IL SISTEMA PENITENZIARIO ITALIANO ALLA PROVA DELLA CORTE: L’ITALIA DOPO LA SENTENZA TORREGGIANI

Alcatraz Prison

La questione relativa alle precarie condizioni di vita a cui sono costretti i detenuti in carcere non è un tema sconosciuto alla Corte di Strasburgo; tema che si è però evoluto notevolmente sia per quanto riguarda la definizione di “trattamenti inumani e degradanti”, ex articolo 3 CEDU, sia per quanto concerne l’applicabilità della norma al diritto e alla prassi penitenziaria.

Già nella sentenza Kudla c. Polonia[1], la Corte ha ribadito una serie di principi che saranno poi i pilastri della giurisprudenza che seguirà questa pronuncia:

  • perché vi sia violazione dell’articolo 3 è necessario che questo trattamento raggiunga un “minimum level of severity”[2], che deve essere valutato in relazione a svariate circostanze, tra cui gli effetti della pena sulla persona, le modalità di esecuzione e le condizioni personali del detenuto.
  • per “inumano” si intende un trattamento premeditato, applicato per ore e ore, senza interruzioni, tali da provocare dolore fisico e psicologico; in aggiunta a ciò, è definito “degradante” quel trattamento che causi uno stato di ansia e paura in grado di umiliare e svilire la dignità di un uomo[3].
  • in ultima analisi, è necessario inoltre che “le modalità di esecuzione della misura non sottopongano l’interessato ad un disagio o ad una prova d’intensità superiore all’inevitabile livello di sofferenza inerente alla detenzione e che, tenuto conto delle esigenze pratiche della reclusione, la salute e il benessere del detenuto siano adeguatamente assicurate”[4].

Questi principi sono stati applicati svariate volte dalla Corte in relazione a mancanze più o meno gravi degli istituti di detenzione: in un numero consistente di ricorsi presentati contro la Russia[5], i ricorrenti lamentavano in particolare il sovraffollamento delle carceri e, nella fattispecie, la mancanza di spazio sufficiente all’interno delle singole celle; quand’anche la questione non sia relativa alla mancanza di spazi vitali, la Corte ha ricollegato una violazione dell’articolo 3 anche per mancanza di servizi essenziali, quali “utilizzare privatamente i servizi igienici, l’aerazione disponibile, l’accesso alla luce e all’aria naturali, la qualità del riscaldamento e il rispetto delle esigenze sanitarie di base”[6]. Occorre sottolineare come queste due mancanze spesso siano essenzialmente connesse le une alle altre, essendo entrambe relative ai deficit degli istituti penitenziari, i quali molto spesso non presentano nemmeno locali adatti a garantire i servizi di base ai detenuti ospitati.

Simili valutazioni erano già state proposte dalla Corte nel celebre caso Sulejmanovic c. Italia, del 2009, in cui i giudici di Strasburgo hanno ravvisato violazione dell’articolo 3 proprio per le condizioni di vita precarie di un detenuto nel carcere di Rebibbia: questi non ha avuto, per un periodo consistente della sua pena detentiva, accesso a servizi essenziali e ad un adeguato spazio nella propria cella.

 

I principi anzidetti rappresentano, come già accennato, le linee guida che i giudici di Strasburgo seguono per stabilire qualora vi sia una violazione dell’articolo 3 in questo peculiare ambito.

Di fronte al crescente numero di ricorsi presentati contro l’Italia[7], la Corte ha deciso di intervenire ricorrendo alla procedura della sentenza pilota, prevista dall’articolo 46; nella pronuncia sul caso Broniowski c. Polonia[8], la Corte ha riconosciuto la possibilità di ricorrere a questo strumento qualora vengano presentati diversi ricorsi di contenuto simile: la Corte può, in funzione di queste ripetute segnalazioni, ravvisare una violazione “strutturale” dei diritti convenzionali; essa pertanto sceglie uno o più di questi ricorsi, “congelando”, dichiarando irricevibili, gli altri (cosiddetto strike out) e pronunciandosi censurando la normativa statale e suggerendo allo Stato parte della Convenzione misure effettive, capaci di risolvere il problema individuato dalla Corte.

La procedura della sentenza pilota, come riconosciuto dalla giurisprudenza della Corte “ha lo scopo di facilitare la risoluzione più rapida ed effettiva di un malfunzionamento sistemico che colpisce la tutela del diritto convenzionale in questione nell’ordinamento giuridico interno”[9]; la Corte non specifica però le modalità con cui lo Stato dovrebbe provvedere a questa correzione, ammettendo pertanto anche strumenti utili a risolvere le singole controversie, sia in via giudiziale, garantendo ricorsi effettivi, sia stragiudiziali, come accordi transitori o conciliazioni[10]

 

La sentenza Torreggiani rappresenta dunque un’applicazione pratica di questo strumento: la Corte ha applicato lo strike out a quasi 4.200 ricorsi simili, successivi alla sentenza Sulejmanovic, pronunciandosi su un caso in cui sei ricorrenti lamentavano le pessime condizioni di vita nelle carceri di Busto Arsizio e Piacenza, in particolare in relazione alle celle sovraffollate[11].

Quanto affermato dalla Corte può essere riassunto come segue: limitandosi a ribadire le raccomandazioni del Consiglio d’Europa[12], la Corte riconosce come, nel caso italiano, a mancare  non sono stati solo strumenti preventivi, che avrebbero potuto evitare la lesione, ma anche e soprattutto di rimedi capaci di migliorare, in tempi brevi, le condizioni dei detenuti; il reclamo alla Magistratura di sorveglianza, proposto dai ricorrenti, non è infatti considerabile come un rimedio capace “di porre fine rapidamente alla carcerazione in condizioni contrarie all’articolo 3 della Convenzione”[13]. La Corte ha pertanto concesso all’Italia un anno di tempo per introdurre un sistema effettivo e con le caratteristiche richieste dal caso di specie, sostenendo come tale obbligo derivi dal combinato disposto dell’articolo 46 e dell’articolo 1 della Convenzione. Subordinato a ciò, la Corte ha comunque voluto sottolineare nuovamente come siano essenziali anche strumenti preventivi e compensatori: preme ricordare, infatti, come i giudici di Strasburgo abbiano riconosciuto come “la recente giurisprudenza che attribuisce al magistrato di sorveglianza il potere di condannare l’amministrazione a pagare un indennizzo pecuniario è lungi dal costituire una prassi consolidata e costante delle autorità nazionali”[14].

Quali sono le conseguenze di questa pronuncia, sul piano pratico[15]?

Ad oggi, le autorità italiane non hanno messo in atto alcun provvedimento adeguato per rispettare le indicazioni della Corte e sono quindi state messe in mora ex articolo 46 §4.

Il ddl Orlando, in questo senso, potrebbe rappresentare un passo decisivo compiuto dal legislatore per adeguarsi alla pronuncia della Corte, seppur con colpevole ritardo: l’allargamento di operatività delle misure alternative alla detenzione, la riforma dell’esecuzione delle pene all’interno del carcere e la maggiore attenzione ai diritti degli individui, in particolare soggetti vulnerabili, come donne e minori, sono tutti aspetti funzionali al raggiungimento di questo obiettivo[16]; e d’altra parte, queste misure permetterebbero di evitare anche provvedimenti “di massa”, quali amnistia ed indulti, che hanno non solo già dimostrato la loro ampia ineffettività a risolvere i problemi strutturali dell’ordinamento penitenziario, ma aprirebbero anche la strada a questioni di sicurezza pubblica non secondarie, considerando l’attuale contesto sociale.

Quanto previsto dal legislatore potrebbe però risultare vano se la magistratura non dovesse adeguarsi ad un nuovo approccio alla questione: riduzione delle misure cautelari e detentive, maggior ricorso a strumenti di risoluzione stragiudiziali e una maggior attenzione ad una tutela rapida ed efficace dei diritti fondamentali degli individui in custodia carceraria.

Fabio Tumminello

 

Bibliografia e note:

 [1] Corte EDU, Kudla c. Polonia, ricorso n. 30210/96, sentenza 26 ottobre 2000.

[2] Corte EDU, Kudla c. Polonia, cit., §91.

[3] Corte EDU, Kudla c. Polonia, cit., §92.

[4] Corte EDU, Kudla c. Polonia, cit., §94; Corte EDU, Sulejmanovic c. Italia, ricorso n. 22635/03, sentenza 16 luglio 2009, §39; Corte EDU, Torreggiani e altri c. Italia, ricorso n. 43517/09 e altri sei, sentenza 8 gennaio 2013, §65.

[5] ex multis, Corte EDU, Aleksandr Makarov c. Russia, ricorso n.15217/07,  sentenza 12 marzo 2009; Corte EDU, Lind c. Russia, ricorso n. 25664/05, sentenza 6 dicembre 2007; Corte EDU, Kantyrev c. Russia, ricorso n. 37213/02, sentenza 21 giugno 2007; Corte EDU, Andreï Frolov c. Russia, ricorso n. 205/02, sentenza 29 marzo 2007.

[6] Corte EDU, Sulejmanovic c. Italia, cit., §42.

[7] http://www.echr.coe.int/Documents/CP_Italy_ENG.pdf; http://www.giurisprudenzapenale.com/2013/04/01/torreggiani-strasburgo-condanna-italia/

[8] Corte EDU, Broniowksi c. Polonia, ricorso n. 31443/96, sentenza 28 settembre 2005.

[9] Corte EDU, Wolkenberg e altri c. Polonia, ricorso n. 50003/99, decisione 4 settembre 2007, §34.

[10] Corte EDU, Bourdov c. Russia (n. 2), ricorso n. 33509/04, decisione 15 gennaio 2009, §127.

[11] Corte EDU, Torreggiani e altri c. Italia, cit., §§8 – 16.

[12] In particolare, Comitato dei Ministri, Rec(99)22 e Rec(2006)13).

[13] Corte EDU, Torreggiani e altri c. Italia, cit., §§96 – 97.

[14] Corte EDU, Torreggiani e altri c. Italia, cit., §97

[15]  Viganò F., “Sentenza pilota della Corte EDU sul sovraffollamento delle carceri italiane: il nostro paese chiamato all’adozione di rimedi strutturali entro il termine di un anno”, Diritto Penale Contemporaneo, 9 gennaio 2013 (https://www.penalecontemporaneo.it/d/1990-sentenza-pilota-della-corte-edu-sul-sovraffollamento-delle-carceri-italiane-il-nostro-paese-chiamat)

[16] Della Bella A., “Riforma Orlando: la delega in materia di ordinamento penitenziario”, Diritto Penale Contemporaneo, 20 giugno 2017 (https://www.penalecontemporaneo.it/d/5499-riforma-orlando-la-delega-in-materia-di-ordinamento-penitenziario)