“Ubi lex voluit dixit, ubi noluit tacuit: delle problematiche della convivenza more uxorio”

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Paolo e Francesca sono una coppia come tante: dopo essersi frequentati, ed aver trovato lavoro, hanno deciso di andare a vivere insieme. Per anni hanno scelto di mantenere questa situazione di mera convivenza senza convolare a nozze, per tutta una serie di motivi che non andremo ad indagare, fino a quando non hanno saputo che, dal 2016, esiste la possibilità di registrare la propria convivenza more uxorio ed ottenere maggiori tutele rispetto allo stato attuale, per mezzo della legge numero 76, comunemente nota come “Legge Cirinnà”.

Paolo e Francesca hanno deciso di fare questo primo passo, effettuando la dichiarazione anagrafica necessaria per ottenere il nuovo status. I due hanno quindi organizzato una cerimonia alla quale gli invitati hanno fatto loro dei donativi, come se si trattasse di un matrimonio, e deciso di cogliere quest’occasione di felicitazione per fare quel viaggio a Venezia che da tanti anni pensavano di compiere.

Paolo e Francesca si sono quindi rivolti ai propri datori di lavoro per richiedere il congedo matrimoniale di 15 giorni di calendario, ed  ottenere dall’INPS, essendo entrambi operai, l’assegno per congedo matrimoniale di otto giorni. Ma entrambe le istanze sono state loro negate.

Alle richieste di chiarimenti, entrambi i datori di lavoro hanno motivato la loro mancata concessione del permesso sostenendo che, non essendo la convivenza registrata equiparata al matrimonio, il requisito per richiedere tale congedo non sussista.

Paolo, memore dell’esperienza fatta dal suo collega di lavoro Alessio, è rimasto allibito dal fatto che a lui sia stato negato tale congedo. È grazie alla stessa legge se Alessio si è infatti potuto “sposare” o, per meglio dire, unire civilmente con il suo compagno Alessandro e godersi il “viaggio di nozze” usufruendo del congedo a lui negato!

Recatosi dal proprio rappresentante sindacale per rivendicare questa iniquità, Paolo ha invece ricevuto dal sindacalista la conferma della stessa indicazione data dal datore di lavoro.

Leggendo la disciplina contenuta nella legge 76/2016 possiamo infatti osservare come per le coppie conviventi sia stato disposto un regime diverso da quello delle unioni civili, in quanto mentre queste ultime trovano una quasi completa parificazione all’istituto del matrimonio, per la convivenza more uxorio registrata è stata prevista solo una serie di benefici, tra i quali ricordiamo:

  • gli  stessi  diritti  spettanti  al coniuge nei casi previsti dall’ordinamento penitenziario.
  • il diritto a godere della preferenza nelle graduatorie per l’assegnazione di edilizia popolare qualora l’appartenenza ad un nucleo familiare ne costituisca titolo, nonché il diritto di subentrare nel contratto di locazione in caso di morte del convivente conduttore, o continuare a vivere nella casa di proprietà per un periodo equivalente alla convivenza, nel limite minimo di due e massimo di cinque.
  • il diritto ad avere una partecipazione agli utili dell’impresa familiare nella misura del lavoro (stabilmente) prestato, in assenza di un rapporto di società o di lavoro subordinato.
  • la possibilità di essere nominato tutore, curatore o amministratore di sostegno, qualora l’altra parte sia dichiarata interdetta o inabilitata.
  • la possibilità di disciplinare i rapporti patrimoniali relativi alla loro vita in comune tramite apposito contratto di convivenza nel quale indicare la comune residenza, le modalità di contribuzione alle necessità della vita in comune, e scegliendo il regime patrimoniale della comunione dei beni, cui si applicheranno le regole del codice civile.
  • il diritto al risarcimento, nelle stesse modalità previste per il coniuge superstite, in caso di decesso del convivente derivante da fatto illecito di un terzo.
  • il diritto reciproco di visita, di assistenza nonché di  accesso alle informazioni personali, in caso di malattia o di ricovero.
  • la possibilità di designare l’altro convivente quale rappresentante con pieni o limitati poteri in caso di malattia che comporti incapacità di intendere o di volere, e sulla donazione di organi, le modalità di trattamento del corpo e le celebrazioni funerarie in caso di morte.

Paolo e Francesca non si sono fatti scoraggiare da questo primo imprevisto, e dopo esser riusciti ad ottenere le ferie nello stesso lasso di tempo partono alla volta della Serenissima per poter celebrare il loro “viaggio di convivenza”, nel quale i due trascorreranno il più bel soggiorno della loro vita.

Rientrati dalle ferie, è tempo di rimettersi al lavoro… E forse è proprio a causa della distrazione dovuta al tenero ricordo del passaggio in gondola sotto al Ponte di Rialto che Paolo compie una manovra sbagliata sul luogo di lavoro e rimane vittima di un tragico incidente, nel quale perde la vita.

Francesca, dopo aver pianto il convivente ed aver adempiuto alle celebrazioni funerarie, avendo accertato gli anni di retribuzione e contribuzione di Paolo, si è quindi rivolta all’INPS per chiedere (a seconda del compiuto o mancato soddisfacimento dei requisiti di legge) la pensione indiretta (c.d. pensione ai superstiti), quella supplementare indiretta, o l’indennità di morte. Ma anche in questo caso, proprio come per la domanda di congedo matrimoniale, la sua istanza è stata rigettata, poiché la legge 76/2016 non dispone l’equiparazione dei conviventi alla coppia coniugata.

La norma di riferimento è l’articolo 13 del Regio Decreto Legge del 14 aprile 1939 n. 636, rubricato “Soggetti subentranti al diritto alla pensione dell’assicurato deceduto”.

L’articolo, frutto di una fitta alternanza di norme e sentenze della Corte Costituzionale, va a comporre l’elenco dei soggetti beneficiari, di seguito riportato:

  • il coniuge;
  • i figli (ora senza più distinzioni per effetto della legge 10 dicembre 2012, n. 219);
  • i genitori ultrasessantacinquenni ed in caso di assenza di questi ultimi i fratelli celibi e le sorelle nubili inabili;
  • il coniuge divorziato che percepiva l’assegno divorzile;
  • i nipoti minori, qualora risulti provata vivenza a carico degli ascendenti;
  • i soggetti dello stesso sesso uniti civilmente (per effetto della disposizione “parificatrice” contenuta nel comma 20 dell’aticolo 1 della “Legge Cirinnà”).

La situazione non sarebbe cambiata se Paolo fosse stato già pensionato: nel caso in cui il dante causa sia titolare di pensione diretta ovvero avendone diritto, ne abbia in corso la liquidazione. I superstiti infatti avranno diritto alla pensione di reversibilità.

Sul  diritto alla reversibilità in merito al convivente “registrato” la legge 76/2016 tace, e dall’analisi del dato letterale emerge la differenza rispetto all’unione civile per persone dello stesso sesso in merito alla mancanza di una previsione parificatrice.

Se per l’unione civile è stato appositamente disposto nel comma 20 dell’articolo 1 che «Al solo fine di assicurare l’effettività della tutela dei diritti e il pieno adempimento degli obblighi derivanti dall’unione civile tra persone dello stesso sesso, le disposizioni che si riferiscono al matrimonio e le disposizioni contenenti le parole «coniuge», «coniugi» o termini equivalenti, ovunque ricorrono nelle leggi, negli atti aventi forza di legge, nei regolamenti nonché negli atti amministrativi e nei contratti collettivi, si applicano anche ad ognuna delle parti dell’unione civile  tra persone dello stesso sesso. La disposizione di cui al periodo precedente non si applica alle norme del codice civile non richiamate espressamente nella presente legge, nonché alle disposizioni di cui alla legge 4 maggio 1983, n. 184.», lo stesso non può dirsi per la convivenza registrata.

Questo principio di esclusione opera anche in materia di infortunistica sul luogo lavoro e malattie professionali: il convivente non avrà diritto al versamento delle rendite, in quanto l’articolo 85 del D.P.R. 30 giugno 1965 n. 1124 non prevede tra gli aventi diritto il convivente more uxorio, neanche se “registrato”. A supporto di tale tesi è intervenuta la Circolare INAIL n. 43 del 13 ottobre 2017, la quale stabilisce che per effetto dell’articolo 1 comma 20 della legge 76/2017 avvenga, nei confronti dell’unione civile, l’applicazione automatica alle parti delle norme riguardanti i diritti alle prestazioni economiche erogate dall’Inail, precedentemente riservate solo ai coniugi. «Diversamente, per quanto riguarda le convivenze di fatto la legge non prevede alcuna equiparazione di status tra coniugi e conviventi more uxorio, introducendo principalmente il contratto di convivenza, al fine della regolamentazione dei rapporti patrimoniali, nonché il riconoscimento di alcuni diritti specifici. […] In assenza di una espressa disposizione normativa in materia di equiparazione di status tra coniuge e convivente di fatto, quest’ultimo non può essere ritenuto beneficiario delle prestazioni economiche erogate dall’Inail.»

Riassumendo il pensiero della giurisprudenza, possiamo dire che quest’ultima anche ante lege 76/2016 abbia da sempre pacificamente sostenuto che in tema di pensione ai superstiti e pensioni di reversibilità, ai conviventi more uxorio dovesse applicarsi un regime differente da quello della coppia sposata, in quanto il presupposto per l’attribuzione del beneficio risiederebbe proprio nella preesistenza di un rapporto giuridico effettivo, non riscontrabile, almeno fino ad ora, nella convivenza more uxorio. Tale disparità di trattamento tra la famiglia dell’articolo 29 della Costituzione, ed i conviventi more uxorio è stata ritenuta a più riprese costituzionalmente legittima per la riconduzione della convivenza nella tutela delle “formazioni sociali” in cui si sviluppa la personalità dell’individuo prevista dall’articolo 2 Cost.

Ragionamento analogo è stato seguito anche nel considerare la relazione tra la coppia di fatto e la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo: il principio emergente dalla CEDU ed il Protocollo n.1 è quello di equiparare la famiglia di fatto a quella legittima al solo fine di eliminare le discriminazioni afferenti ai diritti fondamentali della persona, fra i quali non è stato però riconosciuto il diritto alla sopra citata pensione.

Tale tesi è tuttavia contestata da una parte della dottrina, che per tali istituti ravvisa come ratio proprio quella di consentire ai membri superstiti di sopperire, tramite il versamento di una certa cifra di denaro, alla sopravvenuta mancanza del familiare e del salario/stipendio annesso, prevenendo quindi il nucleo familiare da un potenziale stato di indigenza. Ed è proprio nello stato di indigenza che questa dottrina individuerebbe la lesione dei diritti fondamentali.

Un altro possibile argomento di contestazione della sopracitata opinione della giurisprudenza emergerebbe proprio con l’istituto della registrazione delle convivenze: parte della dottrina evidenzia come oggi sarebbe possibile obiettare al requisito della preesistenza di un rapporto giuridico effettivo per mezzo della dichiarazione anagrafica disposta dalla legge per registrare la convivenza. Tale dichiarazione sarebbe infatti suscettibile di avere valenza in qualità di “preesistente rapporto giuridico” alla convivenza di fatto registrata.

Ulteriore punto critico a sostegno di questa tesi risiederebbe nella previsione di cui all’articolo 65 della “Legge Cirinnà”, che prevede che il giudice possa disporre la prestazione degli alimenti all’altro convivente qualora si verifichi la cessazione della convivenza di fatto e questo versi in stato di bisogno e non sia in grado di provvedere al proprio mantenimento.

Tornando alla visione maggioritaria possiamo quindi affermare che il principio di esclusione operato dalla mancanza di una previsione analoga a quella dell’art. 1 comma 20 della Cirinnà sia riconducibile al brocardo “Ubi lex voluit dixit, ubi noluit tacuit”, con l’implicazione dell’impossibilità di compiere alcuna interpretazione estensiva.

Tale fatto, come abbiamo in parte visto, ha ripercussioni significative dal punto di vista previdenziale, ma non è finita qui.

Cosa sarebbe successo se Paolo, anzichè purtroppo decedere, in esito all’infortunio fosse sopravvissuto ma fosse stato riconosciuto disabile ex L. 68/1999, e gli fosse stato riconosciuto lo stato di Handicap grave di cui all’art. 33 comma 3 della Legge 104/1992? Paolo e Francesca non avrebbero potuto, nemmeno con la registrazione della convivenza, usufruire dei permessi ex l.104/92. La soluzione a quest’ultimo problema tuttavia esiste, e la possiamo trovare nell’intervento della Corte Costituzionale, che con la sentenza numero 213 del 23 settembre 2016, ha sancito l’illegittimità costituzionale della suddetta legge nella parte in cui non prevedeva i permessi anche per i conviventi, per ogni tipologia di convivenza more uxorio. La Circolare INPS numero 38 del 27 febbraio 2017 è intervenuta a definire questi aspetti: «Il convivente, pertanto, deve essere incluso tra i soggetti legittimati a fruire dei permessi di cui all’art 3, comma 3, della legge 104/92 per l’assistenza alla persona con disabilità in situazione di gravità, in alternativa al coniuge, parente o affine di secondo grado».

Merita precisare che l’apertura alle convivenze di fatto, essendo l’esito di una pronuncia della Corte Costituzionale su una specifica disciplina, non può essere estesa in via interpretativa al congedo straordinario di cui all’art. 43 comma 5 del D.Lgs. n. 151 del 2001.

Sempre in tema di “permessi 104”, è da segnalarsi che per il civilmente unito non è possibile, a differenza del coniuge, richiedere il permesso in ragione dello stato di “Handicap certificato” ex L. 104/92 di uno dei parenti dell’altro civilmente unito in quanto, stando al contenuto della Circolare INPS numero 38 del 27 febbraio 2017 non è stato riconosciuto il rapporto di affinità verso questi ultimi. «Si fa presente, altresì, che tra un parte dell’unione civile e i parenti dell’altra non si costituisce un rapporto di affinità dal momento che l’art. 78 del codice civile non viene espressamente richiamato dalla legge n.76 del 2016».

Veniamo quindi alla successione di Paolo, del quale non è stato rinvenuto alcun testamento.

Il codice civile prevede all’articolo 457 che in assenza di testamento si abbia la c.d. successione ab intestato, o legittima.

Che cosa spetta a Francesca?

Non sarà necessario in questa sede tediare il Lettore ipotizzando i più svariati casi di scuola, poiché la risposta data dalla legge 76/2016 al nostro quesito è chiara: niente.

“Ubi lex voluit dixit, ubi noluit tacuit”. Anche qui viene applicato al convivente registrato il principio di non parificazione, mentre il civilmente unito si vedrà inserito nella posizione del “coniuge”. Con specifico riferimento alle successioni, il comma  21 della Legge 76/2016 stabilisce che «Alle parti dell’unione civile tra persone dello stesso sesso si applicano le disposizioni previste dal capo III (“Delle indegnità”, artt. 463 – 466) e dal capo X (“Dei legittimari”, artt. 536 – 564) del titolo I (“Disposizioni generali sulle successioni”), dal titolo II (“Delle successioni legittime”, artt. 565 – 586) e dal capo II (“Della collazione”, artt. 737 – 751) e dal capo V-bis (“Del patto di famiglia”, artt. 768 bis – 768 octies) del titolo IV (“Della divisione”) del libro secondo (“Disposizioni generali sulle successioni”) del Codice Civile».

E se Paolo e Francesca avessero voluto disporre qualcosa in merito, magari inserendo qualche previsione nel “contratto di convivenza” previsto nel comma 50 dell’articolo 1 legge 76/2016?

Purtroppo Francesca non avrebbe alcun modo di far valere il contenuto di quelle previsioni, poiché, non essendo qualificabile come testamento ai sensi e per gli effetti degli artt. 587 e 601 ss. del Codice Civile,  a tale contratto si andrebbe ad applicare il divieto di patti successori previsto dall’articolo 458, che prevede la nullità di ogni convenzione con cui taluno disponga della propria successione, fatta salva l’eccezione del “patto di famiglia” di cui all’art. 768-bis c.c. il quale però ha una natura societaria e non ci può essere di alcun aiuto.

Francesca quindi, ex articolo 2112 del Codice Civile, non potrà vantare neanche i diritti sul Trattamento di Fine Rapporto di Paolo, e nemmeno all’indennità prevista dal terzo comma dell’articolo 2118, quantificata nella stessa misura del preavviso.

Gli unici diritti previsti in ottica successoria per il convivente more uxorio registrato risultano quelli previsti dall’articolo 1 al comma 44, che prevede la facoltà di succedere nel contratto di locazione, ed al comma 42: il diritto di continuare a vivere nella casa di proprietà del convivente deceduto per un periodo equivalente alla convivenza, nel limite minimo di due (tre nel caso in cui coabitino figli minori o figli disabili del convivente superstite) e massimo di cinque. Il comma successivo prevede i casi di decadimento dal beneficio (il cessare di abitare stabilmente quella casa, ed il contrarre nuova convivenza di fatto, un matrimonio, o un’unione civile).

Non rimane quindi che fare una riflessione sull’attuale scenario italiano.

Considerando il genus “due persone che vivono insieme, legate vincolo affettivo” per l’ordinamento italiano sarebbero elencabili quattro situazioni:

  1. matrimonio (tra persone eterosessuali)
  2. unione civile (tra persone omosessuali)
  3. convivenza more uxorio registrata (sia tra eterosessuali che omosessuali)
  4. convivenza more uxorio non registrata (sia tra eterosessuali che omosessuali)

La trattazione della convivenza more uxorio registrata, avendoci portato a riscontrare forti limitazioni a livello di tutela, ed un elevato numero di problemi per il convivente che si trovi a dover far fronte alla morte del compagno/a, ci mette di fronte ad un importante quesito: perché elaborare un simile istituto?

Stando al parere di chi scrive, una prima possibile risposta, tacciabile di populismo, è il  “favor populi”. Va infatti ricordato come l’iter di elaborazione ed approvazione della legge 76/2016 stato oggetto di accese discussioni tra varie forze politiche della precedente legislatura, specialmente in merito alla parte riguardante le unioni civili. È fuor di dubbio come le pressioni dei gruppi politici abbiano portato modifiche, anche pesanti, al disegno di legge. L’esempio maggiormente rappresentativo è quello della previsione sulla possibilità di adozione di minore da parte della coppia civilmente unita, culminata con l’espressa previsione (sempre al comma 20) di non applicazione alla legge 184/1983 “Diritti del minore ad una famiglia”, lasciando però una porta socchiusa per mezzo della previsione «resta fermo quanto previsto e consentito in materia di adozione dalle norme vigenti».

Ma perché allora disciplinare anche le convivenze di fatto, introducendo una variante “ibrida” tendente però più alla convivenza non registrata che al matrimonio?

Una possibile via interpretativa potrebbe essere quella di “convivenza more uxorio registrata come incentivo al matrimonio”.

Stando alle indagini condotte da Istat e Censis sarebbe emerso come durante il ventennio 1994-2014 si sia verificata una progressiva riduzione dei matrimoni ed un aumento delle coppie di fatto. Ma è altresì da segnalare che a partire dal 2015 si stia riscontrando un aumento dei matrimoni.

Dal punto di vista giuridico, è da tenere a mente che se il legislatore fosse giunto a regolamentare un istituto di “convivenza” in tutto e per tutto analogo a quello del “matrimonio”, e quindi con un disposto come quello dell’articolo 1 comma 20, avremmo avuto l’insorgere di due identici istituti: convivenza registrata “ex matrimonio”, e matrimonio in senso proprio.

Concentriamoci quindi su quello che, stando dal punto di vista di chi scrive, sarebbero i punti di forza di questa legge, ovvero:

  • gli  stessi  diritti  spettanti  al coniuge nei casi previsti dall’ordinamento penitenziario
  • il diritto reciproco di visita, di assistenza nonché di  accesso alle informazioni personali, in caso di malattia o di ricovero.
  • la possibilità di designare l’altro convivente quale rappresentante con pieni o limitati poteri in caso di malattia che comporti incapacità di intendere o di volere, e sulla donazione di organi, le modalità di trattamento del corpo e le celebrazioni funerarie in caso di morte.
  • il diritto al risarcimento, nelle stesse modalità previste per il coniuge superstite, in caso di decesso del convivente derivante da fatto illecito di un terzo.

Per la coppia che ha come regime quello di una convivenza more uxorio, questi quattro punti stabiliscono un concreto vantaggio, poiché questi diritti non erano precedentemente riconosciuti dall’ordinamento.

Se quindi il convivente registrato ha il diritto a non rilasciare testimonianze nel procedimento penale a carico del compagno/a, lo stesso convivente registrato ha anche il diritto a vedersi riconosciuto dal personale medico il diritto ad accedere ai dati sanitari di quest’ultimo, e di poter essere il destinatario dei poteri conferitigli. E in caso di “malasanità” o qualsiasi altro caso in cui il compagno muoia a causa di un illecito commesso da terzi, avrà il diritto ad agire nei confronti del responsabile per il c.d. danno da morte. Tutte possibilità che in passato erano loro precluse.

In merito alla possibilità di essere nominato tutore, curatore o amministratore di sostegno, è da sottolineare come tale possibilità fosse già prevista nell’articolo 408 del Codice Civile, ma alla luce della presente legge è possibile ipotizzare un rafforzamento della posizione del convivente registrato.

Il tema della comparazione del convivente che lavora nell’impresa del compagno al coniuge che lavora nell’impresa familiare non è stato volutamente trattato per ragioni di narrazione. Si segnala tuttavia che tale tematica è stata altresì oggetto di una serie di problematiche, in particolare dal punto di vista del versamento dell’assicurazione obbligatoria, della disparità di trattamento rispetto al coniuge, e dell’espediente di utilizzare un contratto di lavoro subordinato nonostante quest’ultimo mal si adatti alla posizione sostanziale del convivente che lavora in azienda.

Alla luce di tutto ciò che ci siamo detti quindi la domanda finale che potremmo porci sarebbe “Vale la pena registrare l’unione civile? E se si volessero maggiori tutele?”

Per sopperire a questa esigenza potremmo affermare che, al fine di ottenere un maggior numero di garanzie da parte dello Stato, sarebbe più che sufficiente contrarre matrimonio oppure un’unione civile, a seconda del genere di appartenenza della coppia.

Di Giulio Ellese

Bibliografia e Sitografia

Diritto del Lavoro Vol.2 Il rapporto di lavoro subordinato (Carnici F., De Luca Tamajo R., Tosi P., Treu T. , Utet Giuridica, 2016)

Fondamenti di Diritto della Previdenza Sociale (Persiani M. D’Onghia M., Giappichelli Editore, 2016)

“Il rapporto di lavoro tra persone dello stesso sesso unite civilmente o fra conviventi more uxorio: possibili inquadramenti e conseguenti obblighi contributivi” di Stefano Dal Maso, Lavoro e Previdenza oggi numeri 7-8 Anno XLIV, Iuridica Edizioni Distribuzioni ISSN 0390-251X

“Il convivente more uxorio non ha diritto alla pensione ai superstiti. Commento alla Cassazione Civile Sez. lav. sentenza numero 22318 del 7 dicembre 2016” di Claudia Carchio, Il Lavoro nella giurisprudenza-mensile di giurisprudenza e dottrina numero 3 Anno XXV, Wolters Kluwer ISSN 1591-4178

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https://www.quotidianosicurezza.it/normativa/inail/inail-legge-76-2016-unioni-civili.htm

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https://www.disabili.com/lavoro/articoli-lavoro/anche-il-convivente-ha-diritto-ai-permessi-della-legge-104-92-per-assistenza-disabili

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http://www.repubblica.it/cronaca/2016/07/07/news/matrimonio-143583963/

http://27esimaora.corriere.it/articolo/perche-il-matrimonio-fa-cosi-paura/?refresh_ce-cp