“NEI SECOLI FEDELE”: L’Arma dei Carabinieri non accetta tradimenti

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La fedeltà è la principale virtù che ogni Carabiniere promette solennemente col giuramento prestato ad inizio della propria vita militare.

Una promessa assoluta che trova esplicito richiamo nell’art. 1348 del codice penale militare, dall’ampio significato, comprensiva di affidabilità, verità, onestà e lealtà alla Patria, alla Costituzione repubblicana, alle Istituzioni e, in particolare, all’Arma dei Carabinieri.

Proprio per la sua importanza, il concetto di fedeltà (tipico dei rapporti più stretti, quelli familiari) è riscontrabile nei principali emblemi della Benemerita.

In primis, ogni 21 novembre l’Arma celebra in Maria la fedeltà: l’8 dicembre 1949 Maria “Virgo Fidelis” veniva proclamata ufficialmente “Patrona dei Carabinieri” da Papa Pio XII, il quale accoglieva l’istanza di S.E. Mons. Carlo Alberto di Cavallerleone, ordinario militare per l’Italia.

Prima ancora, nel 1914, il concetto di fedeltà veniva ripreso dal Cap. Cenisio Fusi quando, in occasione del primo centenario dell’Arma, coniava quello che dal 10 Novembre 1933 è il motto araldico dei Carabinieri: “Nei secoli fedele”.

Una fedeltà che non conosce limiti quella del Carabiniere, il quale deve fare di tale fondamentale virtù il principio cardine del suo agire quotidiano.

Proprio per tali ragioni assume particolare rilevanza il comportamento privato del Carabiniere, con particolare riferimento alla fedeltà coniugale, caposaldo del rapporto di coniugio, atteso che la sua violazione lede l’onorabilità e il decoro non solo del coniuge tradito, ma anche del Corpo stesso.

In questo senso, l’ordinamento ha inteso dare valore a quei comportamenti tenuti dal militare nell’ambito della sua vita privata che risultino non conformi al senso di responsabilità individuato dall’art. 14 del Regolamento di disciplina militare.

Inoltre, ai sensi dell’art. 422 Regolamento Generale dell’Arma, il particolare status di Carabiniere impone speciali doveri, che si aggiungono a quelli comuni a ciascun militare, fissati dalle leggi e dai regolamenti.

Nello specifico, in forza dell’art. 423, secondo comma, Regolamento Generale dell’Arma sono ritenuti meritevoli di sanzione, tra gli altri, i comportamenti che risultino lesivi del prestigio personale e dell’Istituzione.

Muovendo da tali basi, la giurisprudenza ha più volte ribadito che l’infedeltà coniugale possa riverberare i suoi effetti anche sulla carriera del militare considerato che le condotte del Carabiniere, tenute anche al di fuori del servizio, devono essere valutate secondo i più rigorosi parametri riferibili agli appartenenti all’Arma con conseguente applicazione di sanzione di corpo.

Infatti, la Corte di legittimità ha ritenuto che nel caso in cui la relazione extraconiugale del Carabiniere possa pregiudicare il prestigio delle Forze armate (minandone la credibilità ed il prestigio presso l’opinione pubblica), tali condotte assumano rilievo ai fini disciplinari e delle valutazioni della meritevolezza all’avanzamento gerarchico in quanto indice di possibile inadeguatezza del militare all’esercizio delle funzioni del grado superiore.

Inoltre, la necessità di tutelare i valori dell’Istituzione da cui deriva l’alto grado di stima e di fiducia di cui questa gode tra i consociati, ha portato la Corte di Cassazione a ritenere lecito, in forza dell’articolo 545 del Regolamento di disciplina militare, il divieto imposto dal superiore al subalterno “infedele” di proseguire la relazione extra coniugale intrattenuta da quest’ultimo.

In particolare, la Suprema Corte ha ritenuto configurare l’ipotesi di insubordinazione (artt. 189 e 190 c.p.m.p) il comportamento di un Appuntato dei Carabinieri che reagì al richiamo dando del ladro e dell’infame al superiore e tentando di rovesciargli addosso la scrivania; e ciò in quanto la sua condotta non nasceva da dissidi di natura personale, ma mirava esclusivamente a contrastare l’intervento che il comandante, nel legittimo esercizio delle proprie attribuzioni istituzionali, aveva avanzato nei confronti del subalterno.

In tale prospettiva funzionale è stato chiarito che nell’ordinamento militare assumono rilievo, ai fini della valutazione del militare, una serie di comportamenti che trascendono l’ambito della prestazione lavorativa e che investono la vita privata del militare, in quanto ritenuti comportamenti significativi di “valori morali”.

Posizioni nette quelle che vengono assunte nei confronti del Carabiniere e che appaiono ancora più forti se si tiene conto dell’evoluzione giurisprudenziale in punto tradimento la cui rilevanza sta andando progressivamente a scemare ai fini della pronuncia di addebito della separazione.

Com’è noto, in ambito squisitamente civilistico, ai sensi dell’art. 143 c.c. viene previsto nell’ambito del matrimonio il dovere di fedeltà reciproca tra i coniugi.

In linea di massima, l’infedeltà coniugale rappresenta un illecito civile suscettibile di risarcimento danni.

Tuttavia, il tradimento del coniuge non è sempre causa di una pronuncia di addebito: può capitare, infatti, che il tradimento sia una conseguenza della crisi coniugale già in atto.

Ecco quindi che il giudice viene chiamato ad esprimersi in ordine all’addebito della separazione accertando che la crisi coniugale sia ricollegabile al comportamento oggettivamente trasgressivo dei coniugi, verificando un nesso causale tra i comportamenti addebitati ed il determinarsi dell’intollerabilità della convivenza e tenendo conto della frequenza e delle modalità con cui l’infedeltà è avvenuta.

Inoltre, non può non citarsi il disegno di legge (atto n. 2253) avanzato al Senato in data 25 febbraio 2016 e finalizzato a modificare l’art. 143 c.c. con la soppressione dell’obbligo reciproco di fedeltà tra i coniugi “in quanto retaggio di una visione ormai superata e vetusta del matrimonio, della famiglia e dei doveri e diritti dei coniugi”.

Alla luce di quanto fino ad ora esposto, appare evidente che anche fatti meramente personali ritenuti pressoché irrilevanti nella valutazione professionale dei dipendenti civili, possono assumere una rilevanza disciplinare per il Carabiniere.

E così, a quegli uomini con la fiamma sul capo le cui azioni meritorie sono accomunate dalla fedeltà, dal valore e dal senso del dovere viene richiesto di essere fautori di altissimi valori morali e, in particolare, di fedeltà sia nei confronti delle Istituzioni e dei colleghi sia nell’ambito dei propri rapporti familiari.

D’altra parte un Carabiniere è tale per tutta la vita; è intrinseco nella natura del vero Carabiniere l’essere portatore di sincerità, di rispetto delle persone e delle regole, dedito al sacrificio in ogni situazione, sia essa professionale o personale.

Nei secoli fedele” è il motto della grande famiglia dell’Arma.

Una famiglia numerosa comprensiva dei tanti militari in servizio e di quelli in congedo che continuano con entusiasmo ad essere a disposizione della Comunità anche grazie all’Associazione Nazionale.

Una famiglia che racchiude genitori, coniugi e figli che vivono in prima persona le difficoltà e le gioie del loro Carabiniere, in un equilibrato connubio di onestà, sacrificio e affetti.

Una famiglia caratterizzata da sempre e per sempre da una lealtà e da un rispetto delle regole che non ammettono eccezioni, sempre uguali a prescindere dall’avvicendarsi delle epoche.

Dott. Alessio SOLINAS

 

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