Il concetto di “Smart cities” e gli appalti per l’innovazione

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"_ESM1411-Edit-Edit-as-Smart-Object-1" di Esmar Abdul Hamid, licenza: CC BY 2.0, www.flickr.com
“_ESM1411-Edit-Edit-as-Smart-Object-1” di Esmar Abdul Hamid, licenza: CC BY 2.0, www.flickr.com

Quando si parla di “Smart cities” si intende fare riferimento a quelle città caratterizzate dall’integrazione tra strutture e mezzi tecnologicamente avanzati, attuata al fine di ottenere un miglioramento degli standard qualitativi della vita umana.

In particolare, tale integrazione, indirizzata da scelte di politica normativa e amministrativa intraprese da decisori pubblici a livello locale, nazionale e sovranazionale, mira ad indirizzare il sistema socio-economico verso una nuova concezione di benessere umano, tramite l’implementazione e la promozione di politiche di crescita sostenibile e di efficientamento energetico.

Le citate scelte politiche, pertanto, hanno quale fine ultimo la creazione delle condizioni opportune per stimolare investimenti in soluzioni energetiche integrate e innovative, in armonia con il principio dello sviluppo sostenibile, che da tempo ha assunto una fondamentale importanza nell’ambito delle politiche internazionali, nazionali e soprattutto locali.

In questo quadro, ha assunto una crescente importanza l’impiego delle nuove tecnologie digitali, non solo quelle relative alla gestione ed al trattamento delle informazioni (Ict), ma anche quelle adoperate per migliorare la logistica, il traffico urbano e la mobilità degli abitanti.

Per perseguire gli scopi di crescita e miglioramento delle condizioni sociali e raggiungere gli obiettivi di sostenibilità ed efficienza, si sono sviluppati, a livello internazionale, due differenti approcci, tramite i quali i soggetti pubblici promuovono il perseguimento dei fini delineati.

Il concetto di Smart cities, infatti, ha come punto di partenza due differenti modelli, distinti tra loro e con caratteristiche diametralmente opposte.

Il primo modello è il cd. modello bottom-up, sviluppatosi negli Stati Uniti, secondo il quale lo sviluppo tecnologico ed innovativo deve essere promosso dai soggetti pubblici tramite l’implementazione di un quadro normativo definito, costituito con l’intento di promuovere lo sviluppo di soluzioni tecnologiche nuove ed innovative, volte a  migliorare la qualità della vita dei soggetti inseriti in un determinato contesto sociale, nel caso delle “Smart cities” individuato, appunto, nelle città.

Tale modello, pertanto, prevede un limitato coinvolgimento dei soggetti pubblici stessi, i cui interventi hanno l’obiettivo di promuovere un quadro normativo di immediata attuazione, chiaro e semplice da applicare nei settori di interesse.

Il secondo modello, invece, è il cd. modello top-down, sviluppatosi prevalentemente nel contesto europeo.

Tale tipologia di approccio, come suggerisce il nome stesso, prevede l’individuazione e l’implementazione, da parte delle amministrazioni territorialmente competenti, delle misure da adottare per ottenere un efficientamento nei settori di interesse, anche tramite lo strumento dei finanziamenti pubblici, erogati in favore degli operatori economici operanti nelle categorie di riferimento.

In particolare, le pubbliche amministrazioni sono spinte ad incentivare l’impiego di prodotti e tecnologie efficienti dal punto di vista energetico, specialmente nel campo dei trasporti ed in quelli della ristrutturazione del patrimonio edilizio e della creazione di nuove infrastrutture.

Per il perseguimento dei fini delineati, come detto costituiti dall’efficienza energetica, che oggi va necessariamente coniugata con l’innovazione tecnologica, in modo tale da raggiungere un minore dispendio economico ed una maggiore tutela dell’ambiente, le pubbliche amministrazioni possono utilizzare gli strumenti più vari, per lo più riconducibili allo schema della governance, ovvero quel sistema complesso di moduli e modelli di azione e di comportamento che, essendo caratterizzati da un’elevata flessibilità (cd. soft-law), consentono alle istituzioni di interagire attivamente con i poteri privati.

Benché il concetto di “Smart city” sia strettamente legato alle tematiche legate all’ambiente, esso coinvolge anche una molteplicità di differenti aspetti della vita urbana, quali il livello di competitività economica, la facilità di partecipazione sociale, le modalità di amministrazione, la gestione della mobilità e la qualità di vita.

Questo delinea la necessità di un approccio multidimensionale da parte delle amministrazioni, cui è richiesto l’avvio di un processo di rinnovamento delle modalità di direzione e gestione delle risorse e infrastrutture locali.

Se il momento di avvio ufficiale della politica per le “Smart cities”, con riferimento all’Europa, può essere fatto coincidere con quello relativo all’adozione delle direttive sulla promozione dell’energia elettrica prodotta da fonti energetiche rinnovabili e sull’efficienza degli usi finali dell’energia, nel medesimo periodo è stato avviato anche il programma denominato “Europa 2020”, ovvero la strategia decennale per la crescita e l’occupazione attraverso cui l’Unione Europea mira a superare la crisi economica, creando le condizioni per una crescita più intelligente, sostenibile e solidale.

A tal fine, l’Unione si è posta cinque obiettivi da realizzare entro l’anno 2020, riguardanti l’occupazione, la ricerca e sviluppo, il clima e l’energia, l’istruzione, l’integrazione sociale e la riduzione della povertà.

E proprio per il perseguimento di tali fini il legislatore europeo ha considerato gli appalti pubblici come uno strumento fondamentale nella strategia del programma, costituendo essi uno degli strumenti basati sul mercato, necessari per la realizzazione degli obiettivi posti.

Già il Libro Verde del 2011, relativo alla modernizzazione della politica dell’UE in materia di appalti pubblici, evidenziava come all’interno dell’Unione soltanto una quota molto bassa degli appalti pubblici mirasse a promuovere l’innovazione, facendo presente, di conseguenza, come fosse necessaria l’introduzione nel sistema di ulteriori misure, volte a sostenere le amministrazioni ed a conseguire un miglioramento delle prestazioni, con l’intento di conseguire l’obiettivo dell’innovazione.

Nello stesso anno, al “Considerando 17” della proposta di direttiva sugli appalti pubblici, lo stesso legislatore europeo suggeriva di introdurre nell’approvando testo normativo una specifica procedura di appalto, che consentisse alle amministrazioni di istituire un partenariato per l’innovazione a lungo temine per lo sviluppo ed il successivo acquisto di nuovi prodotti servizi o lavori caratterizzati da novità e innovazione tecnologica.

Tale previsione è stata poi confermata al “Considerando 47” della direttiva sugli appalti pubblici n. 2014/24/UE, laddove non soltanto si prevede che “l’acquisto di prodotti, lavori e servizi innovativi svolge un ruolo fondamentale per migliorare l’efficienza e la qualità dei servizi pubblici e nello stesso tempo affrontare le principali sfide a valenza sociale. Ciò contribuisce a ottenere un rapporto più vantaggioso qualità/prezzo nonché maggiori benefici economici ambientali e per la società attraverso la generazione di nuove idee e la loro traduzione in prodotti e servizi innovativi, promuovendo in tal modo una crescita economica sostenibile”, ma viene specificato come la direttiva “dovrebbe anche contribuire ad agevolare gli appalti pubblici nel settore dell’innovazione e aiutare gli Stati membri nel raggiungimento degli obiettivi dell’Unione in questo ambito”.

In tal senso, la normativa europea introduce una novità per le amministrazioni aggiudicatrici aventi l’esigenza non soltanto di sviluppare prodotti, servizi o lavori innovativi, ma anche di acquistare successivamente le forniture, i servizi o i lavori risultanti da tale processo.

Infatti, nel caso in cui la necessità di sviluppo e acquisto non potesse essere soddisfatta ricorrendo a soluzioni già disponibili sul mercato, tali amministrazioni possono accedere ad una nuova e specifica procedura di appalto, che consenta “di istituire un partenariato per l’innovazione a lungo termine per lo sviluppo e il successivo acquisto di prodotti, servizi o lavori caratterizzati da novità e innovazione, a condizione che tale prodotto o servizio possa essere fornito o tali lavori possano essere effettuati nel rispetto dei livelli di prestazione e dei costi concordati, senza bisogno di una procedura d’appalto distinta per l’acquisto”.

La direttiva n. 2014/24/UE, che ha poi disciplinato dettagliatamente tale particolare tipologia di partenariato pubblico-privato all’art. 31, ha previsto per esso l’applicazione delle norme procedurali relative alla procedura competitiva con negoziazione, suggerendo, quale criterio di aggiudicazione degli appalti in questione, quello del miglior rapporto qualità/prezzo, considerato il più adatto per comparare le offerte concernenti soluzioni innovative.

Il legislatore nazionale italiano, nell’adempiere all’obbligo di recepimento della direttiva citata, ha introdotto l’istituto del partenariato per l’innovazione all’art. 65 del d.lgs. n. 50/2016, riprendendo fedelmente le statuizioni relative alla nuova procedura di affidamento già previste all’interno della normativa europea citata.

In particolare, è stata prevista la possibilità per le Amministrazioni di avvalersi di tale istituto in tutti quei casi in cui esse non possano soddisfare le esigenze di sviluppo di prodotti, servizi o lavori innovativi ricorrendo ai sistemi ordinari di mercato.

Successivamente all’aggiudicazione, che segue i criteri già delineati con riferimento alle direttive europee, il partenariato è strutturato in fasi successive di ricerca e di innovazione, le quali possono comprendere anche la fabbricazione dei prodotti, la prestazione dei servizi o la realizzazione dei lavori.

Il partenariato per l’innovazione, quindi, rappresenta un nuovo importante strumento volto a favorire l’interazione tra le Pubbliche Amministrazioni ed i soggetti privati, con l’obiettivo finale di perseguire risultati condivisi ed innovativi con l’obiettivo di accrescere il benessere sociale ed economico.

 

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