La partecipazione politica e la democrazia diretta

57%Nel corso degli ultimi anni si registra in Europa un incisivo ricorso agli strumenti di democrazia diretta come correttivo ad una meno efficace e consapevole partecipazione attiva alla vita politico-istituzionale. Nel contesto attuale di forte sfiducia verso le istituzioni, la democrazia rappresentativa tradizionale vive una costante crisi, tanto che alcuni studiosi si sono spinti a parlare di contro-democrazia [1], come sistema in cui il fine primario dell’attivismo del cittadino è il controllo e la vigilanza, perdendo così la partecipazione politica ogni connotazione positiva e propositiva. In questa breve analisi cercheremo dunque di comprendere, con un occhio di riguardo per il nostro sistema costituzionale, come l’utilizzo degli istituti di democrazia diretta abbia assunto coloriture diverse senza costituire effettivamente un vero e proprio strumento di partecipazione politica.

Il termine partecipazione compare per la prima volta nella lettura della Carta Costituzionale Italiana all’art.3 comma secondo:

E` compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

 Il concetto che ne ricaviamo è di un generale attivismo sociale, che prescinde da qualsiasi preliminare distinzione tra i differenti modelli partecipativi democratici. Gli attuali indici di partecipazione politica e sociale sono costantemente monitorati dal Rapporto gli italiani e lo Stato di Demos&Pi. Senza dilungarsi nello specifico, si può notare che entrambi gli indici hanno conosciuto, nell’ultimo periodo, una lieve crescita. Questo fenomeno è legato a due fattori principali: il referendum costituzionale del 4 dicembre 2016 e la crescente influenza della rete sul circuito democratico. Vi si può leggere un buon auspicio, purché non si perda di vista il contesto, citato in premessa, di mancata fiducia nelle istituzioni politiche e di governo, il cui indice si attesta estremamente basso intorno al 26%. E’ proprio tale indice a rivelare la natura profondamente mutata degli strumenti di partecipazione diretta.

Secondo l’originaria impostazione voluta dai padri costituenti, gli istituti di democrazia diretta (referendum, disegno di legge di iniziativa popolare e petizione) dovevano costituire correttivi eventuali ed eccezionali alla democrazia mediata e rappresentativa, da essi prediletta quale via principale di partecipazione politica. Le Carte Costituzionali del II dopoguerra sono concepite, nella maggior parte dei casi, come compromessi in grado di sublimare i conflitti necessari in una società pluriclasse, secondo un pensiero di stampo Kelseniano. Così, se c’è una forma che offra la possibilità di eliminare questo profondo contrasto non mediante sanguinose rivoluzioni ma in modo pacifico e graduale, questa è la forma della democrazia parlamentare [2]. La diffidenza dei costituenti nei confronti degli istituti di democrazia diretta emerge dalla stessa disciplina che di essi si rinviene in Costituzione e dalle modalità con cui queste disposizioni sono state attuate: non a caso, infatti, si deve attendere il 1970 per l’emanazione della legge sui referendum previsti dalla Costituzione e sulla iniziativa legislativa del popolo [3]. L’utilizzo di alcuni di questi strumenti si è tuttavia intensificato nel tempo, in un ottica di controllo diretto del cittadino sull’operato politico. Alcuni studiosi si riferiscono a tale fenomeno con il termine di fondamentalismo democratico, caratterizzato da un uso sempre più frequente di appelli al popolo e inteso come continua richiesta di democrazia diretta, contrapposta, lo si ripete, alle forme di rappresentanza tradizionale ormai sfiduciate. Il referendum, nato come anello di dialogo tra rappresentati e rappresentanti, è l’istituto per eccellenza della democrazia del controllo: in un contesto storico in cui si avverte lo scollamento tra società civile e forze politiche, vi è un esaltazione di ogni strumento che possa costituire una sanzione nei confronti del potere stesso. La sovranità del popolo si manifesta effettivamente sempre più come una potenza di rifiuto, nella periodica espressone elettorale o nell’opposizione permanente alle decisioni dei governanti [4]. Questa concezione della democrazia come rifiuto trova conferma in un esempio estremamente recente: il referendum costituzionale sulla riforma Renzi-Boschi. Nonostante parte della dottrina rinvenga in tale tipo di consultazione una natura confermativa, non si può negare che la coloritura politica di cui si è tinto tale episodio sia risultata in un aperto atto di sfiducia nei confronti del Governo, mostrando al contrario una natura, almeno nel caso concreto, fortemente oppositiva.

Tale partecipazione in negativo non trova alcun contrappeso in forme di partecipazione propositiva. Come evidenziato già in La partecipazione democratica [5], gli altri due strumenti di democrazia diretta disciplinati in Costituzione, il disegno di legge di iniziativa popolare e la petizione, hanno un risvolto pratico minimo. Tra gli istituti giuridici in grado di favorire una partecipazione popolare costruttiva ricordiamo il referendum consultivo. La storia italiana ne registra a livello nazionale un unico episodio: si tratta del referendum di indirizzo, tenutosi il 18 giugno 1989, in merito al conferimento o meno di un ipotetico mandato costituente al Parlamento europeo, i cui rappresentanti italiani venivano eletti contestualmente. Poiché la Costituzione italiana omette di disciplinare i referendum consultivi, che devono conseguentemente ritenersi vietati, in tale occasione fu necessaria l’approvazione di una legge costituzionale ad hoc. Si trattò di una consultazione a forte valenza plebiscitaria, che vide l’affluenza alle urne dell’88% degli elettori. Attualmente, abbiamo assistito allo svolgersi delle consultazioni referendarie in Lombardia e Veneto: questi due referendum consultivi trovano legittimazione nei rispettivi Statuti regionali ed hanno avuto ad oggetto l’apertura di trattative con il Governo per il conferimento di maggiore autonomia alle Regioni stesse. Per allargare lo sguardo allo scenario europeo, si ricordano altresì i referendum che si sono svolti in Regno Unito e Catalogna. Assimiliamo in questa sede situazioni estremamente differenti perché accomunate dalla medesima ratio. Scopo di tali consultazioni, il cui esito non risulta in nessun modo vincolante per le istituzioni, sembra essere esclusivamente la legittimazione popolare di particolari scelte politiche. Proprio per lo stretto legame che corre tra queste forme di consultazione popolare e l’obiettivo di legittimazione politica, non possono ritenersi propriamente strumenti di esercizio della sovranità spettante al popolo (art.1Cost.): per quanto possano essere considerati tali su un piano essenzialmente formale, il loro utilizzo è fortemente strumentalizzato, tanto da risultare traviati nella loro propria natura. Si connotano inoltre di coloriture simili al plebiscito, vertendo non tanto su decisioni già assunte da un organo istituzionale, quanto su questioni strettamente politiche, che, se pur in alcuni casi indirettamente, riguardano la natura stessa delle istituzioni e dell’assetto costituzionale.

Agli istituti tradizionali di democrazia diretta, si affiancano nuove forme di attivismo, che registrano un sempre crescente interesse. In prima battuta si ricordano le consultazioni pubbliche previste a livello europeo e regionale, quali pratiche partecipative interne all’iter di formazione di atti giuridici a portata generale. In una prospettiva ottimistica, queste forme di partecipazione, possono superare la concezione sopra emersa della democrazia in senso negativo quale democrazia del controllo. Perché ciò avvenga è necessaria una loro istituzionalizzazione, al fine di delimitare l’oggetto delle consultazioni in maniera chiara e univoca: in caso contrario, se le procedure di attivazione, di svolgimento e di valutazione delle consultazioni si limitano a dare conto di una mera sommatoria di più o meno numerosi pareri e proposte, i decisori finali non saranno aiutati a supportare le proprie decisioni in modo argomentato e documentato ed, anzi, sarà più vicino il rischio della deriva verso forme di propaganda se non addirittura di populismo [6]. Infine, si cita il fenomeno in continua crescita della partecipazione democratica sul web. La rete, così come intesa nel pensiero di Stefano Rodotà [7], costituisce la forma per eccellenza di democrazia immediata, ovvero estranea al circuito rappresentativo, di cui scardina le stesse basi partitiche. In quest’ottica la rete sconvolge profondamente le basi concettuali delle democrazie moderne, non rimanendo confinata ad una logica di tipo referendario ma coinvolgendo l’intero dibattito istituzionale e di partecipazione politica.

 

Molte altre considerazioni potrebbero essere fatte circa il rapporto sempre più conflittuale tra la democrazia rappresentativa e la democrazia diretta. Si tratta di un’analisi che coinvolge tanto la scienza del diritto quanto altre discipline quali la politologia, sociologia e filosofia e che, per il suo carattere estremamente contingente, non consente che questa breve illustrazione.

NOTE

[1] P. Rosanvallon, Controdemocrazia, Castelvecchi 2006

[2] H. Kelsen, Il problema del parlamentarismo (1925), Milano, Giuffrè, 1982

[3] Legge 25 maggio 1970, n. 352.

[4] P. Rosanvallon, Controdemocrazia, Castelvecchi 2006

[5] U. Pecorari, La partecipazione democratica, nomodos-ilcantoredelleleggi.it

[6] P. Marsocci, Effettività e “sincerità” della partecipazione popolare. Spunti sui cambiamenti dell’assetto costituzionale italiano. costituzionalismo.it Fascicolo 3/2015. Si ricorda che su questo tipo di consultazioni si è espressa anche la Corte Costituzionale italiana. Si cita, ad esempio, C.Cost.sent.379/2004 con riferimento all’istruttoria pubblica introdotta dall’Emilia Romagna.

[7] Si richiama indirettamente il saggio dell’Autore: Iperdemocrazia, Laterza, 2013.

 

Bibliografia e sitografia

  • Diamanti, Democrazia Ibrida, Editori Laterza, 2014
  • Rosanvallon, Controdemocrazia, Castelvecchi 2006
  • Le trasformazioni della forma di Stato. Rappresentanza, governabilità, partecipazione in it
  • Rapporto gli italiani e lo Stato 2016 it