Il revirement della S.C. sull’interpretazione del requisito dei “mezzi adeguati” per il riconoscimento del diritto all’assegno divorzile

Senza titolo, foto di bswise, licenza CC BY-NC-ND 2.0, flickr.com
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(Nota a Cassazione civile, sez. I, 10 maggio 2017,  n. 11504)

FATTI DI CAUSA

In una causa per la dichiarazione di scioglimento del matrimonio contratto nel 1993, il Tribunale di Milano ha respinto la domanda di assegno divorzile proposta dalla moglie. Il giudice di secondo grado ha ribadito quanto deciso in precedenza, rigettando l’appello della moglie. Quest’ultima si è pertanto trovata obbligata ad adire la Suprema Corte per ottenere accoglimento alle proprie ragioni.

MOTIVI DI RICORSO

Con due motivi, la ricorrente denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 5, comma 6, l. 898/1970 da parte dei giudici di merito, per avere negato il diritto all’assegno di divorzio basandosi sul fatto che il marito non avesse mezzi adeguati per conservare il tenore di vita matrimoniale e non sul fatto che la moglie (richiedente) li avesse.

I motivi risultano infondati.

NORME E ORIENTAMENTI GIURISPRUDENZIALI

La causa attiene alla c.d. solidarietà post-coniugale, che si manifesta sia al momento della separazione (quando l’assegno previsto è tra persone che sono ancora coniugi) che al momento del divorzio (quando l’assegno costituisce il riflesso patrimoniale di uno status estinto).

Lo scopo dell’assegno di separazione è quello assistenziale di ovviare alle diminuzioni patrimoniali legate alla modificazione dello status coniugale e dovute principalmente alla necessità di costituire due nuclei famigliari, ecc. I presupposti richiesti dall’art. 156 c.c. sono tre: 1) mancanza di addebito in capo al coniuge richiedente; 2) disparità di condizioni economiche tra coniugi; 3) mancanza di redditi che consentano al richiedente di mantenere il tenore di vita goduto durante il matrimonio.

Lo scopo dell’assegno di divorzio è quello assistenziale di tutelare la situazione economica del coniuge “debole”, deterioratasi in seguito alla estinzione dello status coniugale. Non ha, l’assegno divorzile, uno scopo risarcitorio (irriferibilità alle ragioni che hanno determinato la scissione della coppia) o compensativo (non si valorizza, nel determinare il diritto all’assegno, il contributo offerto dal coniuge richiedente al patrimonio comune in costanza di matrimonio).

L’art. 5, l. div., sull’assegno di divorzio, prevede due differenze rispetto all’art. 156 c.c.:

  • La “mancanza di adeguati redditi propri” diventa “mancanza di mezzi adeguati”, andandosi a considerare, nella seconda formulazione maggiormente comprensiva, non solo redditi da lavoro, ma anche qualsiasi altro reddito (patrimonio o capitale);
  • Nuovo presupposto della “impossibilità per ragioni oggettive” di procurarsi i mezzi adeguati, ossia impossibilità di svolgere attività retribuita confacente alle attitudini e alla condizione sociale dei coniugi (non un “lavoro qualsiasi”).

I requisiti per il riconoscimento del diritto devono essere provati dal coniuge richiedente.

Il dibattito giurisprudenziale pregnante si ha sulla definizione del concetto di “mezzo adeguato”, che deve mancare (unitamente alla presenza delle altre condizioni) per determinare il diritto all’assegno di divorzio. È questa la determinazione dell’an del diritto all’assegno; la determinazione del quantum attiene ad un secondo ordine di valutazioni, in cui il giudice può tenere conto di molteplici fattori che fanno rientrare dalla finestra la funzione risarcitoria e, soprattutto, la funzione compensativa dell’assegno.

Le Sezioni Unite, con la sentenza n. 11490 del 29 novembre 1990, hanno cercato di comporre il dibattito tra coloro che assimilano l’adeguatezza al condurre “un’esistenza autonoma e dignitosa” oppure al conservare “un tenore di vita simile a quello goduto in costanza di matrimonio”. Le S.U., affermata la natura assistenziale dell’assegno, vedono nel tenore di vita matrimoniale il parametro per la valutazione dell’adeguatezza.

RAGIONAMENTO DELLA CORTE

Rispetto al precedente approdo delle Sezioni Unite, la sentenza in epigrafe della Sezione I civile compie un revirement inaspettato a distanza di trent’anni.

Osservano i giudici di legittimità che nel giudizio bifasico per la determinazione dell’assegno di divorzio, la qualificazione della dazione come legittima manifestazione della solidarietà economica post-matrimoniale (e non come “illegittima locupletazione fondata sulla mera preesistenza di un rapporto matrimoniale estinto”) rileva nella prima fase di determinazione dell’an dell’assegno. Qui rileva l’interpretazione (della mancanza) di “mezzi adeguati”.

L’orientamento precedente non è più attuale per sei diverse osservazioni critiche:

  1. Il divorzio consiste nell’estinzione del rapporto coniugale, sia da un punto di vista personale che da un punto di vista economico-patrimoniale. Subordinare la dazione di un assegno assistenziale al tenore di vita raggiunto in costanza di matrimonio collide con la ratio dell’istituto.
  2. Il legislatore del 1987 ha informato la disciplina alla c.d. “autoresponsabilità” economica degli ex-coniugi.
  3. La considerazione del preesistente rapporto matrimoniale nella dimensione economica e patrimoniale è prevista come necessaria solo in riferimento alla determinazione del quantum debeatur (“il tribunale, tenuto conto delle condizioni dei coniugi, delle ragioni della decisione, del contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune, del reddito di entrambi (…)”).
  4. Il riferimento al tenore di vita induce alla promiscuità tra fase di determinazione dell’ an debeatur e di determinazione del quantum debeatur.
  5. Rispetto al 1990, si è attenuata di molto la concezione del rapporto matrimoniale basata sulla tradizione (per cui uno dei coniugi – spesso il marito – mantiene economicamente l’altro – spesso la moglie – per la quale il matrimonio consiste in una “sistemazione”) e non è più pregnante l’esigenza di ricorrere ad una interpretazione meno traumatica. La giurisprudenza della S.C. va in tal senso quando, ad esempio, prevede la decadenza dal diritto all’assegno per il beneficiario che si sposa o si unisce civilmente oppure che costituisce una coppia di fatto.
  6. Il dato normativo depone oggi a favore della tesi che a rilevare siano le condizioni economiche di entrambi i coniugi, non solo del coniuge pagante (come avveniva un tempo, quando era incontestabile come l’adeguatezza dei mezzi si riferisse alle condizioni del soggetto pagante, piuttosto che alle necessità del soggetto beneficiario).

Data la criticità dell’esclusivo riferimento al parametro del “tenore di vita”, quale parametro può essere utilizzato? La risposta è quella dell’”indipendenza economica”, in analogia con l’art. 337-septies c.c.(recante disposizioni in favore dei figli maggiorenni a prescindere dalla stato della coppia genitoriale), per cui “il giudice, valutate le circostanze, può disporre in favore dei figli maggiorenni non indipendenti economicamente il pagamento di un assegno periodico”.

L’analogia legis è qui ammessa per la definizione del concetto di adeguatezza dei mezzi, data la assenza di ulteriori precisazioni nell’art. 5 l. div. e per la similarità dei rapporti; così come il figlio perde il diritto al mantenimento incondizionato con il raggiungimento della maggiore età, così anche l’ex coniuge perde il diritto al mantenimento incondizionato con l’estinzione del rapporto di coniugio; la ratio dell’art. 337-septies è ispirata al principio dell’autoresponsabilità del figlio maggiorenne, e vale, citando i giudici, certamente anche per il divorzio, in quanto questo segue normalmente la separazione personale ed è frutto di scelte definitive che ineriscono alla dimensione della libertà della persona ed implicano per ciò stesso l’accettazione da parte di ciascuno degli ex coniugi delle relative conseguenze anche economiche.

Secondo la Corte, il requisito negativo della indipendenza economica va provato dal coniuge richiedente e solo in riferimento alla propria condizione (attenzione: non rileva in fase di determinazione dell’an debeatur la condizione del coniuge pagante). Questa deve essere accertata mediante la valutazione di: possesso di redditi di qualsiasi specie; possesso di cespiti patrimoniali (tenuto conto dei relativi oneri); capacità e possibilità effettive di lavoro in relazione alle condizioni di salute, età, sesso, ecc.; stabile disponibilità di una casa di abitazione.

BIBLIOGRAFIA

  • Cassazione civile, sez. I, 10 maggio 2017,  n. 11504
  • Cassazione, sez. un., 29 novembre 1990, n. 11490
  • G. Ferrando, Diritto di famiglia – seconda edizione, Zanichelli, Bologna, 2015, pp. 221 e seg.

SIMONE BASSO