La tutela penale delle unioni civili: il d.lgs. 19 gennaio 2017 n. 6

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Introduzione
Dopo accesi dibattiti e un travagliato iter parlamentare, con la legge 20 maggio 2016 n. 76 – cd. legge Cirinnà – si è deciso di cambiare in maniera radicale il tradizionale assetto giuridico dei rapporti familiari: con questa legge, infatti, vengono istituite le unioni civili tra persone dello stesso sesso e viene altresì introdotta una regolamentazione delle convivenze more uxorio.
Famiglia non è più soltanto un’unione tra un uomo e una donna nascente da un vincolo matrimoniale, ma lo sono anche a pieno titolo sia il legame stabile condiviso in concreto dai partners nelle forme della convivenza di fatto sia l’unione tra persone omosessuali.
In questo articolo ci si concentrerà sulla disciplina delle unioni civili e, in particolare, sulla tutela penale garantita loro dall’ordinamento a seguito dell’entrata in vigore del d.lgs. 19 gennaio 2017 n. 6 (“Modificazioni ed integrazioni normative in materia penale per il necessario coordinamento con la disciplina delle unioni civili, ai sensi dell’art. 1, comma 28, lettera c), della legge 20 maggio 2016 n. 76”).

Il riconoscimento delle “nuove” unioni: una svolta nel diritto di famiglia

Prima della legge Cirinnà, le unioni tra persone omosessuali erano prive di qualsiasi disciplina normativa che ne indicasse contenuti e diritti.
È toccato alla giurisprudenza, caso per caso, tracciare le linee guida in materia e, nello specifico, dare risposta alla dibattuta questione dell’assimilabilità di questo tipo di legami a quelli coniugali e della possibilità di estendere l’istituto del matrimonio anche alle coppie same sex.
La Corte costituzionale si è espressa sul tema qualche anno fa con la sentenza n. 138 del 2010, con cui, pur avendo riconosciuto la duttilità dei concetti di famiglia e matrimonio in ragione delle evoluzioni sociali, ha escluso che l’istituto del matrimonio, come originariamente inteso dall’Assemblea Costituente, possa essere esteso alle unioni omosessuali con riferimento agli artt. 3 e 29 Cost. Le unioni omosessuali, tuttavia, rientrerebbero – in base al parametro dell’art. 2 Cost. – nella nozione di formazione sociale costituzionalmente tutelata, riconoscendosi così alle persone dello stesso sesso il diritto fondamentale a vivere liberamente una dimensione di coppia.
Il Parlamento, nell’esercizio della sua piena discrezionalità, si è inserito nel solco tracciato dalla suddetta pronuncia del Giudice delle leggi e ha identificato l’unione civile tra persone dello stesso sesso «quale specifica formazione sociale ai sensi degli articoli 2 e 3 della Costituzione» (art. 1 comma 1, l. 76/2016).
È un’unione civile legalmente riconosciuta quella istituita tra persone maggiorenni appartenenti allo stesso sesso con dichiarazione di fronte all’ufficiale di stato civile ed alla presenza di due testimoni, registrata dallo stesso ufficiale nell’archivio dello stato civile (art. 1, commi 2 e 3).
A seguito di tale formalizzazione la l. 76/2016 prevede che le coppie omosessuali unite civilmente acquisiscano numerose garanzie, le quali – in concreto – non si differenziano da quelle disciplinate per il matrimonio . In particolare, è interessante sottolineare come matrimonio e unioni civili siano stati equiparati dal punto di vista dei diritti e degli obblighi.
Infatti le parti di un’unione civile:
• posso scegliere un cognome comune tra i loro rispettivi cognomi;
• acquistano gli stessi diritti e assumono i medesimi doveri;
• hanno l’obbligo reciproco all’assistenza morale e materiale e alla coabitazione;
• sono tenute, ciascuna in relazione alle proprie sostanze e alla propria capacità di lavoro professionale e casalingo, a contribuire ai bisogni comuni;
• godono di riconoscimenti ad ampio raggio nei rapporti con la pubblica amministrazione e con i terzi in generale

La mancanza di una disciplina penalistica delle unioni civili all’interno della legge Cirinnà
Il legislatore, nel regolare le unioni civili (e le convivenze di fatto), non ha ponderato gli immediati effetti indiretti che queste novità hanno sul diritto penale sostanziale e processuale: la legge, infatti, è priva di una disciplina penalistica organica che tuteli le unioni civili.
Il silenzio della legge Cirinnà si giustifica in ragione dei farraginosi lavori parlamentari che hanno accompagnato tutto l’iter legislativo: è stato necessario, infatti, un continuo bilanciamento tra interessi politici divergenti e esigenze di una concreta tutela delle nuove forme di famiglia. Appesantire ulteriormente il dibattito con questioni inerenti ai profili penalistici avrebbe dunque ostacolato il raggiungimento dell’approvazione della legge stessa.
All’interno della l. 76/2016 vi sono, tuttavia, due disposizioni che fanno riferimento al coordinamento dell’istituto delle unioni civili con l’ordinamento giuridico nel suo complesso e, quindi, anche con il diritto penale:
• l’art. 1, comma 20, che, in qualità di clausola di adeguamento automatico, prevede che «Al solo fine di assicurare l’effettività della tutela dei diritti e il pieno adempimento degli obblighi derivanti dall’unione civile tra persone dello stesso sesso, le disposizioni che si riferiscono al matrimonio e le disposizioni contenenti le parole «coniuge», «coniugi» o termini equivalenti, ovunque ricorrono nelle leggi, negli atti aventi forza di legge, nei regolamenti nonché negli atti amministrativi e nei contratti collettivi, si applicano anche ad ognuna delle parti dell’unione civile tra persone dello stesso sesso (…)»;
• l’art. 1, comma 28, lettera c), che delega il Governo ad adottare, entro sei mesi dall’entrata in vigore della stessa legge, un decreto legislativo che introduca integrazioni e modifiche normative volte a coordinare la disciplina delle unioni civili con le disposizioni contenute nelle leggi, negli atti aventi forza di legge, nei regolamenti e nei decreti.
Alla luce di queste considerazioni, il Governo, nell’esercitare il potere legislativo delegato, ha dovuto scegliere tra il ritenere la clausola ex art. 1, comma 20, l. 76/2016 idonea a coordinare la disciplina delle unioni civili con le norme penali e l’intervenire puntualmente con una disciplina organica ad integrazione e modificazione.
La via ritenuta più agevole è stata quella di effettuare tale auspicato coordinamento con un intervento mirato e circoscritto all’ambito penalistico attraverso il d.lgs. 19 gennaio 2017, n. 6.
L’adeguamento automatico previsto dalla clausola contenuta nella legge Cirinnà avrebbe, infatti, sollevato non pochi problemi: l’indeterminatezza e l’ampiezza di tale clausola mal si presterebbe alla necessaria tassatività e determinatezza del diritto penale, con la sconveniente conseguenza di lasciare all’iniziativa dell’interprete la scelta su come coordinare caso per caso la disciplina civilistica delle unioni civili con le norme penali.

Le modifiche e le integrazioni introdotte dal d.lgs. 19 gennaio 2017, n.6
L’intervento del Governo del gennaio scorso ha dato una risposta ai numerosi dubbi interpretativi sollevati dalla legge Cirinnà circa l’applicazione in sede penale delle garanzie previste dall’ordinamento per le coppie omosessuali che decidano di ufficializzare il proprio legame.
Nello specifico la dottrina si è interrogata sulla necessità di individuare puntualmente le disposizioni penalistiche da estendere alle unioni civili tra persone dello stesso sesso, in relazione sia alle disposizioni che producono effetti in bonam partem sia alle disposizioni che, di contro, producono effetti in malam partem.
Fatte queste premesse, veniamo ora all’analisi della novella apportata dal d.lgs. 19 gennaio 2017, n. 6 al codice penale e al codice di rito.
Per quanto concerne il diritto penale sostanziale, è necessario precisare che – nel diritto penale di parte generale – la posizione assunta dalle parti di un’unione civile rileva in riferimento all’art. 40, comma 2 c.p., perché dall’obbligo di assistenza morale e materiale a carico di ciascun membro della coppia (art. 1, comma 11, l. 76/2016) consegue la responsabilità delle parti per la condotta omissiva, dolosa o colposa che sia, eventualmente tenuta e da cui derivi un determinato evento (ex. omicidio derivato dalla mancata prestazione di cure al partner bisognoso).
Le novità più salienti attengono ovviamente il diritto penale di parte speciale.
Anzitutto il legislatore delegato, all’art 1, comma 1, lett. a) del decreto citato, ha modificato l’art. 307 c.p., inserendo nell’elenco di cui al comma 4 «la parte di un’unione civile tra persone dello stesso sesso».
Cambia, dunque, la nozione di «prossimi congiunti» tradizionalmente intesa: questa non ricomprende più soltanto il coniuge, ma anche la parte di un’unione civile, effettuando un’equiparazione delle loro rispettive posizioni con conseguenze che si riflettono su tutto il sistema penale. La definizione di «prossimi congiunti» di cui all’art. 307, comma 4 c.p. non è infatti riferita unicamente ai casi disciplinati da questo articolo, cioè quelli attinenti all’assistenza ai partecipi di cospirazione o banda armata; la nozione di “prossimi congiunti” trova, complessivamente, applicazione rispetto a ogni norma penale e all’interno del sistema processual-penalistico.
La riformulazione dell’art. 307, comma 4 c.p. rileva per numerose disposizioni penali che rimandano a questo articolo per la definizione di «prossimi congiunti»: il partner unito civilmente a persona dello stesso sesso, in qualità di prossimo congiunto, vedrà applicarsi sia disposizioni con effetti a lui favorevoli (si veda, ad esempio, l’esimente di cui all’art. 384 c.p., che esclude la punibilità per alcuni reati contro l’amministrazione della giustizia, quale – tra gli altri – la falsa testimonianza, commessi in favore di un prossimo congiunto) sia disposizioni con effetti sfavorevoli (ex. espansione della fattispecie di abuso d’ufficio ex art. 323 c.p. per l’omessa astensione in caso di conflitto di interesse).
Nell’ambito dei delitti contro la famiglia disciplinati dal Titolo XI del codice penale, l’art. 1, comma 1, lett. b) d.lgs. 6/2017 ha introdotto l’art. 574 ter c.p. secondo cui: «Agli effetti della legge penale il termine matrimonio si intende riferito anche alla costituzione di un’unione civile tra persone dello stesso sesso. Quando la legge penale considera la qualità di coniuge come elemento aggravante costitutivo o come circostanza aggravante di un reato essa si intende riferita anche alla parte di un’unione civile tra persone dello stesso sesso».
Il nuovo art. 574 ter c.p. riconfigura e amplia il concetto di matrimonio in ambito penale, rendendo così applicabili anche alle unioni omosessuali civilmente celebrate quelle fattispecie di reato previste originariamente per il matrimonio eterosessuale (si pensi al reato di bigamia). Di contro l’equiparazione tra la posizione del coniuge e quella di una delle parti di un’unione civile è soggetta a maggiori vincoli che ne limitano l’applicabilità ai soli casi in cui:
– la qualità di coniuge rilevi come elemento costitutivo aggravante del reato (ex: art. 570 c.p. “violazione degli obblighi di assistenza familiare”);
– la qualità di coniuge rilevi come circostanza aggravante del reato (ex: art. 577 c.p., aggravante del reato di omicidio richiamata anche da altri articoli del codice, tra i quali anche l’art. 582 c.p. per il reato di lesioni personali).
In ultimo il legislatore ha esteso la causa di non punibilità prevista dall’art. 649, comma 1 c.p. in favore del soggetto che commetta un delitto contro il patrimonio ai danni della parte di un’unione civile; opportunamente è stato modificato altresì il comma 2 dell’art. 649 c.p., prevedendo la querela di parte come condizione di procedibilità per i reati siffatti non solo per il “coniuge legalmente separato”, ma anche nel caso in cui il delitto sia commesso a danno «della parte di un’unione civile tra persone dello stesso sesso, nel caso in cui sia stata manifestata la volontà di scioglimento dinnanzi all’ufficiale dello stato civile e non sia intervento lo scioglimento di essa».
Per quanto riguarda il codice di procedura penale, il d.lgs. 19 gennaio 2017 n. 6 si è concentrato sulla modifica di un solo articolo, ossia l’art. 199 c.p.p. il quale disciplina la facoltà di astensione dal deporre.
L’art. 199 comma 1 c.p.p. prevede che i prossimi congiunti dell’imputato, chiamati a rilasciare dichiarazioni, possano totalmente astenersi dal deporre in un procedimento a carico del familiare: alla luce della modifica dell’art. 307 comma 4, il quale ricomprende ora nella nozione di «prossimi congiunti» anche la parte di un’unione civile tra persone dello stesso sesso, l’art. 2 d.lgs. 19 gennaio 2017 n.6 ha conseguentemente previsto che la facoltà di astensione dal deporre possa essere estesa anche a questi soggetti.
Nel caso di cessazione degli effetti civili dell’unione civile tra persone dello stesso sesso, si applica l’art. 199, comma 3 c.p.p. il quale prevede per il coniuge separato o divorziato una facoltà di astensione solo parziale: il coniuge separato, divorziato o la parte di un’unione civili i cui effetti siano venuti meno possono sì astenersi, ma limitatamente ai soli fatti appresi durante il periodo della convivenza; per tutti gli altri fatti appresi al di fuori da questo arco temporale questi soggetti saranno, invece, obbligati a testimoniare.

ANNALISA CAPPALONGA

Bibliografia
ANTOLISEI F., Manuale di diritto penale. Parte speciale, Milano, 2008
BACCARI G.M., La testimonianza del prossimo congiunto dell’imputato, Padova, 2003
GATTA G.L., Unioni civili tra persone dello stesso sesso: profili penalistici, in Diritto penale contemporaneo, 31 gennaio 2017
GATTA G.L., Unioni civili tra persone dello stesso sesso e convivenze di fatto: i profili penalistici della Legge Cirinnà, in Diritto penale contemporaneo, 11 maggio 2016.
TRIMARCHI M., Il disegno di legge sulle unioni civili e sulle convivenze: luci e ombre, in www.juscivile.it, 2016

Legislazione e giurisprudenza
Legge 20 maggio 2016, n. 76 (pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 21.5.2016), da www.gazzettaufficiale.it
Decreto legislativo 19 gennaio 2017 n. 6, (pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 27.1.2017), da www.gazzettaufficiale.it
Corte cost., 15 aprile 2010 n. 138, in Famiglia e diritto, 2010, p. 653.