L’audizione del minorenne nel processo penale: per tutelare il testimone debole si rende più difficile l’accertamento della verità?

Interrogazione

L’ascolto della persona minorenne, nell’ambito di una vicenda processuale in cui la stessa si trovi coinvolta a vario titolo, presenta non pochi profili di peculiarità e problematicità. Le norme relative alle modalità di ascolto del minorenne si ritrovano in ordine sparso nel codice di procedura penale, a dimostrazione di quanto il legislatore abbia provveduto alla loro introduzione e integrazione in tempi relativamente recenti e, spesso, attraverso novellazioni relative a particolari tipologie di reato o per esigenze di rispetto di normative sovranazionali.

A tacere della disciplina relativa al procedimento penale a carico di imputati minorenni, contenuta nel D.P.R. 22 settembre 1988, n. 488, per il quale è però competente un organo giurisdizionale istituito già nel 1934, è solamente con il codice entrato in vigore nel 1989 che si introducono disposizioni ad hoc riguardanti l’assunzione della prova testimoniale del minorenne, non avendo il legislatore – in precedenza – prestato particolare attenzione al ruolo di tale soggetto come dichiarante[1].

All’interno della fase dibattimentale, secondo quanto espressamente previsto dall’art. 498 comma 4 c.p.p., «l’esame testimoniale del minorenne è condotto dal presidente su domande e contestazioni proposte dalle parti»: ciò, si noti, contrariamente alla regola generale espressa al primo comma dello stesso articolo, secondo cui «le domande sono rivolte direttamente dal pubblico ministero o dal difensore che ha chiesto l’esame del testimone». Tale “contraddittorio mediato”, durante il quale il giudice può avvalersi anche dell’aiuto di un familiare del minorenne o di un esperto di psicologia infantile, mira a creare una situazione non stressante per il giovane e tende a salvaguardare al contempo l’attendibilità del risultato probatorio ai fini della prosecuzione del procedimento. Che la “serenità” del teste minorenne sia un peculiare aspetto di tutela, cui fanno riferimento le previsioni codicistiche, è confermato da un ulteriore capoverso del comma quarto, ove si afferma che «il presidente, sentite le parti, se ritiene che l’esame diretto del minore non possa nuocere alla serenità del teste, dispone con ordinanza che la deposizione prosegua nelle forme previste dai commi precedenti[2]». La previsione della modalità di audizione condotta dal presidente non configura dunque l’obbligo di procedere per tali vie, ma è piuttosto il portato di una significativa – e doverosa[3] – attenzione al soggetto minorenne (che per sua natura presenta una personalità in evoluzione) da porre in essere lasciando in ogni caso ampia discrezionalità al giudice.

Viene qui in rilievo un primo possibile profilo problematico dell’istituto, evidenziato in dottrina: la deroga alla forma ordinaria di svolgimento dell’esame costituirebbe «un innegabile filtro nella formulazione della domanda, idoneo a snaturare la funzione stessa di tale modalità del contraddittorio, caratterizzata dall’assenza di un accesso “mediato” alla fonte probatoria, che è considerato un’arma efficace nella logica dialettica[4]». L’esame condotto dal giudice, inoltre, è caratterizzato dalla presenza di un altro filtro, nell’ipotesi in cui l’escussione si svolga con la partecipazione di un perito, avente funzioni di ausiliario del magistrato: qui da un lato può accadere di affidare l’esame a persona che non conosce la vicenda e gli atti processuali – cosa che imporrebbe di non nominare l’esperto unicamente per quel singolo atto – dall’altro si può giungere ad “ingessare” o “indirizzare” l’esame sulla scorta di una griglia di domande predisposta dalle parti[5]. Infine, la norma prevede che la funzione di ausiliario del giudice possa essere svolta anche da un familiare del minore: ciò, se concorre a creare una situazione più agevole per quest’ultimo, non può negarsi possa «incidere negativamente sul risultato dell’esame, giacché alla componente di inesperienza nella “formazione giudiziaria” della prova, si aggiunge una componente di partecipazione emotiva e talvolta interessata alla dichiarazione, che non fornisce certamente un apporto positivo alla funzione della acquisizione probatoria, che è pur sempre quella del trasferimento di conoscenza di un fatto veritiero all’ascoltatore[6]».

Con la successiva Legge 15 febbraio 1996, n. 66, nell’ambito di un intervento normativo concernente reati sessuali e sempre nell’ottica della protezione del minore, si sono introdotte invece delle modalità di escussione peculiari esperibili, qui il dato essenziale, fin dalla fase delle indagini preliminari. Secondo il disposto dell’art. 392 comma 1 bis c.p.p. e relativamente ad una serie di gravi reati[7], «il pubblico ministero, anche su richiesta della persona offesa, o la persona sottoposta alle indagini possono chiedere che si proceda con incidente probatorio all’assunzione della testimonianza di persona minorenne […]». In tal caso il giudice, con l’ordinanza che accoglie la richiesta, «stabilisce il luogo, il tempo e le modalità particolari attraverso cui procedere all’incidente probatorio, quando le esigenze di tutela delle persone lo rendono necessario od opportuno. A tal fine l’udienza può svolgersi anche in luogo diverso dal tribunale, avvalendosi il giudice, ove esistano, di strutture specializzate di assistenza o, in mancanza, presso l’abitazione della persona interessata all’assunzione della prova[8]». La possibilità di sentire il minore già in sede di incidente probatorio è ancora più significativa se si considera che essa non soggiace ai limiti previsti dal primo comma dell’art. 392 c.p.p. e in particolare ai casi di cui alle lettere a) e b)[9].

La volontà di escutere il minore in fasi prodromiche al dibattimento muove dall’esigenza di fare uscire lo stesso dal circuito processuale nel più breve tempo possibile – coerentemente con il principio di minima offensività che permea il rito minorile – ma anche di acquisire nell’immediatezza dei fatti il contributo probatorio del minore prima che egli rimuova dalla memoria il ricordo di fatti traumatici cui potrebbe aver assistito. Secondo alcuni inoltre, l’escussione in incidente probatorio avrebbe il merito di evitare al soggetto la rievocazione di esperienze traumatiche in dibattimento[10],[11]. Le esigenze di tutela, come già accennato, devono però coesistere con gli obiettivi della ricostruzione di un fatto di reato e dell’affermazione di una responsabilità, fine ultimo del processo penale. Tali aspetti non vanno tenuti distinti, anzi sembrano dover collimare ai fini di una corretta comprensione delle problematiche relative all’ascolto della prova “fragile” e finanche della risoluzione delle stesse, in aderenza all’assunto secondo cui «salvaguardare la fonte, in linea tendenziale, può voler dire garanzia di risultato nell’elaborazione della prova[12]».

Completando la panoramica relativa alla normativa esistente, è da segnalare che ulteriori modalità di tutela – questa volta del minorenne vittima – sono state introdotte con Legge 3 agosto 1998, n. 269 ai commi 4 bis e 4 ter dell’art. 498 c.p.p., prevedendo rispettivamente un richiamo alle modalità di audizione protetta esplicabili in incidente probatorio e una peculiare modalità di audizione protetta esperibile in dibattimento. In particolare, la normativa prevede che quando il minore da escutere è vittima di una serie di reati relativi alla sfera familiare e sessuale, «l’esame […] viene effettuato su richiesta sua [del minore] o del suo difensore, mediante l’uso di un vetro specchio unitamente ad un impianto citofonico». Tale procedura è accompagnata nella prassi da alcuni accorgimenti volti a mettere a proprio agio il minorenne durante la deposizione (ad esempio, il giudice e il cancelliere non indossano la toga e si possono utilizzare in questa sede forme di espressione del pensiero diverse dalla scrittura, quali il disegno, specie nel caso di bambini in età prescolare).

Il più recente intervento normativo in materia, infine, è costituito dalla Legge 1° ottobre 2012, n. 172, di ratifica della Convenzione di Lanzarote (stipulata dal Consiglio d’Europa il 25 ottobre 2007), la quale stabilisce una serie di regole fondamentali[13] per condurre l’audizione del minore (per la verità, già rispettate con l’introduzione nell’ordinamento interno delle novità processuali di cui si è dato conto). Tale legge, tuttavia, introduce in particolare la c.d. “assunzione assistita di informazioni da persone minori”, un istituto che prevede la presenza – durante l’esame del minorenne – dell’esperto in psicologia o psichiatria infantile, qualunque sia il soggetto che conduce l’esame, esperto che viene nominato dal pubblico ministero, sia che le indagini siano condotte direttamente da questi (art. 362 comma 1 bis c.p.p.), sia che siano svolte su iniziativa della polizia giudiziaria (art. 351 comma 1 ter c.p.p.) ovvero dal difensore nel corso delle indagini difensive (art. 391 comma 5 bis c.p.p.).

L’intervento normativo finalizza quindi all’assistenza nell’interesse del minore la presenza di un soggetto che in precedenza aveva precipuamente il compito di verificare la capacità del minore. Tale interpretazione, come in precedenza affermato a proposito dell’esperto che intervenga in sede di incidente probatorio o dibattimentale, fa nuovamente emergere il pericolo che «l’inesperienza assoluta dell’indagatore […] possa determinare alterazioni nella genuinità dell’apporto conoscitivo che il minore fornisce e [finanche] nella memoria dello stesso[14]». Da un lato la presenza dell’esperto può portare il giudice ad affidarsi in modo assoluto a questi, facendo venire meno la funzione essenziale del giudicante, ovvero la valutazione della prova nella sua interezza e a prescindere dalla natura della stessa; dall’altro l’intermediazione del giudice e dell’esperto nella formulazione delle domande esclude implicitamente – lo si intende – l’esperibilità del controesame del dichiarante. Tale ultima circostanza non è di poco conto, avendo infatti il controesame la funzione di saggiare la genuinità delle affermazioni che ricostruiscono il fatto, attraverso la proposizione di domande ripetitive e “pressanti” che possono far emergere contraddizioni e incongruenze rispetto alle dichiarazioni rese in sede di esame (nel caso di testimone minorenne il problema è ancor più rilevante poiché, per le caratteristiche del soggetto, le sue dichiarazioni possono essere imprecise o incomplete).

La difficoltà è, dunque, contemperare il diritto di difesa (dell’imputato, nel processo) con il diritto della vittima (il testimone minorenne è spesso vittima del reato) ad essere protetta dal processo: questione che si pone quotidianamente all’attenzione degli operatori nell’ambito di processi centrati sulle dichiarazioni di un teste che ontologicamente è esposto a manipolazioni, induzioni e suggestioni da parte dell’ambiente esterno e delle persone che interagiscono con lui. Se, come anticipato, interrogare il minore quanto prima (rispetto agli eventi verificatisi) può evitare il pericolo che i suoi ricordi scompaiano o vengano alterati, bisogna prestare attenzione a che la sua testimonianza sia il più possibile veritiera, non influenzata (abbiamo visto, in particolare dai soggetti che la ricevono) e, in sostanza, utile al processo, considerando la sua limitata ripetibilità. Tutto ciò, in conclusione, in un contesto in cui la discrezionalità del giudice e nondimeno la sua preparazione specifica – come quella degli altri operatori – sembra costituire un aspetto dirimente fondamentale.

Pietro Piccaluga

[1] Così come, più in generale, al ruolo della vittima del reato.

[2] Vi è ulteriormente una sorta di clausola di salvaguardia in coda all’art. 498 comma 4 c.p.p., secondo la quale l’ordinanza che ammette l’esame diretto del testimone minorenne «può essere revocata nel corso dell’esame».

[3] Si richiamano qui l’art. 31 comma 2 della Costituzione e le numerose norme internazionali relative alla tutela dei minori (es. le c.d. Regole di Pechino, la Raccomandazione n. 20/1987 del Consiglio d’Europa, la Convenzione per i diritti del fanciullo solo per citarne alcune).

[4] Gustavo Pansini, Le dichiarazioni del minore: un pericolo per l’accertamento della verità, in Le prove deboli nel processo penale italiano, Giappichelli, Torino, 2015, p. 123.

[5] Pansini, op. cit., pp. 123, 124 e in nota.

[6] Pansini, op. cit., p. 124.

[7] Si noti che l’applicabilità della norma è circoscritta a determinate ipotesi delittuose, mentre la disposizione di cui all’art. 498 comma 4 c.p.p. vale per tutti i reati.

[8] È il dettato del successivo art. 398 comma 5 bis c.p.p., il quale dispone anche che le dichiarazioni testimoniali siano documentate integralmente con mezzi di produzione fonografica o audiovisiva e che sia redatto un verbale dell’interrogatorio in forma riassuntiva.

[9] L’incidente probatorio è esperibile quindi anche se non vi sia motivo di ritenere che la persona non potrà essere esaminata nel dibattimento per infermità o altro grave impedimento e anche se non vi sia motivo di ritenere che essa sia esposta a violenza, minaccia, offerta o promessa di denaro.

[10] Luigi Fadalti, La testimonianza penale, Giuffrè, Milano, 2012, p. 393.

[11] Nessuna disposizione della Legge n. 66/1996 tuttavia, precludeva la possibilità di una nuova audizione in dibattimento su richiesta delle parti: vi si è posto rimedio con Legge n. 269/1998 tramite l’inserimento del comma 1 bis nell’art. 190 bis c.p.p. secondo cui, attualmente, il “riascolto” del minore è ammesso solo se riguarda fatti o circostanze diverse da quelle oggetto delle precedenti dichiarazioni ovvero se il giudice o una delle parti lo ritenga necessario sulla base di specifiche esigenze.

[12] Lina Caraceni, Le sommarie informazioni della fonte di prova minorenne […], in Claudia Cesari (a cura di), Il minorenne fonte di prova nel processo penale, Giuffrè, Milano, 2015.

[13] Vedi in particolare l’art. 35 della Convenzione.

[14] Pansini, op. cit., p. 131.

Bibliografia:

Gustavo Pansini, Le dichiarazioni del minore: un pericolo per l’accertamento della verità, in Le prove deboli nel processo penale italiano, Giappichelli, Torino, 2015;

Luigi Fadalti, La testimonianza penale, Giuffrè, Milano, 2012;

Claudia Cesari (a cura di), Il minorenne fonte di prova nel processo penale, Giuffrè, Milano, 2015.