Il problema della democrazia

Tu voti?

Il problema della democrazia, in particolare di quella diretta, e delle norme giuridiche poste a sua tutela e regolamentazione, è una questione che vive di continui corsi e ricorsi, che, a ondate, investono il dibattito politico italiano. Non solo perché trattasi di un sistema politico che l’occidente conosce dall’età monarchica romana e dall’ Atene del V sec. a.c, o perché rappresenta lo strumento principe di partecipazione alla gestione della res pubblica per il cittadino; ma, ad un livello più tecnico giuridico, fa risaltare il rapporto tra norme costituzionali, loro effettività e loro opportunità. Si entra in un argomento decisivo quando si vogliono sindacare le regole che servono a tenere unito il sistema politico, quando si pone il problema se la volontà popolare, non sempre volontà di Dio, debba prevalere su di esse, superando la loro valenza. Il problema investe la tenuta di questi argini normativi e, in un cultura giuridica fortemente intrisa di giuspositivismo come la nostra, è un problema fondamentale. Fino a che punto i desideri politici della maggioranza possono e, devono, trovare attuazione? Fino a che punto bisogna seguire un diritto che non è più condiviso dalla maggior parte di chi esprime i voti? Assecondando la prima istanza si entra nel magma incandescente e sempre mutevole della volontà popolare. Nel secondo caso si rischia di difendere un sistema che può essere ormai desueto e lontano dalla realtà della società e che potrebbe costituire un pericoloso irrigidimento; e come si sa, ciò che è troppo rigido, se soggetto ad una forza eccessiva, si spezza, anziché piegarsi con elasticità. Un buon punto di partenza per affrontare la questione, è quello di iniziare dall’analisi del vertice della nostra piramide normativa: la Costituzione. In questa Carta si è cercato di dare una risoluzione a questa problematica: cercare un punto mediano tra l’accoglienza delle istanze popolari e l’esigenza di dare certezza e sicurezza al sistema costituzionale, (mettendolo al riparo da ogni tipo possibile di arbitrio), attraverso norme giuridiche. La stessa scelta di creare una Costituzione rigida, soggetta a complesse procedure di modifica, è già un primo indizio. L’esame specifico degli articoli, in particolare fino al titolo II della seconda parte, confermano la prima impressione. La nostra Carta opta decisamente per l’anima rappresentativa della democrazia. La rappresentatività viene ad essere la base del sistema, a cui sono apportate alcune modifiche tramite la previsione di strumenti di democrazia diretta. L’art. 1 c.2 afferma perentoriamente che:” la sovranità appartiene al popolo”; esso però la esercita nelle forme e nei limiti previsti dalla Costituzione. Questo fa intuire che è vero che al popolo sia riconosciuto il potere primario ma, in realtà e in concreto, esclusivamente nel recinto creato dalle norme giuridiche, che prevalgono; l’esercizio di poteri non riconosciuti non è consentito, il che rende questa sovranità meno sovrana. È chiara l’idea del limite che deve essere posto alle istanze derivanti dal popolo. Questa tendenza è confermata dalla disciplina giuridica dello strumento simbolo della democrazia diretta: il referendum. In Italia conosciamo quello abrogativo e quello confermativo,(oltre a quello riguardante gli enti locali). Conosciamo però anche i limiti a cui esso è sottoposto, limiti previsti dall’art. 75 c.2, ossia l’impossibilità di proporlo riguardo leggi tributarie, di bilancio, di amnistia e indulto, di ratifica di trattati internazionali. Su queste materie non è prevista la possibilità di un’ espressione popolare diretta; materie che, per la loro rilevanza politica ma non solo, hanno il valore di una netta presa di posizione a favore della logica del limite, dell’argine. Il referendum inoltre, per potersi tenere, è sottoposto ad una serie di vincoli formali, volti a garantirne la serietà e la validità; procedure che chiamano in causa la Corte Costituzionale e il Presidente della Repubblica. È quindi emblematica la disciplina dello strumento referendario, che essendo il più immediato per l’espressione della volontà popolare, ed essendo al contempo sottoposto a limiti giuridici insuperabili, ci illumina sulla ratio che guidò i padri costituenti nella loro redazione, ovvero quella di rendere l’organizzazione statale il più possibile resistente e duratura , cercando di sottrarla a sconvolgimenti troppo radicali che possano derivare dalle masse dei cittadini. Il problema è intrinseco alla natura della democrazia; riguarda il complesso equilibrio tra il riconoscimento della volontà dei cittadini( della loro maggioranza), e le derive che questa volontà può avere per la vulnerabilità e mutevolezza a cui è esposta l’opinione pubblica. Gli altri due strumenti di democrazia diretta riconosciuti sono: l’iniziativa legislativa popolare e la petizione. La prima prevede la possibilità per i cittadini di proporre, raccogliendo almeno 50 000 firme, una proposta di legge al Parlamento. Resta però a quest’ultimo la discussione e la delibera sul disegno(art.71). Di fatto il Parlamento non da mai seguito a queste iniziative che rimangono perciò infruttuose. Il secondo consente ai cittadini di esporre al Palmento comuni necessità o richieste di provvedimenti legislativi (art. 50); come fa notare Filippo Gallo nel suo testo “Consuetudine e altri contratti” questo è un potere non dissimile da quello che veniva concesso ai sudditi nei confronti del monarca: come questi potevano rivolgere petizioni al sovrano, così i cittadini posso rivolgerle alle Camere. Anche questo è uno strumento inutilizzato stante la scarsissima considerazione di cui gode.  L’analisi svolta necessita di essere integrata da alcune annotazioni. Se si considera il potere che è riconosciuto al Parlamento sul vaglio delle proposte, legislative e non, di iniziativa popolare; sui limiti sostanziali posti al referendum; sui casi di disconoscimento degli esiti referendari da parte delle Camere (si veda il caso del finanziamento statale ai partiti); sui limiti e le forme cui è assoggettata la sovranità popolare, emerge un quadro in cui prevale nettamente la concezione rappresentativa della democrazia. Il Parlamento assume il ruolo di ago della bilancia del sistema, il suo potere sulle iniziative popolari dirette è molto ampio, se non prevalente. chiaro che l’impronta del sistema è quella di trovare nelle Camere il centro della vita politica e decisionale del Paese, che è preponderante anche rispetto alla volontà dei cittadini diretta e non mediata. Lo schema della rappresentanza è cardinale, come si evince dalla disciplina dei poteri dei rappresentati oltre che di quelli dei rappresentanti, per citare ancora Filippo Gallo. La massima espressione diretta, per il cittadino, è quella dell’elezione dei rappresentanti, non del voto referendario.

L’ottica della Costituzione è volta alla prudenza, alla mediazione parlamentare delle questioni, al Parlamento degli eletti come luogo di composizione dei problemi e del dibattito politico. Questa è una delle possibili soluzioni agl’interrogativi posti con i quesiti di inizio articolo. La volontà delle maggioranze viene quindi filtrata, per evitare l’insorgere di soluzioni troppo radicali o di sconvolgimenti tropo grandi. Un altro orientamento è quello svizzero, in cui invece la democrazia diretta assume un ruolo centrale nella vita politica, in cui gli elettori sono chiamati spesso a votare sia per abrogare leggi già avvallate dal Parlamento, sia per approvarle ex novo, senza un filtro delle Camere. La questione è più che mai aperta. Il conflitto tra rigidità e flessibilità delle istituzioni democratiche si basa su soluzioni contingenti, sempre passibili di modifiche. Nuove prospettive si aprono con le tecnologie informatiche, con la loro possibilità di utilizzo in campo di espressione diretta della volontà, con tutti i pericoli e i vantaggi ad esse connesse. Il caso della Catalogna, le provocazioni su un possibile referendum per fare uscire l’Italia dall’euro (inattuabile senza modificare la Costituzione), stimolano il dibattito politico, fanno emergere problemi e criticità connesse all’opportunità o meno di seguire il disegno normativo e l’equilibrio attuale raggiunto all’interno dei nostri sistemi politici. Un dibattito senza soluzioni condivise e che si proietta in un futuro ancora tutto da scrivere.

SITOGRAFIA/ BIBLIOGRAFIA

F.Gallo, Consuetudine e nuovi contratti, Torino 2012

http://www.inftub.com/diritto/Gli-istituti-di-democrazia-dir63456.php

https://it.wikipedia.org/wiki/Democrazia_diretta

http://www.dd-democraziadiretta.eu/che-cose-la-democrazia-diretta-e-come-si-sta-evolvendo/