seguito della frammentazione della giurisdizione in materia. Ciò può avere ripercussioni negative, aumentando l’incertezza per gli investitori. Da ultimo si ricorda che il lavoro svolto dalle corti arbitrali internazionali non è pubblico e le decisioni non sono appellabili.

 

In conclusione, l’impatto che i Mega-Regionals avranno sul commercio internazionale non è facilmente comprensibile. Non è chiaro come essi possano influire sulla liberalizzazione del commercio multilaterale. Non bisogna infatti trascurare le ripercussioni che tali accordi possono avere sulle terze parti: si teme invero che mediante i Mega-Regionals sia possibile imporre agli Stati terzi nuove barriere non tariffarie, che aggirando le regole tecniche previste dal WTO non siano discutibili in tale contesto.

Come si è inoltre notato in precedenza, molti dei problemi posti in campo da questo tipo di accordi internazionali sono dovuti alle cc.dd. disposizioni di deep integration. Con esse gli Stati contraenti rinuncerebbero in parte alla possibilità di stabilire liberamente le proprie politiche commerciali – quali la tassazione interna e i sussidi alle imprese – che al contrario risultano essenziali per contrastare esternalità locali e fallimenti del mercato. La conseguenza principale sarebbe dunque un inefficiente livello di regolamentazione interna.

                                                                                                 CHIARA CASTALDO

 

 

Bibliografia e sitografia

   Mega-regionals and the TTIP – Andreas Ziegler, Conferenza del 16/11/2017

   http://ec.europa.eu/trade/ Directorate General for Trade

   http://www.italia.attac.org/index.php Attac Italia

   https://piie.com/system/files/documents/bown201609cfr.pdf Mega-Regional Trade Agreements and the future of the WTO – Chad P. Brown