Rinnovazione della prova dichiarativa in appello e giudizio abbreviato

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“Corte Di Cassazione - Horses, Roma”: foto di s*t*e*v*i*e, licenza CC BY-SA, Flickr.com
“Corte Di Cassazione – Horses, Roma”: foto di s*t*e*v*i*e, licenza CC BY-SA, Flickr.com

La recente sentenza della Corte di Cassazione penale a Sezioni Unite, n° 18620 del 19 gennaio 2017[1], si è posta nel solco dell’ormai consolidata giurisprudenza sovranazionale e nazionale, riconoscendo la necessità della rinnovazione dell’istruzione probatoria, con riguardo alle prove dichiarative, anche nel giudizio di appello proposto dall’organo dell’accusa nei confronti di una sentenza assolutoria emessa all’esito di un giudizio abbreviato, allorché il giudice ritenga di doverla riformare (pronunciando sentenza di condanna) in conseguenza di una diversa valutazione delle prove dichiarative. La citata sentenza si pone come corollario degli orientamenti espressi dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo[2] e dalla nostra Corte Suprema, i quali hanno evidenziato come si possa dubitare della sussistenza di un effettivo giusto processo e di un reale accertamento della colpevolezza oltre ogni ragionevole dubbio allorquando il giudice dell’impugnazione riformi in peius la sentenza di primo grado omettendo la riassunzione di una prova dichiarativa decisiva.

Rispetto a tale precetto, non era possibile ravvisarsi, nel nostro sistema normativo interno, alcun dato univoco in tal senso. Anzi, il vigente sistema processuale si caratterizza per il fatto che ad un primo grado di giudizio caratterizzato dall’oralità ed immediatezza nella formazione della prova, si contrappone un giudizio d’appello normalmente solo cartolare: per le sue decisioni il giudice d’appello si serve del materiale probatorio acquisito in primo grado, salvo la possibilità in determinati casi di disporre la rinnovazione probatoria, ossia la riassunzione delle prove già acquisite in primo grado o la assunzione di prove nuove. Normalmente la rinnovazione è un’opzione lasciata alla discrezionalità del giudice, alla luce di criteri-guida fissati dal legislatore. L’unica ipotesi in cui il giudice è obbligato a rinnovare l’istruzione probatoria è quella di nuove prove, di cui una parte chiede l’assunzione, sopravvenute o scoperte dopo il giudizio di primo grado (art. 603, c.2, c.p.p.). Spesso il giudice d’appello compirà le sue valutazioni sulla base della mera lettura dei verbali delle prove già acquisite in primo grado, senza escuterle personalmente.

Accennando soltanto alla giurisprudenza della Corte EDU, questa ha riconosciuto che, alla luce del principio del giusto processo di cui all’art. 6 della Convenzione, il giudice d’appello non può compiere una valutazione completa circa la colpevolezza o l’innocenza dell’imputato[3], e a decidere correttamente su tali questioni, senza effettuare una valutazione diretta delle prove, salvo impossibilità sopravvenuta o finalità di protezione di diritti del testimone[4]. In altra occasione, la Corte ribadisce che il giudice d’appello non può, per motivi di equità del processo, prendere una decisione nel merito della colpevolezza senza valutare direttamente le testimonianze[5]. Una rivalutazione meramente cartolare delle prove dichiarative costituisce violazione del diritto dell’imputato al contraddittorio o, per lo meno, alla lealtà processuale: il contatto diretto è essenziale ai fini di una corretta valutazione di esse.

A tale soluzione si è conformata la successiva giurisprudenza della Corte di Cassazione, riconducendo l’obbligo di rinnovazione al principio dell’oltre ogni ragionevole dubbio: è difficile dire che non sussista alcun dubbio ragionevole laddove il giudice d’appello riformi in peius la sentenza di primo grado sulla base della mera rivalutazione cartolare di dichiarazioni. A titolo esemplificativo si può ricordare la sentenza n° 32798 del 2013[6], che cerca di meglio puntualizzare quando vi sia la necessità della riassunzione. Si ricorda che il giudice di appello che riformi totalmente la decisione di primo grado ha l’obbligo di delineare le linee portanti del proprio alternativo ragionamento probatorio e di confutare specificamente i più rilevanti argomenti della motivazione della prima sentenza, così dando conto delle ragioni d’incompletezza o incoerenza che ne giustificano la riforma, occorrendo una forza persuasiva superiore sì da escludere ogni ragionevole dubbio. In conseguenza di ciò, ritiene necessaria la rinnovazione dell’istruttoria in presenza di due presupposti:

  • la decisività della prova testimoniale;
  • la necessità di rivalutare l’attendibilità dei testimoni.

La Corte ritiene che si possa invece configurare un diritto del teste a non essere escusso di nuovo qualora l’escussione ulteriore risulti a priori superflua – cioè qualora le dichiarazioni del teste non presentino la necessità di chiarimenti o integrazioni, né sussistano in esse contraddittorietà/ambigultà da dirimere e il teste non sia un terzo rispetto alla vicenda, ma, la vittima di un reato che ne ha leso gravemente e violentemente la libertà personale (..) la cui completa e analitica rievocazione in sede processuale ne è pertanto a sua volta, oggettivamente, in certa misura lesiva. Successivamente, nel 2016, sono intervenute anche le Sezioni Unite con la sentenza Dasgupta[7], la quale oltre a ribadire l’obbligo da parte del giudice d’appello di riassumere le prove dichiarative decisive in vista di una reformatio in peius, statuisce che l’inosservanza di ciò integra di per sé un vizio di motivazione della sentenza di appello, ex art. 606, comma 1, lett. e), per mancato rispetto del canone di giudizio ‘al di là di ogni ragionevole dubbio’ di cui all’art. 533, comma 1, in conseguenza del quale la Corte di Cassazione deve annullare con rinvio la sentenza impugnata anche qualora il ricorrente abbia impugnato la sentenza di appello censurando la mancanza, la contraddittorietà o la manifesta illogicità della motivazione con riguardo alla valutazione di prove dichiarative ritenute decisive, pur senza fare specifico riferimento al principio contenuto nell’art. 6 della CEDU.

A completamento dell’evoluzione sommariamente ripercorsa, la sentenza delle Sezioni Unite del gennaio 2017[8] traspone la problematica all’appello proposto dall’accusa avverso la sentenza assolutoria pronunciata all’esito di un giudizio abbreviato. Il quesito di diritto è così sintetizzato dalla stessa Corte: se, nel caso di appello del pubblico ministero contro una sentenza di proscioglimento emessa all’esito del giudizio abbreviato per motivi attinenti alla valutazione della prova dichiarativa ritenuta decisiva, il giudice di appello che riforma la sentenza impugnata debba avere precedentemente assunto l’esame delle persone che hanno reso tali dichiarazioni. Il problema consisteva nella possibilità di trasporre i principi visti al giudizio abbreviato non condizionato, posto che gli apporti dichiarativi potrebbero essere assunti esclusivamente in sede di indagini preliminari, senza che vi sia stata assunzione diretta della prova nemmeno da parte del giudice di primo grado. Con riguardo al giudizio abbreviato condizionato all’acquisizione di una prova dichiarativa il problema non si pone, in quanto se la prova dichiarativa è stata escussa nel corso del dibattimento ci si dovrà attenere ai più generali principi enunciati in materia di rito ordinario, non potendosi ravvisare una divergenza tra le due situazioni.

Sulla problematica si contrapponevano due orientamenti:

  • secondo un primo orientamento, la previsione dell’art. 6 implica che il giudice d’appello, investito dell’impugnazione dell’accusa avverso una sentenza di assoluzione, anche se emessa in esito a giudizio abbreviato, non possa procedere ad una refromatio in peius senza rinnovazione dell’istruzione dibattimentale mediante l’esame diretto delle fonti di prova dichiarative. Questo orientamento è stato espresso, tra l’altro, dalla sentenza SS.UU. Dasgupta in un obiter dictum, ritenendo irrilevante che gli apporti dichiarativi siano stati tratti in primo grado solo da atti di indagine o da integrazioni probatorie. L’argomentazione in tal senso si basa sul fatto che il contatto diretto tra giudice e dichiarante è reso indispensabile non soltanto dall’interpretazione della CEDU fornita dalla Corte europea, ma anche dal fatto che costituisce l’unico strumento attraverso il quale superare ogni dubbio ragionevole.
  • Secondo altro orientamento, condiviso dalla sezione rimettente, nell’appello conseguente a giudizio abbreviato il giudice non è obbligato alla rinnovazione qualora gli apporti dichiarativi siano stati assunti nelle indagini, fermo restando il dovere di una motivazione rafforzata e la possibilità di optare discrezionalmente per l’audizione dei dichiaranti. Questo orientamento è stato in particolare sostenuto dalla richiamata sentenza della Terza Sezione della Cassazione n° 43242 del 2016, che ha ritenuto illogico obbligare il giudice di appello a ricondurre nei canoni propri di un giudizio dibattimentale il rito speciale attraverso un contatto diretto con la fonte della prova dichiarativa che il giudice di primo grado non ha avuto per espressa scelta dello stesso imputato: illogicità dovuta al fatto che nemmeno il giudice di primo grado ha assistito ad un esame diretto della prova. Secondo la Sezione si verrebbe a demolire l’impianto proprio del rito, persistendo una diminuzione sanzionatoria che non avrebbe più logica premiale. L’unico modo per vincolare il giudice all’esame diretto è quello di condizionare la richiesta del rito all’integrazione probatoria.

Le Sezioni Unite accolgono il primo indirizzo interpretativo, affermando il principio di diritto secondo cui è affetta da vizio di motivazione ex art. 606, comma 1, lett. e), cod. proc. pen., per mancato rispetto del canone di giudizio ‘al di là di ogni ragionevole dubbio’, di cui all’art. 533, comma 1, cod. proc. pen., la sentenza di appello che, su impugnazione del pubblico ministero, affermi la responsabilità dell’imputato, in riforma di una sentenza assolutoria emessa all’esito di un giudizio abbreviato, operando una diversa valutazione di prove dichiarative ritenute decisive, senza che nel giudizio di appello si sia proceduto all’esame delle persone che abbiano reso tali dichiarazioni.

A sostegno della propria decisione, la Suprema Corte richiama il “principio di civiltà” dell’oltre ogni ragionevole dubbio per affermare la colpevolezza dell’imputato, evidenziando come la riforma in appello debba trovare fondamento in argomenti dirimenti e tali da evidenziare oggettive carenze od insufficienze della decisione assolutoria, non residuando alcun dubbio ragionevole. Occorre pertanto una forza persuasiva superiore, perché mentre la condanna esige la certezza della colpevolezza, ai fini di una sentenza di proscioglimento è sufficiente la mera non certezza della colpevolezza. Si ravvisa uno stretto collegamento di tale principio con le garanzie della difesa richieste dalla Costituzione stessa: presunzione di non colpevolezza, rischio della mancata prova a scapito dell’accusa, obbligo di motivazione dei provvedimenti giurisdizionali.  

A fronte dell’obiezione secondo cui nemmeno in primo grado, trattandosi di giudizio abbreviato semplice, il giudice ha potuto valutare di persona la prova, la Corte avverte come il riferimento alla simmetria tra giudizio di primo grado e di secondo grado, pur utilizzato dalla sentenza Dasgupta, valga come elemento atto a rafforzare la deducibilità della regola della rinnovazione solo con riferimento al giudizio ordinario. Al contrario, in un’ottica generale non limitata al rito ordinario, ritiene che l’assoluzione pronunciata dal giudice di primo grado travalichi ogni pretesa di simmetria, non potendo far retrocedere l’esigenza di giustificare in modo probante la reformatio, attraverso il metodo di assunzione della prova considerato più affidabile: ossia il metodo dell’oralità, dell’esame diretto del dichiarante. La mera rivalutazione cartolare delle dichiarazioni non è idonea a travolgere il dubbio ragionevole derivante dalla sussistenza di decisioni contrastanti, per di più in presenza di una sentenza di primo grado che, attraverso una decisione liberatoria, ha rafforzato ancor di più la presunzione di innocenza, confliggendo pertanto con la previsione dell’art. 27, secondo comma, della Costituzione.

Ecco che l’imperativo della motivazione rafforzata è destinato ad operare in tutta la sua ampiezza attraverso l’effettuazione obbligatoria di una istruttoria – quantunque non espletata nel giudizio di primo grado – e con l’assunzione per la prima volta in appello di una prova dichiarativa decisiva. Da un lato, non si può affermare il contrario sulla base di una presunta superiorità del giudice d’appello, in quanto non ha una autorevolezza maggiore ma soltanto una funzione diversa. Dall’altro, l’opzione dell’imputato ad un giudizio allo stato degli atti non può prevalere sull’esigenza di riassumere le prove decisive attraverso il metodo epistemologicamente più appagante, quello orale ed immediato, che caratterizza la formazione della prova nel modello accusatorio. Necessità, per di più, ora imposta dalla costituzionalizzazione del canone del giusto processo, che non ammette un appello come luogo di mera valutazione critica rispetto agli approdi del giudizio di primo grado, seppur in forma di giudizio abbreviato. Ciò con la precisazione che la conclusione cui si è giunti vale solo allorché si possa effettivamente parlare di valutazioni del significato della prova dichiarativa, non quando la dichiarazione sia stata travisata, emergendo un errore revocatorio: in tal caso non è richiesta alcuna nuova audizione del dichiarante.

Di questa giurisprudenza ormai consolidata sembra voler prendere atto, finalmente, il legislatore. Infatti, il disegno di legge Orlando[9], attualmente all’esame della Camera, prevede, tra le altre, la seguente disposizione “Dopo il comma 3 dell’articolo 603 del codice di procedura penale è inserito il seguente: «3-bis. Nel caso di appello del pubblico ministero contro una sentenza di proscioglimento per motivi attinenti alla valutazione della prova dichiarativa, il giudice dispone la rinnovazione dell’istruzione dibattimentale»”. Si tratta di una norma generale, applicabile a tutte le diverse tipologie di rito, ai sensi della quale in caso di appello del pubblico ministero che adduca, tra le censure, l’erronea valutazione di una prova dichiarativa, il giudice deve rinnovare l’istruzione probatoria. Occorrerà verificare se il provvedimento in questione sarà approvato alla luce dell’incerta situazione politica di fine legislatura, dal momento che pare prendere sempre più corpo l’ipotesi di elezioni anticipate.

ANDREA CIANCIO

Bibliografia:

Metello Scaparone, Procedura Penale – Vol. II, IV edizione, 2015, Giappichelli Editore

Salvatore Tesoriero, La rinnovazione della prova dichiarativa in appello alla luce della CEDU, 23 luglio 2014, in Diritto penale Contemporaneo, n° 3-4 della Rivista Trimestrale, reperibile su www.penalecontemporaneo.it

Note:

[1] Corte di Cassazione, Sezioni Unite, sentenza 19 gennaio 2017, n° 18620; reperibile su www.cortedicassazione.it, in “SentenzeWeb”.

[2] Corte EDU in seguito.

[3] In corsivo le citazioni di passaggi delle sentenze richiamate.

[4] Corte EDU 5 luglio 2011, Dan c. Moldavia; reperibile su www.magistraturademocratica.it

[5] Corte EDU 5 marzo 2013, Manolachi c. Romania; reperibile su http://hudoc.echr.coe.int

[6] Corte di Cassazione, Sezione III, sentenza 5 giugno 2013, n° 32798;  reperibile su www.cortedicassazione.it, in “SentenzeWeb”.

[7] Corte di Cassazione, Sezioni Unite, sentenza 28 aprile 2016, n° 27620; reperibile su www.cortedicassazione.it, in “SentenzeWeb”.

[8] SS.UU. 19 gennaio 2017, cit.

[9] Disegno di legge, atto Camera dei Deputati n°  4368, reperibile su www.senato.it

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