Gli effetti collaterali del web: come risolvere il problema delle Fake News?

"Fake News" by Marco Verch, license CC BY 2.0
“Fake News” by Marco Verch, license CC BY 2.0

Abstract:

Il diffondersi del fenomeno delle fake news ha indotto molti Paesi a pronunciarsi contro ogni forma di disinformazione sul web, auspicando ad un’attiva collaborazione dei provider in azioni volte al loro bloccaggio. La Germania si fa capofila nella lotta contro le fake news: un disegno di legge apposito è in discussione al Bundestag. Il testo, in sé problematico e fortemente criticato, evidenzia alcune generali difficoltà di ordine filosofico-giuridico riguardanti la regolamentazione del web.

 

Macedonia: alla vigilia delle presidenziali americane, alcuni giovani di Veles creano centinaia di siti web, il cui domain name suona autenticamente americano, diffondendo notizie false relative alle elezioni tramite Google e i social media, in primis Facebook. Obiettivo: il guadagno.

Il meccanismo risulta nel complesso di facile comprensione. Viene creata una notizia falsa, confezionata in maniera da renderla appetibile e credibile, quasi si trattasse di uno scoop, in grado di attirare milioni di utenti. Lo step successivo sarà immetterla nel web e lasciare che i social ne siano la cassa di risonanza. Maggiore il numero di visualizzazioni, maggiore la visibilità, maggiore il ritorno economico offerto dagli inserzionisti, che sfruttano la notorietà della notizia per pubblicizzarsi.

Quelle che ora definiamo fake news non sono recenti come si può legittimamente pensare. Esistenti fin dal XVI secolo, costituivano già all’epoca un valevole strumento per aumentare esponenzialmente il numero di lettori delle testate giornalistiche, tramite storie accattivanti e al limite del surreale. Il fenomeno era tuttavia arginato dalla necessità delle redazioni cartacee di mantenere una buona reputazione per non perdere credito sul mercato. Questo limite non sussiste sul web per le centinaia di notizie che possono essere agevolmente diffuse da contatti e siti altrettanto fake.

Attualmente risulta sempre più alto il numero di persone che si informano tramite il web e la facilità di circolazione delle fake news induce a non dare per scontata la capacità di verificare la veridicità di una notizia o la certezza della fonte. Dunque, ad arginare tale fenomeno, non bastano affatto le dichiarazioni dei singoli social network. Se si vuole contenere il diffondersi delle fake news, serve una risposta più incisiva.

Si prospettano di conseguenza due strade. Se da un lato è fondamentale educare all’uso delle nuove tecnologie, in quanto la lettura critica dei contenuti che viaggiano tramite internet non può venir meno, dall’altro può essere lo stesso Stato a prendere provvedimenti contro le fake news e i pericoli in cui possono incappare gli utenti del web.

Quest’ultima è la soluzione accolta dal Ministero della Giustizia e della Protezione dei Consumatori della Repubblica Federale Tedesca. Il ministro Heiko Maas ha infatti presentato un disegno di legge contro l’incitamento all’odio e altri contenuti penalmente perseguibili presenti sui social network, con l’obiettivo di rendere conformi all’ordinamento tedesco i contenuti presenti sul web, combattendo contestualmente il fenomeno delle fake news. Il c.d. NetzDG (Netzwerkdurchsetzungsgesetz), approvato dal Governo, necessita ancora di un’approvazione parlamentare.

Si evidenziano alcuni passaggi della bozza di legge, fondamentali per la comprensione delle riflessioni che seguiranno. L’art. 1 NetzDG specifica a quali soggetti debbano applicarsi le disposizioni successive, ovvero alle piattaforme web che permettano la  pubblicazione, condivisione e lo scambio di contenuti. Sono esclusi tutti i social network con meno di 2 milioni di utenti su suolo tedesco: come viene spiegato nella presentazione della proposta, risulterebbe irragionevole onerare in tal modo i piccoli operatori, ponendoli altrimenti in posizione di svantaggio rispetto ai colossi della comunicazione internet, quali Facebook, Youtube e Twitter.

Gli oneri imposti consistono in due differenti azioni. La prima risulta nella redazione quadriennale di un report in lingua tedesca, il quale esplichi gli sforzi sostenuti dalla piattaforma nella cancellazione e nel bloccaggio, anche preventivo, di contenuti illeciti. Si ritengono illeciti ai fini della bozza in esame determinati contenuti che integrano reati nominati, tra cui diffamazione, ingiuria, reati sessuali, crimini contro lo Stato e l’ordine pubblico. La seconda misura consiste, invece, nella previsione di un apposito procedimento, documentato e semplificato, per la presentazione  ai social network di segnalazioni di contenuti manifestamente illeciti da parte degli utenti. Verificata la segnalazione, i provider risultano tenuti alla cancellazione o al bloccaggio del contenuto entro le 24 ore, salvo i casi di coinvolgimento dell’autorità giudiziaria.

Il mancato rispetto doloso o colposo di tali imposizioni può comportare, a seconda dell’infrazione, sanzioni fino a 500mila€ o fino a 5 milioni. Comminate dal Ministero della Giustizia, d’accordo con i Ministeri degli Interni, dell’Economia e delle Poste e Comunicazioni, possono essere oggetto di ricorso davanti all’autorità giudiziaria da parte del social network.

La proposta di legge è seguita da alcune riflessioni riguardanti il contenuto della bozza e le sue conseguenze economiche sugli operatori e sull’amministrazione interna. Lo scopo, si sottolinea, non è individuato soltanto nella protezione dell’individuo e nella tutela dei suoi diritti: viene in rilievo la stessa protezione dell’ordine costituzionaldemocratico tedesco. La bozza di legge, infatti, fa espressamente riferimento a determinate forme di reati che coinvolgono l’ordine pubblico e sociale, tra cui, a titolo d’esempio, il reato di istigazione delle masse.

Non sono tuttavia mancate critiche, fin dalla presentazione del disegno di legge, avvenuta all’inizio dell’anno solare. Si cercherà di ripercorrerle qui di seguito, evidenziando sin da ora che tali problematiche non sono legate al NetzDG in sé, ma a qualsiasi normativa che intenda regolare l’interazione sul web. Sorgono dunque tre ordini di problemi.

In primis, i provider, pur essendo gli unici a poter disporre dei contenuti presenti sulle piattaforme, non risultano in grado di condurre un giudizio sull’illegittimità del contenuto. Al contrario, attraverso il NetzDG si prevede una privatizzazione della giustizia: il giudizio sulla manifesta illiceità del contenuto non è deferito ad un’autorità giurisdizionale. Alla base di ogni normativa che regoli la diffusione di contenuti sul web vi è dunque la scelta del soggetto incaricato dell’accertamento dell’illiceità degli stessi, ponendo evidenti problemi di ordine pratico e di compatibilità con gli ordinamenti costituzionali. Una simile difficoltà era già stata affrontata, seppur in termini diversi, dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea, che nel caso Google Spain v. González rese Google arbitro unico nei contenziosi riguardanti il diritto all’oblio. Con ciò si sottolinea il rischio che le scelte sulle configurazioni dei valori sociali, etici o politici, siano fatte dai programmatori più che dagli individui e dalle istituzioni che eventualmente li rappresentano [1]. Con riferimento poi al NetzDG, la difficoltà del giudizio non è insita esclusivamente nella natura del soggetto a ciò deputato, ma nella stessa espressione di manifesta illiceità, che risulta essere una clausola generica e ambigua.

Un secondo punto critico riguarda la stessa cancellazione dei contenuti, la quale sortirebbe una compressione della libertà di manifestazione del pensiero. Se si considera ancora l’impossibilità di ricorso per gli utenti che vedono bloccati i propri contenuti, ne risulta un’implicita forma di censura tra privati. Le voci contrarie all’approvazione del NetzDG sottolineano come la Corte Costituzionale Federale Tedesca si muova in direzione opposta, accordando ampia protezione alla libertà di manifestazione del pensiero, ritenuta un diritto fondamentale per il pieno godimento dei diritti umani e lo sviluppo della persona. Al di là della critica di specie, il problema si pone per determinate forme di manifestazione del pensiero quale, ad esempio, la satira. Durante i mesi di campagna elettorale, si diffuse negli Stati Uniti l’hashtag NotTheOnion, per simboleggiare che la notizia, per quanto incredibile, non era stata diffusa dal celebre giornale satirico The Onion: eppure si trattava comunque di una notizia falsa. La distinzione tra satira e fake news si fa sul web incredibilmente sottile, portando con elevati gradi di probabilità ad un’involontaria censura nei confronti di forme di manifestazione del pensiero, la cui legittimità non dovrebbe essere oggetto di giudizio da parte di un privato quale il provider, ma dovrebbe essere suscettibile di accertamento in sede giudiziale. Prospettando un’azione quasi immediata del social, svanisce la pubblica comprensione del diritto in quanto la sua applicazione automatica elimina un utile interfaccia tra i termini della legge e la sua imposizione, con la conseguente scomparsa del momento di applicazione giudiziale della legge che la attua nel caso concreto e la dota di senso. [2]  

Da ultimo, i critici del NetzDG fanno emergere la sproporzione tra il fine prefisso e i mezzi con cui si intende raggiungerlo, ponendo quindi in discussione la stessa legittimità costituzionale del testo. Al di là del caso concreto, la generale previsione di così alte sanzioni per una violazione meramente formale della legge può portare a spiacevoli conseguenze. I provider, infatti, secondo un diffuso orientamento, forniscono esclusivamente uno strumento di interazione tra utenti, senza avere alcun legame sostanziale con i contenuti pubblicati. Dovessero tuttavia risultarne responsabili, uno dei rischi maggiori risultanti dall’imposizione di azioni in capo ai social network consisterebbe nel bloccaggio automatico di contenuti, senza la conduzione di effettive indagini caso per caso, nel timore di pesanti sanzioni pecuniarie in caso di un intervento non tempestivo (in questo caso, entro le 24 ore). Di contro, si ricorda come non sia qui prevista alcuna forma di tutela per gli utenti i cui contenuti sono oggetto di cancellazione o bloccaggio.

Il dibattito in materia è vivo e difficilmente il Bundestag potrà approvare il testo prima della pausa estiva. La questione è tutt’altro che irrilevante. Il 3 marzo 2017 viene infatti firmata una dichiarazione congiunta in materia a Vienna dal relatore speciale delle Nazioni Unite per la libertà di opinione e espressione, dal responsabile per la libertà dei media dell’OSCE e dai relatori speciale per la libertà di espressione dell’Organizzazione degli Stati americani e della Commissione africana per i diritti umani. Vi si sostiene che dovrebbe essere posta responsabilità in capo ai provider soltanto quando essi stessi operino sui contenuti o si rifiutino di adempiere ad un ordine impartito da un’autorità indipendente e imparziale. Tuttavia, come emerge dalla suddetta dichiarazione, la soluzione al problema non può essere rappresentata dalle azioni dei singoli provider: infatti, in caso di adozioni di misure che limitino la circolazione dei contenuti sul web, queste devono essere chiare e predeterminate, basate su criteri obiettivi e non ideologici.

Anche Facebook si schiera apertamente contro la linea inaugurata dal Ministro Maas, sottolineando da un lato la necessità che siano gli Stati ad addossarsi un tale onere di natura pubblica, senza dall’altro sottrarsi alle responsabilità che gli stessi provider hanno nei riguardi della diffusione dell’aberrante cultura ormai dominante in alcune parti del web. Lo steso fondatore Mark Zuckerberg ricorda che il social non è nato come arbiter of truth, evidenziando la difficoltà tecnica e filosofica in cui incappa chi spinge per la cancellazione di determinati contenuti dal web.

Resta dunque da chiedersi quali siano tali difficoltà filosofiche. Se sono stati finora evidenziati i problemi pratici relativi alla regolamentazione del web, ci sia concessa ora una breve riflessione teorica. Può lo Stato dire cosa è vero e cosa è falso? La domanda risulta volutamente provocatoria, ma richiama alla mente il concetto Kantiano di paternalismo.

Il filosofo, nell’opera Contro Hobbes, espone la propria concezione del contratto sociale, da cui nasce lo Stato, e dei conseguenti doveri e limiti di quest’ultimo: poiché ora ogni limitazione della libertà mediante l’arbitrio di un altro è coazione, ne segue che la costituzione civile è un rapporto di uomini liberi che (fatta salva la loro libertà nel tutto della loro unione con gli altri) vivono però sotto leggi coattive: la ragione stessa così vuole, e precisamente la ragione pura, legislatrice a priori, che non ha riguardo a scopi empirici di sorta (i quali tutti sono classificati sotto il nome di felicità). Nei riguardi di tali scopi infatti, poiché ognuno li ripone in ciò che vuole, gli uomini la pensano in maniere diversissime, cosicché la loro volontà non può ricordarsi ad alcun principio comune e quindi neppure ad alcuna legge esterna che si concili con la libertà di ciascuno [3]. Non esiste dunque un concetto di benessere e felicità che non dipenda dal singolo essere umano e che possa dunque essere legittimamente perseguito dallo Stato. Al contrario, questo deve garantire l’esercizio delle libertà del singolo nell’incontro delle libertà di tutti, mettendo d’accordo bisogni e desideri di ogni genere. Non è compito dello Stato insegnare all’individuo cosa è giusto o sbagliato: agli occhi di Kant ciò costituisce una delle peggiori forme di dispotismo. E’ l’uomo libero a dover perseguire i suoi scopi di sorta attraverso l’uso critico della ragione.

La riflessione ci riconduce dunque agli inizi della trattazione, in cui si prospettavano due strade per contrastare la diffusione di fake news: da un lato un intervento legislativo, dall’altro un uso critico (da leggere ora in senso kantiano) dei social media. Si tratta di ricollegare ogni volta le innumerevoli notizie sparse per la rete: ciò spesso richiede delle competenze analitiche che sul web sembrano mancare. In un mondo in cui i canali d’informazione si rinnovano e cambiano continuamente, bisogna rieducare alla lettura critica e informata, salvaguardando per quanto possibile il pluralismo informativo.

 

                                                                                             CHIARA CASTALDO

 

Note:

[1] U. Pagallo, Il Diritto nell’Età dell’Informazione, Giappichelli 2014, pp.150

[2] U. Pagallo, Il Diritto nell’Età dell’Informazione, Giappichelli 2014, pp.151

[3] Kant, Contro Hobbes, ed. 1978, pp.60

 

Bibliografia:

     U. Pagallo, Il Diritto nell’Età dell’Informazione, Giappichelli 2014

     https://www.bmjv.de/SharedDocs/Gesetzgebungsverfahren/Dokumente/RegE_NetzDG.pdf?__blob=publicationFile&v=2 Netzwerkdurchsetzunggesetz (testo)

     www.lto.de

     https://www.bundesregierung.de/Webs/Breg/DE/Bundesregierung/Bundesministerien/BMJ/_node.html Bundesministerium für Justiz und Verbraucherschutz

     https://www.law-democracy.org/live/wp-content/uploads/2017/03/mandates.decl_.2017.fake-news.pdf  Joint Declaration on Freedom of Expression and “Fake News”, Disinformation and Propaganda.