Nomodos – Il Cantore delle Leggi a Biennale Democrazia 2017

Locandina della V edizione di Biennale Democrazie (29 marzo/2 aprile 2017, Torino)
Locandina della V edizione di Biennale Democrazie (29 marzo/2 aprile 2017, Torino)

Nomodos – Il Cantore delle Leggi, è lieto di pubblicare le relazioni, a firma di alcuni Cantori, di alcune conferenze che si sono svolte a Torino fra il 29 marzo ed il 2 aprile 2017 nell’ambito della V edizione di Biennale Democrazia (dal titolo “Uscite di emergenza”).

Mercoledì 29 marzo 2017

1)

TITOLO: Lezione inaugurale di Biennale Democrazia, dal titolo Populismo e Stato sociale nelle democrazie industrializzate

RELATORI: Tito Boeri

LUOGO: Teatro Regio di Torino

CANTORE: FABRIZIO TORELLI

La lectio inaugurale della V edizione di Biennale Democrazia, magistralmente tenuta da Tito Boeri (economista, nonché attuale presidente dell’INPS), ha tentato, con dovizia di informazioni, di capire e spiegare il fenomeno dei populismi contemporanei, con specifico riferimento alla loro recente ed esponenziale crescita nelle democrazie fortemente industrializzate.

Boeri ha dapprima risposto alla domanda su come debbano essere definiti i populisti, riportando, al riguardo, in particolare la definizione rinvenibile nell’Enciclopedia Britannica, a detta della quale: “I populisti affermano di essere i protettori dell’interesse del cittadino medio contro le élite: assecondano le paure e gli entusiasmi del popolo e si fanno promotori di politiche senza considerarne le conseguenze per il Paese”. Ciò che emerge con chiarezza, nell’analizzare l’ideologia populista ed i motivi del suo successo, è infatti proprio lo scontro che essa intende costruire fra le c.d. masse popolari e le élite, viste come vere e proprie “caste” di potere che si autoalimenta al loro interno, e contro le quali è necessario porre in essere una lotta senza quartiere.

L’attrattiva dell’ideologia populista, pertanto, risiede nella capacità di offrire soluzioni semplici, immediate e di breve periodo, individuando peraltro specifici “nemici” a cui addebitare – in funzione espiatoria – la responsabilità per ogni ingiustizia sociale ed indebolimento del welfare: in primo luogo, come detto, le élite, ed in secondo luogo, molto spesso, la popolazione immigrata, considerata parassitaria ed interessata a sopravvivere – spesso ai margini della legalità se non decisamente al di fuori di essa – sulle spalle dello Stato sociale europeo (occidentale), tramite il fenomeno del c.d. welfare shopping, per cui soggetti provenienti da Paesi poveri ricercano la possibilità di migliorare la propria condizione socio-economica scegliendo di emigrare verso Stati con sistemi assistenziali e previdenziali migliori.

Boeri ha messo in luce come la grandissima parte (meglio ancora: la totalità) delle affermazioni dei populisti invero si dimostri falsa ed ingiustificata. Tramite una rapida analisi delle esperienze populiste di governo (legate in particolare ad alcuni Stati dell’America Latina), si è evidenziato come i populisti riescano ad ottenere un grandissimo consenso nei primi tempi, adottando politiche del tutto in linea con le proprie affermazioni di programma, salvo poi finire con il fallire clamorosamente sul lungo periodo, incorrendo in inevitabili ostacoli e vincoli macroeconomici, con conseguente eccessiva inflazione e sovraindebitamento dello Stato che, per sopravvivere, è costretto a ricorrere al sostegno internazionale (in particolare del FMI).

L’analisi è poi proseguita con l’evidenziare il fenomeno della rapida ascesa dei populismi europei negli ultimi anni (complici la crisi economica, quella dei migranti e quella dell’Unione Europea), sottolineando in particolare come tali ideologie riscuotano successo in modo particolare fra la popolazione meno istruita e più anziana.

Infine, si è affrontato il nodo cruciale del modo in cui fronteggiare la deriva populista (in particolare in Europa). In linea generale, Boeri ha richiamato l’importanza svolta dai c.d. corpi intermedi (ossia la c.d. società civile, i partiti politici, i sindacati, varie forme di associazionismo, etc., i quali, ponendosi appunto “a metà strada” fra le élite e le masse popolari rappresentano il più rilevante argine al diffondersi dei populismi e della loro ideologia radicalmente binaria del “noi e loro”) e dal necessario – anche se inevitabilmente lungo e travagliato – rafforzamento del sistema di protezione ed inclusione socio-previdenziale. Nello specifico, poi, ha avanzato una proposta interessante, e dall’effetto – seppur naturalmente limitato – immediato, ossia la creazione di un numero di sicurezza sociale europeo, che permetta la piena portabilità delle prestazioni di tipo contributivo all’interno del territorio dell’Unione nonché un maggior coordinamento fra gli Stati europei, allo scopo di evitare abusi (ad es. quello perpetrato da chi lavori in uno Stato ma contemporaneamente riceva il sussidio di disoccupazione di un altro) e di rafforzare la responsabilità contributiva dei singoli Paesi. In ultimo, rafforzerebbe anche l’identità europea, cosa di cui si sente forse più che mai il bisogno.

 

Venerdì 31 marzo 2017

2)

TITOLO: Famiglie: sostantivo plurale (conferenza – “D’autore”)

RELATORI: Christiane Taubira, in dialogo con Alessandro Battaglia, Giulia Maria Cavalletto, Marilena Grassadonia, Angelica Scozia (da una proposta del Coordinamento Torino Pride e della Consigliera di Parità della Regione Piemonte)

LUOGO: Aula Magna della Cavallerizza Reale di Torino

CANTORE: SIMONE BASSO

Quello della famiglia è un territorio plurale. L’evoluzione dei confini delle famiglie è stata scarsamente accompagnata da normative che tenessero in conto una definizione estensiva e inclusiva di famiglia come prodotto culturale e non solo come dato “naturale”. L’Italia ha recepito tardivamente tali trasformazioni rispetto ad altri Paesi dell’Unione: tutti però sono stati accomunati da percorsi non lineari rispetto ad alcuni argomenti sensibili come il ben-essere infantile, l’adozione di minori e il riconoscimento di tutti i diritti alle coppie conviventi.

Il fenomeno della pluralizzazione del concetto di famiglia interessa tutte le parti del mondo: ad un’uniforme consapevolezza sociologica, le reazioni dei vari legislatori sono diversificate. La presenza di Christiane Taubira (ex ministro della Giustizia francese, prima firmataria e sostenitrice della legge sulla egualizzazione del matrimonio in Francia) alla Biennale offre la possibilità di valutare il polso sociologico e giuridico della situazione della comunità LGBT in Italia, anche in considerazione della recente approvazione della L. 76/2016 (recante regolamentazione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso e disciplina delle convivenze).

Ci si chiede subito, sotto la guida della sociologa Giulia Maria Cavalletto (Consigliera di Parità della Regione Piemonte), se un atto normativo e cogente possa essere seguito da un riconoscimento culturale. Infatti chi si è opposto alla adozione delle due leggi (in Francia ed in Italia) è ricorso all’argomento della contrarietà alle leggi di natura, dicendo che una famiglia senza l’obiettivo di continuare la riproduzione della specie non ha ragione di esistere. Madame Taubira osserva come sia impossibile non usare lo stesso argomento nei confronti degli oppositori: in quanto la legge di natura, applicata tradizionalmente contro la comunità omosessuale, ha dato effetti disastrosi (come dimostrano, in alcune parti del mondo ancora oggi, la penalizzazione dell’omosessualità – punita anche con la condanna a morte – e le deportazioni di persone LGBTI nei periodi più bui della storia occidentale), è nostro dovere di esseri umani andare oltre e riconoscere gli stessi diritti a tutti, a prescindere dall’orientamento sessuale.

Marilena Grassadonia, presidente dell’associazione Famiglie Arcobaleno, osserva come durante il dibattito che ha preceduto e seguito l’approvazione della legge Cirinnà, l’atteggiamento dei conservatori nei confronti delle famiglie omogenitoriali, sia stato quello, nel migliore dei casi (ossia senza contare i casi di aggressioni violente a sfondo omofobo), di chi si sentisse privato dello scettro della generatività. L’opposizione ha portato i suoi frutti (dato che la legge non estende alle coppie omosessuali e ai loro figli le stesse tutele che hanno le coppie unite da matrimonio) e ha perpetuato, tra le altre istanze scellerate, l’inferiorità della condizione femminile rispetto al “maschio” (dato che la mancata estensione va letta in combinato disposto con la legge 40/2004 – e in particolar modo con il divieto per le donne single di accedere alla procreazione assistita).

Vero è che l’approvazione di leggi di apertura nei confronti del mondo LGBT, sia in Italia che in Francia, è stata accompagnata anche da una consistente onda di omofobia: il ministro Taubira ha osservato come, durante l’espletamento dell’iter parlamentare di approvazione della legge, siano stati molti i passi indietro fatti dalla società francese, cui hanno fatto seguito procedimenti penali tesi a condannare sia discorsi che atti di omofobia. Grassadonia ha invece sottolineato come l’omofobia sia stata il motivo per cui molte persone, un tempo indifferenti alla causa, si siano schierate al fianco della causa LGBT: anche se l’approvazione della Legge Cirinnà è stata una parziale vittoria, la visibilità conseguita e l’orgoglio manifestato dalla comunità, sono strumenti necessari per l’abbattimento dell’ideologia, che presto, si spera (non solo tra le famiglie arcobaleno), porteranno anche all’approvazione della legge sulle adozioni e all’apertura sulla fecondazione assistita.

Alessandro Battaglia, a capo del Coordinamento Torino Pride e membro del Comitato per i diritti umani del Consiglio regionale del Piemonte, è ritornato con il pensiero ai giorni delle mastodontiche manifestazioni di piazza che tra il 2015 ed il 2016 portarono all’approvazione della legge sulle unioni civili, sottolineando come la battaglia non sia ancora finita e che sia tesa, oggi, all’eliminazione delle residue e corpose differenze di trattamento ai danni delle coppie omosessuali.

Quella della legge Cirinnà è stata una parziale vittoria, perché il legislatore ha optato per scindere il concetto di unione e il concetto di genitorialità: al contrario il legislatore francese ha voluto, egualizzare gli istituti in quanto, nelle parole di madame Taubira, <<sarebbe ipocrita il riconoscimento del matrimonio, senza il riconoscimento della filiazione>>. In Italia il legislatore non è stato altrettanto coraggioso: come ha sottolineato in chiave comparatistica l’avvocato Angelica Scozia (esperta di diritto di famiglia e coordinatrice del Gruppo Europa degli Osservatori sulla Giustizia Civile), se in Francia una sola norma basta per egualizzare la situazione tra coppie omosessuali e coppie eterosessuali, in Italia sono necessari 35 commi per riconoscere la rudimentale tutela giuridica tesa ad evitare la reiterazione delle condanne in sede di Consiglio d’Europa e per ribadire la discriminazione sociale e culturale nei confronti delle coppie omosessuali (in primis, mancanza dell’obbligo di fedeltà e mancanza dell’estensione delle norme sulla filiazione).

 

Sabato 1 aprile 2017

 

3)

TITOLO: Apocalisse (conferenza – “Discorsi della Biennale”)

RELATORI: Massimo Cacciari, introduce Jacopo Iacoboni

LUOGO: Teatro Carignano di Torino

CANTORE: ANNALISA CAPPALONGA

In un’epoca come la nostra, intimamente dominata da cambiamenti tanto rapidi quanto radicali, l’uso delle parole sembra ricoperto da una patina di superficialità, ancorato com’è alle attuali necessità di velocità e immediatezza.

In questo fluire dinamico è possibile che la parola abbia assunto oggi più che mai una capacità evocativa, quasi fosse simbolo della realtà culturale che si cela dietro alle nuove forme di interazione sociale?

Di questo si è parlato all’incontro con Massimo Cacciari, filosofo e docente universitario, in relazione a una parola molto ricorrente nel linguaggio comune: “Apocalisse”.

Cosa c’entra l’Apocalisse con la politica sociale? Cosa rivela un termine così religiosamente connotato di ciò che siamo oggi?

La ragione per cui oggi si parla tanto di “Apocalisse” è che questa rappresenta la metafora perfetta di una grande crisi – quella attuale – che sembra portare all’annichilimento dei valori e delle fondamenta che reggono il vivere comune.

Come precipitato della tradizione cristiano-giudaica, il mistero e il senso profondo di questa parola è tutto nella sua etimologia: Apocalisse sta a indicare, infatti, qualcosa di nascosto che, improvvisamente, si manifesta diventando evidente.

Di questo pensare apocalittico, di questo mistero che si manifesta – spiega Cacciari – ci sono degli elementi peculiari su cui vale la pena interrogarsi al fine di capirne il valore e di rapportarlo agli eventi che dominano la nostra vita.

Il cadine, l’ossessione principale su cui si fonda l’Apocalisse – secondo la religione cristiana – è che vi sia una direzione, un senso ultimo delle vicende storiche che ci affliggono e ci tormentano come una ferita sempre aperta: il senso di tutte le cose che accadono, tuttavia, non si manifesta nella storia, ma si disvelerà fuori dal tempo in una dimensione nuova e splendente. È impossibile in  quest’ottica vivere nel tempo e, al contempo, intuirne l’essenza: l’unica certezza dell’uomo è di credere in quel fine e di tendere ad esso con la fiducia e la certezza che, quando l’Apocalisse giungerà, tutto acquisterà il senso che Dio ha voluto; anche se il mondo è intriso di male, verrà un tempo di pace in grado di mettere ordine.

A questo punto però si apre un dilemma: cosa fare nell’attesa di questo senso ultimo e rivelatore?

All’uomo è dato sapere che un’Apocalisse verrà a portare la luce della verità, ma non sa né quando né come avverrà perché è un fine che non può progettare, ma solo anelare.

Quindi non possiamo fare nulla? Possiamo solo aspettare confidando in una speranza disarmante?

Nella visione apocalittica cristiana noi, in ogni istante della nostra vita, siamo dentro l’Apocalisse, la quale è “qui ed ora”: in ogni momento, dunque, viviamo il fine ultimo a cui tendiamo anche se non lo conosciamo intimamente; “ora” siamo chiamati a cambiar mente, a rivoluzionare il nostro essere e raggiungere in tal modo il fine e il senso che ci è dato.

Partendo da queste premesse culturali, questo discorso assume un più ampio respiro, che abbraccia le azioni umane al di là della religione e in ogni contesto temporale: l’uomo non può prescindere da un fine perché ogni azione umana, anche la più piccola, è teleologicamente orientata.

Secondo Cacciari in ogni momento dobbiamo agire “come se fossimo all’ultimo, agire ora come se esprimessi il senso del mio essere”. In termini non cristiani, ciò che compio ora mi manifesta integralmente, come se ora fosse il momento della mia morte: in questo senso l’Apocalisse non è un evento futuro che deve venire, ma è l’oggi, in quanto “ora” si decide di me ed è per questo che ciò che decido di compiere ha una valenza fondamentale.

L’incontro con il filosofo si chiude con un interrogativo che contestualizza il pensiero apocalittico alla nostra realtà attuale: questi discorsi hanno ancora un senso? Il senso di un fine ultimo regge ancora i nostri comportamenti come individui e come comunità?

Viviamo oggi un momento di smarrimento del senso del fine, in cui il fine in realtà non è mai tale, ma è solo una ricerca del progresso sempre teso in avanti all’infinito. Più che al fine in sé, la società in cui viviamo pone maggiore interesse ai fini da raggiungere.

L’Apocalisse del nostro tempo – dice Cacciari – è la perdita del senso del fine, che non dà ad esso alcuna importanza, relegando le decisioni dell’uomo e ogni possibilità di cambiamento – interiore e non – all’oblio del progresso senza fine e senza un senso pregnante in sé.

L’incontro si chiude con una domanda: “Dobbiamo reagire? E come?”.

La risposta a questo dilemma non c’è, sta a ognuno di noi trovare la via.

4)

TITOLO: Debito e colpa: l’economia quanto è morale? (conferenza – “Discorsi della Biennale”)

RELATORI: Thomas Macho, Armando Massarenti (moderatore)

LUOGO: Auditorium Vivaldi di Piazza Carlo Alberto in Torino

CANTORE: CHIARA CASTALDO

Thomas Macho, filosofo tedesco e docente di Storia della Cultura alla Humboldt Universität di Berlino, presenta in occasione di Biennale Democrazia una riflessione sulle radici antropologiche della colpa. Questo termine è a prima vista difficilmente riconducibile all’economia e indissolubilmente legato alla religione. Tuttavia, le riflessioni di Benjamin ci portano legare i due concetti.

Il capitalismo – sostiene – è il culto del debito: un culto non espiante, ma colpevolizzante. Centrale diventa a questo punto l’idea di colpa. La lingua italiana utilizza due termini, derivanti da radici diverse, per esprimere i concetti di debito e colpa. La lingua tedesca invece non opera questa distinzione, riferendosi ad essi con il termine Schuld. Una differenza è tuttavia presente. Il concetto di colpa, infatti, a differenza di quello di debito, si presenta in forma trinitaria. Distinguiamo dunque:

  1. Colpa genealogica. Indica un nesso di causalità tra condotta ed evento: si tratta di una concezione neutrale della colpa.
  2. Colpa morale. Indica una contrapposizione tra bene e male, con riferimento ad un’azione ingiustificabile.
  3. Colpa economica. Il riferimento è a un debito che ha caratteri puramente finanziari e si riferisce a una contrapposizione tra dare e ricevere.

Queste tre distinzioni mantengono confini labili. E un’analisi antropologica del concetto di colpa non può portare a dedurre un progresso necessario dalla colpa genealogica a quella morale ed economica. Al contrario, l’interrelazione tra questi concetti è forte. Una sanzione penale, che a seconda dei sistemi richiama la colpa genealogica e morale, può tramutarsi in una colpa economica (numerevoli sono i reati puniti con multa o ammenda); viceversa una colpa economica può tramutarsi in colpa morale (la mente corre, anche se impropriamente, alle pene detentive inflitte per le frodi fiscali, o, per attingere a tempi più remoti, alla schiavitù per debiti). Nietzsche stesso sosteneva che la colpa non aveva altro fondamento che nel rapporto tra debitore e creditore, poi trasformato in colpa morale. I sacrifici agli dei non sono che mezzi di redenzione del colpevole, secondo il filosofo.

Sorge dunque spontanea per Macho una domanda: verso chi siamo debitori? Ovvero: a chi apparteniamo? La storia è una continua ricerca di appartenenza. Partendo dall’età neolitica, che ha creato vincoli familiari, si arriva all Vangelo in cui il Cristo ci ricorda che è venuto a dividere fratelli e sorelle, suocere e nuore, genitori e figli: apparteniamo a Dio. Lo Stato e il nazionalismo surclasseranno questa concezione e diventeranno riferimento di appartenenza, non appena la Chiesa inizierà a barcollare. Il liberismo di Locke ha cercato di rispondere all’interrogativo a chi apparteniamo? con la teorizzazione del self ownership. Ognuno è proprietario della sua persona: l’economia, con l’idea del self made man ci emancipa dallo Stato. Kant approda ad una risposta ancor più radicale: la stessa vita è debito. Egli sosteneva nella Metafisica dei Costumi che non siamo nemmeno padroni di noi stessi, così allineandosi alle concezioni Veda. Nasciamo da un atto arbitrario: i genitori sono colpevoli per aver messo al mondo qualcuno che di ciò non aveva fatto richiesta. Questa vita, che è dono, è anche debito. Laocoonte, nell’Iliade, mette in guardia i Troiani dal cavallo di legno donato dagli Achei: il dono è prestito da restituire.

Tutte queste concezioni del debito e della colpa sembrano tuttavia riportare alla stessa domanda: a chi apparteniamo? Probabilmente – sostiene Macho – costretti dalla necessità a trovare un appiglio, possiamo fare riferimento solo alla comunità dei mortali. Per ridurre il peso delle tre colpe che ci portiamo dietro, serve resuscitare il concetto di solidarietà. Serve emanciparsi dal peso dei debiti che crediamo di portarci dietro da secoli. E-mancipatio, dal latino: sottrarsi alla manus del dominus o del pater familias, che con quel solo gesto di manu capere imponeva tutto il suo potere su un altro soggetto. Emancipazione è ora perdono e rinuncia. Due termini che nuovamente in tedesco sono fortemente intrecciati fra loro (verzeihen e verzichten) per indicare un perdono che è rinuncia ad una compensazione. Al contrario del perdono, il capitalismo venera il perpetrarsi del debito e la crescita continua. Ulrike Herrmann prefigura, per questo, uno scenario apocalittico: mentre ci trasciniamo nell’etica del keep going, del ciononostante, il capitalismo continua a renderci schiavi, pur essendo condannato a morire. In linea con questo pensiero, la provocativa riflessione finale di Macho ricorda dunque che, pur essendo la crescita il mantra del capitalismo, una crescita normale porterà alla catastrofe ecologica, mentre una crescita verde non esiste. Il crollo del capitalismo sarà inevitabilmente brutale.

Domenica 2 aprile 2017

 

5)

TITOLO: Il nuovo terrorismo e i limiti della cooperazione internazionale (conferenza – “D’autore”)

RELATORI: Armando Spataro, in dialogo con Giovanni Bianconi

LUOGO: Piccolo Teatro Regio Puccini di Torino

CANTORE: FABRIZIO TORELLI

Armando Spataro (magistrato ed attualmente Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Torino) è intervenuto, nell’ambito di Biennale Democrazia, sul delicato tema della lotta al terrorismo, in dialogo con il giornalista Giovanni Bianconi.

Anzitutto sono state sottolineate le profonde differenze esistenti fra il terrorismo attuale e quello del passato (in particolare, per quanto riguarda l’Italia, degli anni di piombo), evidenziando come siano mutate in primo luogo le finalità. Mentre il terrorismo degli anni ’70 è stato un terrorismo di natura prettamente politica, ossia volto a sovvertire l’ordinamento giuridico, sociale ed economico esistente per sostituirlo con un altro del tutto diverso (nel caso dei terrorismi di sinistra, la dittatura del proletariato, nel caso di quelli di destra la dittatura tout court), il terrorismo attuale di matrice islamica (anche se non unicamente tale), è caratterizzato da un fine per così dire “pseudo-religioso”, ammantato, dopo la nascita dell’ISIS (più correttamente, ormai già dal 2014, semplicemente IS) di ulteriori mire istituzionali (la creazione di un vero e proprio nuovo “califfato” islamico, con un proprio territorio e tutto quanto occorra per essere considerato Stato). Peraltro, un’ulteriore differenza è rinvenibile nella diversa organizzazione dei due gruppi terroristici: i primi rigidamente strutturati mediante la creazione ed il mantenimento di una vera e propria “rete” e gerarchia (con conseguente possibilità, mediante il racconto di “pentiti” e l’infiltrazione all’interno di basi, nuclei o cellule, di potenziare grandemente le indagini ed sviluppare una più efficace reazione da parte dello Stato), i secondi, al contrario, del tutto privi di tale strutturazione, ed operanti per lo più mediante i c.d. “cani sciolti”, ossia soggetti reclutati (soprattutto su internet) allo scopo di commettere, in maniera del tutto casuale e diffusa, attentanti in tutta Europa (c.d. foreign fighters), senza che sia possibile ricollegarli ad una precisa organizzazione.

Si è poi sottolineata la grande capacità ed efficacia investigativa dei corpi di polizia giudiziaria italiana, in grado di affrontare con cognizione di causa il fenomeno terroristico, in quanto temprati dalle lotte al terrorismo degli anni di piombo ed alla mafia, senza per ciò solo rinnegare od indebolire i principi di garantismo democratico sanciti dalla Costituzione.

Infine, si è ribadita con forza la necessità che la lotta al fenomeno terroristico venga sviluppata nel modo più razionale possibile (senza, cioè, farsi prendere dai facili impulsi del momento e dalla, spesso esagerata, percezione del pericolo) e che si strutturi sempre più a livello europeo (anche mediante la creazione di un’apposita Procura europea), a partire anche da un più efficace coordinamento e proficuo scambio di informazioni fra i vari Stati.