I limiti del diritto internazionale nella protezione dell’individuo: l’immobilismo della comunità internazionale di fronte alla crisi Rohingya

Rohingya

I. Introduzione
Il mondo, come sappiamo, è ben più complesso di quanto gli stereotipi permettano di immaginare. Possono dunque verificarsi situazioni che ai nostri occhi sembrano al limite del paradossale, quale la persecuzione di una minoranza musulmana da parte di una popolazione a prevalenza buddista, quale è il caso dei Rohingya.
Numerose organizzazioni internazionali e umanitarie hanno invocato nelle scorse settimane l’intervento della comunità internazionale nei territori del Myanmar per contrastare quello che da molti è stato qualificato come il “genocidio” del popolo Rohingya, minoranza etnica stanziata nella parte sud-occidentale del paese.
Molti termini sono stati utilizzati, da pulizia etnica a crimine contro l’umanità. Sembra dunque necessario cercare di far luce sulla terminologia utilizzata e sulla sua applicabilità al caso di specie, per quanto non si abbia la pretesa di pervenire a una qualificazione giuridica assolutamente precisa e corretta. È inoltre necessario comprendere, alla luce di diversi fenomeni in atto nel mondo, quale intervento potrebbe essere configurabile da parte della cosiddetta “comunità internazionale”.
Tuttavia prima di procedere, è necessario avere un quadro, seppur estremamente sommario, di quale sia la situazione in corso nel territorio del Myanmar.
II. La situazione politica in Myanmar
A. Aspetti storici
Il Myanmar o Birmania è uno Stato situato nel continente asiatico, nella parte sud-orientale, confinante con Bangladesh, India, Cina, Laos e Thailandia. Come gran parte dei territori confinanti, la storia birmana è collegata alla storia del Regno Unito come potenza coloniale, il quale dominava i territori in questione. Nel 1948 il Myanmar ottiene l’indipendenza dal Regno Unito e, dopo alcuni anni di governo democratico, nel 1962 in seguito a un colpo di stato si instaura una dittatura militare. Allo stato attuale, il Myanmar è ancora considerato come governato da una dittatura militare, seppur dal 2010 siano state portate avanti riforme indirizzate a una maggiore democratizzazione del paese. In particolare sono da rilevare i successi ottenuti nel 2015 e nel 2016. L’8 novembre 2015 si sono svolte le prime elezioni libere e il 1° febbraio 216 si è riunito il primo Parlamento eletto in seguito a libere elezioni.
B. Aspetti demografici
La popolazione birmana è eterogenea e composta da diversi gruppi etnici tra i quali è difficile ottenere un’integrazione. Tra le numerose etnie presenti non tutte hanno ottenuto il riconoscimento come minoranze etniche da parte del Myanmar, con la conseguenza dell’esclusione da tutta una serie di diritti e prerogative garantiti ai membri delle minoranze riconosciute. Tra i gruppi etnici in questione sono presenti i Rohingya. Si tratta di un gruppo etnico musulmano, stanziato principalmente al confine con il Bangladesh. Essi sono considerati, secondo le nostre categorie di pensiero, immigrati irregolari, clandestini. Sono apolidi, privi di documenti di identità e discriminati dal resto della popolazione.
C. Il peggioramento della situazione di convivenza
Da alcune settimane a questa parte, in seguito a un attacco a una base militare da parte del gruppo armato “Arakan Rohingya Salvation Army”, composto da individui rohingya, si sono moltiplicati gli attacchi ai villaggi rohingya, le cui capanne vengono date alle fiamme costringendo gli abitanti ad abbandonarle. Sono stati inoltre riscontrati attacchi diretti, quali omicidi e stupri, nei confronti di numerosi individui e rappresaglie di forza sempre maggiore successivamente a ogni contrattacco o difesa da parte della popolazione rohingya. Il drastico peggioramento della convivenza tra le diverse etnie che vivono nel territorio in questione, il Rakhine, ha spinto sempre più individui rohingya ad allontanarsi, dirigendosi al confine con il Bangladesh, sperando di trovare salvezza oltre confine. Le maggiori organizzazioni umanitarie hanno qualificato gli atti in corso come riconducibili alle forze di polizia e all’apparato statale e, in quanto atti statali, li considerano crimini contro l’umanità. In particolare l’associazione Amnesty International, nel report del 18 ottobre 2017, intitolato “My world is finished”, fa riferimento all’articolo 7 dello Statuto di Roma, il quale istituisce la Corte Penale Internazionale. Tale articolo menziona diversi atti qualificabili come crimini contro l’umanità, tra i quali è possibile ricondurre gli atti portati avanti contro i Rohingya. In particolare sarebbe qualificabile l’intento di perseguire una pulizia etnica, uccidendo la popolazione in questione o costringendola alla fuga, mettendo in atto sostanzialmente una deportazione. È da rilevare l’opinione espressa dall’alto commissario per i diritti umani dell’ONU, il quale ha dichiarato che “le operazioni militari della Birmania contro i Rohingya sembrano applicare i principi della pulizia etnica”; è inoltre pervenuta anche da parte delle Nazioni Unite la qualificazione dei fatti in oggetto come crimini contro l’umanità. L’ONU ha inoltre dichiarato che almeno 270mila persone sono attualmente fuggite dagli attacchi da parte della polizia birmana, mentre secondo altre stime i numeri sarebbero ancora più alti e arriverebbero quasi al mezzo milione di persone, di cui la maggioranza bambini. Una delle ultime stime, effettuata da parte dell’osservatorio per i diritti umani, conta un milione e mezzo di profughi, dei quali 720mila bambini. Di questo milione e mezzo, sarebbero 600mila i profughi fuggiti da agosto 2017 ad oggi e si sommerebbero a quanti già fuggiti in precedenza in seguito alle sempre più difficili condizioni di vita causate dalle discriminazioni e dalle limitazioni dei diritti civili e politici sempre crescenti.
Le associazioni umanitarie e le organizzazioni internazionali invocano l’intervento della comunità internazionale. In particolare si possono citare le richieste portate avanti da Amnesty International nel report sopracitato, da UNICEF, il quale chiede lo stanziamento di almeno 7 milioni di dollari per fronteggiare l’arrivo in Bangladesh della popolazione Rohingya e dell’APM (“Associazione per i popoli minacciati”) la quale ha chiesto l’intervento dell’Unione Europea e delle Nazioni Unite al fine non soltanto di denunciare i fatti che stanno accadendo, ma anche di arrivare a una condanna giurisdizionale dello stato birmano.
III. Le questioni di diritto internazionale
A. La qualificazione giuridica di crimini contro l’umanità
Con il termine “crimini contro l’umanità” si fa riferimento a una categoria di atti criminali di diverso tipo, i quali vengono perpetrati a danni di un popolo o di una larga fetta della popolazione mondiale e che vengono considerati dalla comunità internazionale come arrecanti un danno all’intera umanità. Si tratta di una categoria giuridica del diritto internazionale che per lungo tempo è stato difficile qualificare, in quanto era difficoltoso trovare una base giuridica che legittimasse la categoria in attesa che fosse possibile qualificarla come parte del diritto internazionale consuetudinario.
Il primo utilizzo del termine può essere ritrovato nella dichiarazione del 1915 da parte di Francia, Inghilterra e Russia con la quale i tre Stati condannano esplicitamente gli atti perpetrati dalla Turchia a danno del popolo armeno. Non viene tuttavia fornita una definizione della categoria, che pertanto risulta più una condanna di valore ideologico che giuridico.
Ulteriori e sempre più approfonditi riscontri si hanno negli Statuti dei quattro grandi tribunali penali che hanno marcato la storia del diritto internazionale successivamente alla seconda guerra mondiale.
Il Tribunale di Norimberga per primo, seguito dal Tribunale militare internazionale per l’Estremo Oriente, dal Tribunale per la Jugoslavia fino a quello per il Ruanda, riconoscono nei loro Statuti la categoria di crimine contro l’umanità. È interessante notare come poco per volta la categoria abbia assunto una sempre maggiore stabilità, inglobando fattispecie differenti e permettendo ad alcune di esse di acquisire addirittura una stabilità propria distinta dalla categoria originaria.
Con il Tribunale di Norimberga abbiamo una prima concezione dei crimini contro l’umanità come appendice dei crimini di guerra. È il primo utilizzo che si fa della categoria nell’ambito dell’attività di un tribunale e si pongono dunque alcuni problemi interpretativi. In particolare risulta difficile identificare un soggetto passivo della fattispecie, in quanto non è possibile riferirsi all’umanità nel suo complesso. Per questo motivo si sceglie in questa fase di ancorare la condanna dei gerarchi nazisti per crimini contro l’umanità alla condanna per crimini di guerra. L’obiettivo è permettere una legittimazione della condanna e quindi della categoria giuridica.
Il punto di arrivo dell’evoluzione si ha con lo Statuto di Roma del 1998 che istituisce la Corte Penale Internazionale. In tale Statuto viene riconosciuta l’autonomia giuridica dei crimini contro l’umanità, ora pienamente invocabili da parte degli Stati firmatari.
B. L’autonomia del crimine di genocidio
Con la nascita e il progressivo rafforzamento della categoria dei crimini contro l’umanità si ha un ampiamento dei comportamenti considerati rientranti nella categoria stessa. In questa sede vorrei evidenziare in particolare il crimine di genocidio.
Con il termine genocidio si intendono tutti “gli atti commessi con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso”. La definizione è stata introdotta dallo studioso Raphael Lemkin nel 1944. Nel 1946, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha riconosciuto il crimine di genocidio e l’ha definito come “una negazione del diritto alla vita di gruppi umani, gruppi razziali, religiosi, politici o altri, che siano stati distrutti in tutto o in parte”.
Entrambe le definizioni sono state riprese nella Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio del 1948, la quale definisce che “per genocidio si intende ciascuno degli atti seguenti, commessi con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, come tale: uccisione di membri del gruppo; lesioni gravi all’integrità fisica o mentale di membri del gruppo; il fatto di sottoporre deliberatamente il gruppo a condizioni di vita intese a provocare la sua distruzione fisica, totale o parziale; misure miranti a impedire nascite all’interno del gruppo; trasferimento forzato di fanciulli da un gruppo ad un altro.”
Il crimine di genocidio nasce come rientrante nella categoria dei crimini contro l’umanità. È solo con il Tribunale per la Jugoslavia del 1993 e con il Tribunale per il Ruanda del 1994 che lo troviamo elencato in maniera autonoma. Entrambi gli Statuti lo collocano in un articolo distinto rispetto ai crimini contro l’umanità e viene elencato prima ancora di essi. Le definizioni dei due Statuti ricalcano quella del 1948, la maggioranza della dottrina ritiene dunque che la nozione abbia ormai assunto una propria autonomia e una certa stabilità.
IV. La dottrina dell’intervento umanitario: quale genere di operazione?
Allo stato di fatto, gli atti perpetrati dalla polizia birmana ai danni del popolo Rohingya potrebbero rientrare nella categoria del crimine di genocidio, in quanto ciò che sicuramente emerge è la volontà di colpire in modo specifico una categoria di persone determinata in base all’appartenenza all’etnia in questione. Tuttavia ciò non è sufficiente per autorizzare un intervento della comunità internazionale: anche volendo tralasciare le questioni di tipo politico e strategico, si pongono problemi di tipo giuridico, che mettono in gioco prima di tutto il ruolo centrale in ambito internazionale della sovranità degli Stati.
Il principio della sovranità degli Stati si pone tra i fondamenti del diritto internazionale. Non bisogna mai dimenticare che il diritto internazionale nasce dalla volontà degli Stati di creare una comunità orizzontale, di pari. È dunque difficile immaginare la legittimità di un’imposizione di uno o più Stati su un altro senza che vi sia un conflitto in atto e senza quindi che emerga la necessità di difesa. Nel caso del Myanmar un intervento internazionale non accettato da parte dello Stato configurerebbe una violazione della sovranità che deve essere in qualche modo legittimata.
In merito è interessante rievocare la cosiddetta dottrina dell’intervento umanitario. Si tratta di una riformulazione della legittimità dell’uso della forza, il quale sarebbe consentito non solo in caso di necessità di difesa, ma anche per le operazioni definite di “intervento umanitario”. La dottrina viene proposta da Mario Bettati, negli anni ’80, il quale sostiene che a fronte di massicce violazioni dei diritti umani la comunità internazionale avrebbe un diritto di ingerenza, finalizzato a evitare una catastrofe umanitaria. Si tratta di una dottrina che ha riscontrato grosse problematiche, in quando una tale legittimazione dell’uso della forza rischierebbe di condurre a un abuso del ricorso unilaterale all’uso della forza. La dottrina viene tuttavia riproposta nel 2001 da parte della “Commissione internazionale sull’intervento e la sovranità statale”, la quale nel report finale intitolato “The responsibility to protect” affronta la questione di quando sia appropriato che gli Stati adottino azioni coercitive, e in particolare militari, contro un altro Stato allo scopo di proteggere la popolazione di quest’ultimo. Viene fornita in particolare un’interpretazione di sovranità statale secondo la quale essa non implica solo controllo sul proprio territorio, ma anche la responsabilità di proteggere la propria popolazione. Nel momento in cui questa protezione viene meno, anche a causa eventualmente dello Stato stesso, sorge per la comunità internazionale il dovere di subentrare nella protezione della popolazione. Tale dottrina verrà poi ripresa nel 2004 nel report finale, intitolato “In larger freedom”, prodotto dall’High Level Panel istituito da parte delle Nazioni Unite e dal World Summit del 2005. Tutti gli atti in questione, dai report alle raccomandazioni dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, pur avendo una forte carica ideologica ed essendo teoricamente riconducibili alla situazione birmana, non legittimerebbero pienamente un intervento, in quanto si tratta di atti a carattere non vincolante.
Una legittimazione potrebbe arrivare dalla proposta portata avanti dall’Unione Europea, la quale suggerisce che il Myanmar entri tra i paesi firmatari dello Statuto di Roma che istituisce la Corte Penale Internazionale, in modo tale che sia possibile condurre una procedura legittima. Si tratta tuttavia di una proposta che difficilmente verrà accolta dal Myanmar, che così facendo accetterebbe di sottoporsi a un giudizio a livello internazionale.
In conclusione, allo stato di fatto, il diritto internazionale sembra non essere in grado di intervenire in situazioni delicate ancorché gravi, quale quella attualmente riscontrata in Myanmar. Il popolo Rohingya sembra dunque destinato a non ricevere protezione; gli unici strumenti attualmente messi in atto risultano finalizzati all’accoglienza di coloro i quali hanno oltrepassato il confine con il Bangladesh e sono stati accolti nei campi profughi.

MARTINA DI GAETANO

V. Bibliografia
Internazionale, num. 1128, 27 ottobre 2017, pag 49, “Da sapere: Una situazione insostenibile”
https://www.amnesty.org/en/documents/asa16/7288/2017/en/
http://www.repubblica.it/esteri/2017/09/11/news/rohingya_onu_pulizia_etnica-175173547/
http://www.un.org/apps/news/story.asp?NewsID=56103#.WgswQmj9TIU
http://www.repubblica.it/solidarieta/diritti-umani/2017/09/14/news/myanmar-175500349/?ref=search

Rohingya: 720 mila bambini “disperati” in fuga da Myanmar


http://www.gfbv.it/2c-stampa/2017/171110it.html
http://www.armenian-genocide.org/Affirmation.160/current_category.7/affirmation_detail.html
http://www.sociologia.unimib.it/DATA/Insegnamenti/2_2089/materiale/lezione%201%20definizioni%20di%20genocidio.pdf
https://www.admin.ch/opc/it/classified-compilation/19994549/201406110000/0.311.11.pdf
http://docenti.unimc.it/f1.marongiubuonaiuti/teaching/2014/12982/files/i-tribunali-penali-internazionali/statuto-del-tribunale-penale-internazionale-per
http://unipd-centrodirittiumani.it/it/strumenti_internazionali/statuto-del-tribunale-penale-internazionale-per-il-ruanda-1994/177
http://www.juragentium.org/topics/wlgo/it/palmisan.htm
http://www.difesa.it/SMD_/CASD/IM/CeMiSS/Pubblicazioni/ricerche/Pagine/Intervento_umanitario.aspx
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http://www.un.org/womenwatch/ods/A-RES-60-1-E.pdf
http://www.europarl.europa.eu/sides/getDoc.do?pubRef=-//EP//TEXT+MOTION+P8-RC-2017-0525+0+DOC+XML+V0//IT