L’inammissibilità dell’appello per genericità dei motivi: la soluzione delle Sezioni Unite

Corte di Cassazione
La questione della genericità dei motivi d’appello e della conseguente inammissibilità dell’atto è al vaglio della Corte di Cassazione fin dagli anni ’90.

Il 22 febbraio 2017, con la sentenza n. 8825, le Sezioni Unite hanno finalmente chiarito quali sono le corrette modalità con cui articolare le doglianze in secondo grado, muovendo dal quesito “se, e a quali condizioni e limiti, il difetto di specificità dei motivi di appello comporti l’inammissibilità dell’impugnazione“.

 

Il 18 gennaio 2012, il Tribunale di Parma condannava l’imputato per tentato furto pluriaggravato di un telefono cellulare.

Il difensore impugnava la Sentenza e la Corte d’Appello di Bologna dichiarava l’appello inammissibile, rilevando che i motivi proposti consistevano nella mera richiesta di riduzione della pena in quanto “eccessiva” e risultavano deficitari da un punto di vista oggettivo, poiché totalmente acritici rispetto alle argomentazioni proposte dal Tribunale, né citate né riesaminate.

Il difensore ricorreva per Cassazione, sostenendo che un’esposizione maggiormente specifica delle sue argomentazioni non sarebbe stata necessaria.

 

La Corte di Cassazione, data la sussistenza di vari indirizzi interpretativi e giurisprudenziali in tema di specificità dei motivi di appello e di poteri di declaratoria di inammissibilità delle impugnazioni, decideva di sottoporre la questione al vaglio delle Sezioni Unite.

 

La Suprema Corte ha ritenuto di distinguere le questioni di fatto (si rende necessario esporre con precisione le circostanze fattuali poste a sostegno delle richieste, indicandone rilevanza e collegamento logico rispetto alle conclusioni proprie della sentenza impugnata) le questioni di diritto (ove la specificità assume minor rilevanza) e le questioni concernenti il trattamento sanzionatorio e le circostanze, che implicano necessariamente un ancoraggio alla situazione di fatto, non potendo quindi ritenersi sufficiente il mero richiamo agli elementi previsti dall’art. 133 c.p.

 

Principio fondamentale richiamato dalla Suprema Corte è il legame logico: in sede di appello deve necessariamente esistere una correlazione tra le argomentazioni svolte nei motivi di impugnazione e quelle poste alla base della sentenza di primo grado.

L’appello deve contenere una critica nei confronti di quanto impugnato, senza necessariamente evidenziare profili di illogicità o contraddittorietà della motivazione, ma senza neppure risultare completamente “slegato” dal decisum del Tribunale.

 

L’atto di appello, dal punto di vista formale, deve indicare il provvedimento, l’autorità emittente, i capi e i punti della decisione cui si riferisce. Deve altresì segnalare le richieste e i motivi, con specificità delle ragioni di diritto e di fatto che li sostengono, al fine di delimitare con precisione l’oggetto dell’impugnazione e segnarne i confini.

 

La Corte, proponendo un parallelismo tra appello e ricorso per Cassazione, esamina i principali motivi di inammissibilità propri dei due istituti.

 

Così come il ricorso per Cassazione è dichiarato inammissibile se “fondato su motivi che si risolvono nella pedissequa reiterazione di quelli già dedotti in appello e puntualmente disattesi dalla corte di merito, dovendosi gli stessi considerare non specifici ma soltanto apparenti, in quanto omettono di assolvere la tipica funzione di una critica argomentata avverso la sentenza oggetto di ricorso” (Cass., Sez. VI, 11 marzo 2009, n. 20377), anche in sede di appello non è sufficiente, ai fini della valutazione di ammissibilità, che ai motivi vengano aggiunte “frasi incidentali di censura alla sentenza impugnata meramente assertive ed apodittiche, laddove difettino di una critica argomentata avverso il provvedimento ‘attaccato’ e l’indicazione delle ragioni della loro decisività rispetto al percorso logico seguito dal giudice di merito” (Cass., Sez. VI, 21 gennaio 2013, n. 8700).

 

Secondo un primo orientamento, l’inammissibilità dell’impugnazione è essenzialmente volta ad evitare la strumentalizzazione del secondo grado di giudizio, spesso utilizzato in modo pretestuoso e “dilatorio”.

In ogni caso, l’atto va valutato nel suo complesso e non troppo severamente, in applicazione del principio del favor impugnationis, tenendo conto della sua “idoneità a dare impulso al successivo grado di giudizio”.

Tramite i motivi di appello, inoltre, si possono anche riproporre questioni, di fatto e di diritto, già affrontate dal giudice di primo grado, sempre tenendo conto della motivazione della sentenza impugnata.

L’inammissibilità non può derivare dal fatto che le censure riproposte con i motivi di appello siano già state esaminate dal Giudice di prime cure.

Al secondo Giudice, infatti, è imposta la rivisitazione dei capi e dei punti impugnati.

Ne deriva che, se l’appello proposto permette una certa individuazione degli elementi dell’atto di impugnazione, deve ritenersi pienamente ammissibile.

 

Una posizione intermedia ritiene che la riproposizione, nell’atto di impugnazione, di questioni già esaminate e disattese nella sentenza impugnata non sia causa di inammissibilità, dal momento che intrinsecamente il giudizio di appello ha per contenuto il riesame integrale del punto posto al suo vaglio; inammissibilità che invece sussiste nel ricorso per Cassazione, ove la censura deve necessariamente e tassativamente colpire uno dei vizi della motivazione indicati alla lett. e) dell’art. 606 c.p.p.

 

Il carattere peculiare del giudizio di appello è proprio quello di avere ad oggetto la ripresentazione delle questioni già prospettate ed eventualmente non considerate o rigettate in primo grado ed una nuova valutazione degli elementi probatori acquisiti in tale sede, dal momento che si verte in un caso di impugnazione sul merito.

 

Il terzo indirizzo equipara sostanzialmente l’appello e la Cassazione: sono generici i motivi non attinenti alla regola giuridica sottesa alla decisione, così come quelli che non confutano specificatamente la sentenza impugnata ma risultano vaghi e strumentali.

 

Le Sezioni Unite hanno ritenuto di conformarsi a tale ultimo orientamento, con l’unica differenza che l’appello costituisce un’impugnazione “a critica libera”, non essendo tipizzate dal legislatore le categorie dei motivi di censura che possono essere formulati, attribuendo al giudice di secondo grado la cognizione del procedimento “limitatamente ai punti della decisione ai quali si riferiscono i motivi proposti”, mentre il ricorso per Cassazione è “a critica vincolata”, essendo tassativamente ancorato all’art. 606 c.p.p.

 

Ne deriva che devono essere ritenuti inammissibili gli appelli fondati su considerazioni di per sé generiche o astratte, non pertinenti al caso concreto e non intrinsecamente specifiche, ossia correlate alle ragioni di fatto o di diritto poste a fondamento della sentenza impugnata.

 

La Suprema Corte, poi, inserendo la questione in un ambito europeo, spiega come il legislatore possa stabilire “requisiti formali, anche rigorosi, per l’ammissibilità dell’impugnazione, a condizione che questi rispettino il principio di proporzionalità e non siano tali da vanificare il diritto a una pronuncia di merito attraverso l’imposizione di eccessivi formalismi; siano chiari e prevedibili; non impongano eccessivi oneri alla parte impugnante per l’esercizio del diritto di difesa”.

 

Nell’ordinamento interno, il combinato disposto degli artt. 581, comma 1, lettera c), 591, comma 1, lettera c), e 597, comma 1, c.p.p. delinea un sistema caratterizzato da una prima fase di delibazione di ammissibilità, che ha per oggetto tutte le verifiche richieste dal primo comma dell’art. 591 e da una seconda fase, successiva ed eventuale, di valutazione del merito.

La specificità dei motivi di impugnazione e, quindi, la loro conseguente legittimità, a dire della Corte, serve sia a circoscrivere l’ambito dei poteri del Giudice che ad evitare le iniziative dilatorie che rallentano il sistema decisionale e pregiudicano il corretto utilizzo delle risorse giudiziarie.

 

Tale ultima affermazione riguarda specialmente l’attuazione di principi espressi dall’ultima riforma recante “Modifiche al codice penale, al codice di procedura penale e all’ordinamento penitenziario”, diretta alla razionalizzazione, deflazione ed efficacia delle procedure impugnatorie.

 

La Corte conclude enunciando il seguente principio di diritto: “l’appello (al pari del ricorso per Cassazione) è inammissibile per difetto di specificità dei motivi quando non risultano esplicitamente enunciati e argomentati i rilievi critici rispetto alle ragioni di fatto o di diritto poste a fondamento della sentenza impugnata“.

 

 

Bibliografia:

 

  • , Sez. Un., 27 ottobre 2016 (dep. 22 febbraio 2017), n. 8825.
  • Inammissibilità dell’appello per genericità dei motivi: le Sezioni Unite tra l’ovvio e il rivoluzionario, Hervè Belluta, Diritto penale Contemporaneo.