Può il DNA mandare all’ergastolo? Il caso Bossetti

Palazzo di Giustizia (Palace of Justice), Piazza Cavour, Rome, Lazio

Oggi vorrei proporre una riflessione sul ruolo della prova scientifica nella motivazione di una condanna, in particolare della prova del DNA. Chi scrive non è certamente appiattito su posizioni luddiste: la scienza è una risorsa in ogni ambito, ivi compreso quello in cui lo Stato esercita il massimo potere coercitivo a danno, sperabilmente giustificato, di un consociato. All’origine del lavoro vi è un principio: il diritto del colpevole di essere condannato sulla base di motivazioni solide. Soprattutto quando si discorra di ergastolo.

Trovo imprescindibile interrogarsi su quelle tecniche che, proprio per la loro raffinatezza, introducono nel processo penale una mole di dati tra cui, anche per coloro che posseggono tale sapere, risulta difficile raccapezzarsi. Senza pretesa di scientificità, il presente articolo vuol essere un’analisi critica concernente un ambito che, per la delicatezza degli interessi coinvolti, non può prescindere dall’indagine per così dire tradizionale sull’agire umano, nella duplice prospettiva dell’economicità dell’investigazione e dell’attitudine a far emergere la prova provata.

Il processo Bossetti, proprio in questi giorni agli atti preliminari al dibattimento d’appello, non ha mancato di far parlare di sé per essere pervenuto a una condanna all’ergastolo, in virtù di una “prova regina” basata sul rilievo di un’infinitesima quantità di DNA trovata sul corpo della piccola vittima – Yara Gambirasio. Le indagini sull’omicidio di Yara, scomparsa il 26 novembre 2010 a Brembate di Sopra, il cui corpo fu ritrovato in un campo (a poca distanza dal luogo in cui la ragazzina fu vista l’ultima volta) il 26 febbraio 2011, hanno portato, circa quattro anni dopo il fatto, a individuare il possibile assassino.

La svolta nelle indagini data il 16 giugno 2014 quando venne fermato Massimo Bossetti, Ignoto 1, ossia colui il cui DNA combacia con una traccia, tra le decine di altre appartenenti a persone agevolmente identificate, peraltro esigua nella quantità, rinvenuta sulle mutande della piccola. Furono diffusi alcuni numeri relativi all’ampiezza del lavoro dei RIS e della procura bergamasca, da cui risultano centinaia, migliaia di test del DNA condotti su persone che, volontariamente, avevano offerto propri campioni biologici onde permettere di risalire a Ignoto 1.   

Non ci si sbilancia a quantificare monetariamente il costo di un’investigazione così estesa, ma certamente fiumi di denaro pubblico hanno servito la causa della procura di Bergamo. Da qui il primo interrogativo, meno cinico di quanto all’impatto possa sembrare, se sia giustificabile qualsiasi sforzo, ogni costo, per trovare un assassino. Beninteso, l’obbligatorietà dell’azione penale impone che i reati, viepiù quelli di maggior gravità, siano perseguiti al fine di ascrivere, auspicabilmente, la penale responsabilità.

Tuttavia, occorre differenziare: impiegare ogni risorsa per la libertà di una persona rapita, della quale il corpo non sia la pietosa testimonianza dell’assassinio, è un imperativo categorico dello Stato; la risolutezza della magistratura inquirente nell’assicurare alla giustizia un omicida è un (il) dovere verso la società; il raggiungimento di un esito incerto avendo speso una fiumana di denaro pubblico e, tragicamente, la distruzione della vita non solo dell’imputato, Bossetti, bensì di un’intera famiglia sono molto più di mere esternalità negative.

Il sostituto procuratore che ha condotto le indagini e ha rappresentato il pubblico ministero nel dibattimento di primo grado ha focalizzato l’attenzione della corte d’assise sulla prova del DNA. Non importa che non sia stato possibile replicare, come sarebbe richiesto dalle procedure, l’estrazione dello stesso alla presenza di esperti della difesa. Non importa che l’impianto probatorio consti di un dato forse irrefutabile, quello che il materiale genetico appartiene effettivamente al Bossetti, e di una serie di elementi indiziari, taluni dei quali con l’acre sapore dell’illazione.

Il crisma di sacralità della prova del DNA, sempre accettando per dato la correttezza del procedimento tecnico utilizzato nel caso in parola, sussiste fintanto che l’evidenza sia: la piccola frazione di materiale biologico (sangue), effettivamente, appartiene a Bossetti. Basta questo per mandare all’ergastolo un padre di famiglia, senza precedenti penali, le cui gravi colpe, sempreché non sia l’omicida, consistono nell’aver raccontato bufale a colleghi, tali da aggiudicargli l’appellativo “il Favola”? O l’aver fruito con la moglie di materiale pornografico?

Sia chiaro, non professo l’innocenza dell’uomo, che con quanto ha subito, anche dal punto di vista mediatico, spero sia colpevole.

Nelle motivazioni della condanna si legge della malvagità dell’imputato, il quale, spinto dal movente sessuale, non avrebbe avuto pietà della piccina. L’esame autoptico non ha individuato elementi che attestino violenza sessuale. E ciò è pacifico. Allora, il piacere che prova il Bossetti per le ragazzine viene a essere irrefutabilmente provato da alcune ricerche equivoche su Google, non molte, fatte dallo stesso. Nemmeno a dirlo, l’assunto è avvalorato dall’ammissione che in alcune serate i coniugi Bossetti si sollazzavano consumando pornografia.  

L’agire criminale, specialmente quando sfoci in azioni efferate, scaturisce da pulsioni profonde. Questo comporta che l’investigatore, lungi dall’usare massicciamente strumenti tecnici sofisticati, si cali nella mente di colui che ha compiuto il reato. Deve cimentarsi nei panni dell’agente, impadronirsi del modus operandi, anticiparne le mosse: capendo il colpevole riuscirà a dargli un volto e a dimostrare che ha commesso il fatto.

La sterile prova del DNA, nel caso in parola, è priva di vis persuasiva. Se dà una certezza essa è: c’è stato qualche contatto diretto o indiretto del soggetto con la vittima. L’incertezza si estende anche al tipo di contatto: basti pensare che, lavorando su tracce infinitesime, non si è neppure in grado di dimostrare se vi è stato un contatto fisico tra due persone, oppure se, per esempio, quel materiale si sia trasferito sfiorando oggetti su cui esso era depositato: addirittura non si può escludere che la persona che ha DNA altrui addosso non conosca colui cui appartiene il DNA.

Se solo pensiamo a quanti DNA sono sulle nostre mani – anche adesso, scrivendo con la tastiera di un computer condiviso –, sul nostro corpo, al fatto che non abbiamo cercato un contatto con quella persona il cui materiale genetico è riscontrabile su di noi, né con l’impercettibile gocciolina di sangue che qualcuno affetto da epistassi ha lasciato al tavolino del bar, la domanda diviene: come può una piccolissima traccia reggere l’impianto accusatorio e portare a una condanna? Pur se essa sia così curiosa da imporsi come cruciale, rimane la necessità di affidarsi a prove classiche: le uniche che tramutano congetture investigative in elementi solidi di accusa.

FEDERICO CICILIOT