Incontro “I primi 100 giorni di Donald Trump”: alcune riflessioni

"Incontro organizzato dall'associazione Amici di Unito, I primi 100 giorni di Donald Trump", foto di Sara Vetulli
“Incontro organizzato dall’associazione Amici di Unito, I primi 100 giorni di Donald Trump”, foto di Sara Vetulli

La figura del Presidente degli Stati Uniti Donald J. Trump, è una figura che ha polarizzato l’opinione pubblica globale. Ciò è dovuto a una sua generale ambiguità e alla consequenziale impossibilità di ricondurlo in una delle classiche categorie che hanno dominato la politica americana degli ultimi secoli. Il Presidente Trump, infatti, nonostante si sia presentato con il partito Repubblicano, ha creato notevoli dissensi nel suo partito e ha, allo stesso tempo, adottato misure che potrebbero generalmente considerarsi come azioni di stampo democratico. A riguardo si pensi alla riforma finanziaria proposta in cui tutti i cittadini con reddito inferiore a 24 mila dollari verrebbero esclusi dal pagamento delle tasse.

Chiaramente questa difficoltà nel ricondurlo a determinate ideologie politiche rende ancora più difficile la valutazione di questa figura. Nell’incontro tenutosi ieri, martedì 2 Maggio, nell’aula magna del Rettorato, sono intervenuti il Magnifico Rettore dell’Università di Torino, Gian Maria Ajani, il professore ordinario di Diritto Internazionale, Edoardo Greppi, il professore presso l’Università del Piemonte Orientale, Maurizio Vaudagna, e il direttore del giornale La Stampa, Maurizio Molinari. Attraverso l’intervento di queste figure autorevoli è stato possibile delineare la figura stessa di Trump e come questa abbia influito nel rapporto del Presidente con il diritto internazionale, e più in generale nelle relazioni internazionali.

Per quanto riguardo il primo aspetto, ossia la personalità del Presidente americano, ciò che è emerso dall’analisi del Professor Vaudagna è la peculiarità di questo soggetto che non è sussumibile in nessuna delle classiche ideologie politiche. La domanda che sorge a riguardo è: Trump è più vicino al pensiero politico repubblicano o alla categoria populista, estremamente eterogenea, ed ora incredibilmente in voga?

Da una parte, il Presidente ha posto in essere misure che sono state ben viste dal partito repubblicano: tagli alle tasse delle imprese, cancellazione di tutte le tutele introdotte da Obama in ambito ambientale e di privacy e la nomina del giudice della Corte Suprema. Infine, di stampo repubblicano è sicuramente il recupero della fiducia nell’iniziativa militare nelle relazioni internazionali.

Per quando riguarda l’aspetto populista di Trump, ciò che lo rende tale è il suo atteggiamento. Il Presidente viene definito come un uomo duro ed estremamente distante dalle consuetudini che dominano il panorama delle relazioni internazionali degli ultimi secoli.

Il bombardamento dei territori siriani è un esempio significativo della compresenza di queste due personalità. Viene naturale paragonare quest’azione con i diversi interventi militari di Bush, che ha tendenzialmente giustificato come difesa dei diritti umani e come tentativo di stabilizzazione del medio-oriente e di portare la democrazia in quei Paesi. Obama, successivamente, era solito affermare che è possibile vincere una battaglia, ma non la guerra. Per questo motivo l’intervento americano era solamente in grado di ottenere una stabilizzazione del medio-oriente, ma non la neutralizzazione di tale “minaccia”. Il tradizionale ricorso ai generali istituti di diritto internazionale, come obbligazioni erga omnes, duty to protect, legittima difesa etc, per giustificare l’intervento militare americano, non fa parte della politica estera di Trump. Infatti, egli ha giustificato i propri interventi militari in Siria solamente sotto il profilo dell’interesse americano.

Questo esempio ci permette di introdurre alcune considerazioni sul rapporto fra Trump e il diritto internazionale. Anche in questo caso è riscontrabile uno scostamento dalla politica americana degli ultimi settant’anni. Infatti, dopo la seconda guerra mondiale l’America ha sempre proposto e avuto una visione multilaterale istituzionalizzata del diritto internazionale, concretizzatasi in primo luogo nel piano Marshall, che a sua volta ha fortemente influenzato gli Stati europei.

Nei suoi primi 100 giorni, Trump ha inequivocabilmente mostrato la sua presa di distanze da questa filosofia: in primo luogo, proponendo un taglio del 40% ai finanziamenti alle organizzazioni internazionali. L’approvazione di tale ordine esecutivo causerebbe la morte delle organizzazioni internazionali essendo l’America il loro primo finanziatore. Nella stessa direzione è la presa di posizione sulla partecipazione americana alla Nato. Inoltre, è estremamente preoccupante l’ordine di revisione di tutti i trattati che gli Stati Uniti stanno negoziando, che sono in attesa di ratificazione o di cui sono già parte. È indubbio che l’esistenza di tutti questi trattati dipenderà dal guadagno che l’America trae dalla partecipazione in tali Convenzioni. È facile comprendere come ciò andrebbe a detrimento del diritto internazionale stesso, che è basato sull’uguaglianza degli Stati, ma che comunque è influenzato dal peso politico di queste entità sovranazionali.

L’atteggiamo di Trump può essere definito come sovranista, con spiccate tendenze unilaterali. Di conseguenza ciò porterà alla morte della politica multilaterale istituzionalizzata del secondo dopo guerra, a favore di accordi bilaterali fra potenze.

Viene da chiedersi quindi: quale può essere il futuro del diritto internazionale qualora Trump decida di proseguire con queste tendenze nazionaliste? Quale il futuro di quegli Stati che non hanno un forte potere contrattuale o economico che beneficiano di questo multilateralismo?

SARA VETULLI