Ancora sul 41-bis: osservazioni critiche sulla recente Circolare dipartimentale di riorganizzazione dell’istituto.

Carcere San VittoreQualsiasi riflessione relativa al c.d. carcere duro, il regime detentivo speciale di cui all’art. 41-bis della Legge sull’Ordinamento Penitenziario (n. 354/1975), non può prescindere dalla considerazione che si sta trattando, nello scrivere e prima ancora nel pensare, di una condizione estrema del vivere: pertanto, il distacco emotivo che impone – a volte doverosamente – il ragionamento tecnico-giuridico, non deve far venir meno il senso di rispetto tra gli uomini ed il principio di eguaglianza che ne sta alla base. Ciò posto, il “male necessario” rappresentato dal diritto penale impone comunque di far derivare dalla commissione di un fatto e dall’accertamento della relativa responsabilità, una sanzione. Tale meccanismo (si perdoni la semplificazione) deve avvenire sulla base, o meglio sotto il “cappello” dei diritti costituzionali.

Omettendo una analisi sulle finalità e sulla qualificazione giuridica dell’istituto di cui si ragiona, già ben effettuata sulle pagine di questa rivista, si vuole qui discutere sulle disposizioni impartite dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (DAP) relativamente all’organizzazione del circuito detentivo speciale previsto dal predetto art. 41-bis. Con la recente Circolare n. 3676/616 del 2 ottobre 2017, il Dipartimento ha inteso dettare un’articolata serie di prescrizioni, sovente anche molto dettagliate, che detenuti/internati e operatori penitenziari debbono rispettare. L’Amministrazione è intervenuta su sollecitazione di diversi soggetti, tra i quali in particolare la Magistratura di sorveglianza, che si è espressa evidenziando «le criticità della disciplina normativa del 41-bis O.P. nella misura in cui prevede modalità esecutive che non corrispondono (in termini di ragionevolezza e proporzionalità) alle finalità preventive e di difesa sociale cui invece dovrebbe ispirarsi ed attenersi il regime speciale»[1].

L’Amministrazione, peraltro, pone alla base del suo intervento condivisibili affermazioni di principio: si legge nella Premessa che, sul piano generale, «le prescrizioni imposte […] non sono volte a punire e non devono determinare un’ulteriore afflizione, aggiuntiva alla pena già comminata, per i soggetti sottoposti al regime detentivo in esame» e che «la concreta attuazione delle regole deve rimanere legata al fine preventivo». Lo scopo mediato della normativa dipartimentale è quello di garantire «l’uniformità di applicazione all’interno dei vari istituti penitenziari delle norme e delle prassi che caratterizzano la detenzione secondo i dettami imposti dall’art. 41-bis O.P.». Quanto detto –  è da sottolineare – si pone nel quadro di un ambito, quello dell’esecuzione penale interna, che rimane ad avviso di chi scrive ancora diffusamente regolato da circolari e regolamenti interni, ciò che stride sul piano della gerarchia delle fonti se si considera che tali atti incidono spesso sui diritti soggettivi.

Leggendo nel dettaglio la circolare, emerge che per certo il DAP si è mosso nella direzione di assicurare l’omogeneità di trattamento, indicando agli operatori del settore delle linee guida operative che disciplinano finanche gli aspetti più minuti della quotidianità del detenuto. Per contro, certa dottrina[2] evidenzia comunque che «permangono ancora numerosi profili di criticità circa la compatibilità del regime del 41-bis rispetto ai principi costituzionali che informano l’esecuzione della pena», evidenziando a titolo esemplificativo le prescrizioni particolarmente restrittive poste in tema di divieto di cottura dei cibi (divieto di ricevere dall’esterno cibi che richiedono cottura e limitazione alle fasce orarie per l’uso di fornelli personali), in materia di corrispondenza, di abbigliamento, di tenuta di fotografie e immagini (il detenuto è ammesso a trattenere nella propria cella un’unica fotografia o immagine di un familiare e, al di fuori di tale concessione, è vietata l’affissione di qualsivoglia immagine, foglio o fotografia). Ancora, si afferma come susciti «qualche perplessità anche la previsione del Modello 72, allegato alla Circolare[3], attesa la sua natura vincolante e tassativa: l’irragionevolezza del suo contenuto emerge, ad esempio, in relazione all’elenco di riviste e quotidiani ammessi, che risulta del tutto opinabile». Infine, si mantiene la strettissima regola in tema di permanenza all’aria aperta, che prevede ventidue ore al giorno da trascorrere in cella e un’ora sola da riservarsi alle attività trattamentali: l’uso della sala socialità preclude, infatti, l’accesso alla sala pittura, attività che viene definita chiaramente come alternativa, potendo il detenuto accedere alla stessa «rinunciando al tempo corrispondente da trascorrere in socialità».

Con riguardo, invece, ad un momento peculiare della detenzione, vale a dire l’effettuazione dei colloqui, la dottrina prima ricordata legge favorevolmente le indicazioni fornite a riguardo dalla Circolare dipartimentale, ma a parere dello scrivente va operata una distinzione rilevante. Se certamente è da considerare norma di “umanità” quella che prevede la possibilità di incontrare il figlio o nipote minore di anni 12 senza la barriera del vetro divisorio a tutta altezza (colloquio peraltro sottoposto a registrazione ed ascolto, previo parere dell’Autorità Giudiziaria), possono sorgere dubbi sulla disciplina più scarna e generica dei colloqui effettuabili da altre figure, e segnatamente i difensori, i Garanti e gli educatori e operatori del trattamento. Per i primi si prevede che i colloqui visivi siano «effettuati senza vetro divisorio» e senza «limiti di durata e di frequenza», a motivo del diritto di difesa costituzionalizzato all’art. 24. Per i Garanti si prevedono «incontri riservati senza limiti di tempo» e per gli operatori colloqui da svolgersi «con modalità tali da garantire la necessaria riservatezza nonché la sicurezza dell’educatore e/o operatore», senza ulteriori specificazioni.

In conclusione, pur considerando le esigenze di tutela della sicurezza preordinate all’istituto in commento, si registra uno “squilibrio” di specificità nella regolamentazione dei vari aspetti della detenzione speciale. Da un lato si giunge ad un livello di dettaglio estremo nel dettare le prescrizioni relative a cibo, vestiario, oggettistica e articoli acquistabili all’interno del carcere, dall’altro non si specificano le modalità (o non si pongono restrizioni opportune) dei colloqui con soggetti esterni, aspetto che più di altri potrebbe confliggere con il fine dell’istituto, ovvero evitare contatti o comunicazioni in particolare tra gli esponenti dell’organizzazione criminale detenuti/internati e quelli ancora operanti all’esterno, ad impedire l’ideazione, la pianificazione e la commissione di (ulteriori) reati. Le prescrizioni che regolano il c.d. carcere duro, in ultima analisi, non dovrebbero incidere eccessivamente sulle esigenze di salute, istruzione, affettività, finanche di spazio, dei detenuti, ma solo sugli aspetti che potrebbero confliggere con le finalità proprie del regime speciale: ad esempio, e in particolare, colloqui visivi e telefonici, ricezione e invio di corrispondenza.

[1] Cfr. Manca, in bibliografia.

[2] Ibidem.

[3] Il Modello 72 è l’elenco dei beni acquistabili all’interno del sopravvitto.

 

Pietro Piccaluga

 

Bibliografia e sitografia:

Scomparin, Il sistema penitenziario, all’interno di Neppi Modona, Petrini, Scomparin, Giustizia penale e servizi sociali, Laterza, Roma-Bari, 2009

Favero, Cattivi per sempre? Voci dalle carceri: viaggio nei circuiti di Alta Sicurezza, Ed. Gruppo Abele, Torino, 2017

Manca, Il DAP riorganizza il 41-bis O.P.: un difficile bilanciamento tra prevenzione sociale, omogeneità di trattamento ed umanità della pena, 6 novembre 2017, in www.penalecontemporaneo.it

Silvestri, La dignità umana dentro le mura del carcere, 28 maggio 2014, in www.dirittopenitenziarioecostituzione.it

Galullo, Dura la vita al carcere duro: ciabatte, caffè, biscotti e… bicarbonato, 13 novembre 2017, in www.ilsole24ore.com