La just satisfaction nella giurisprudenza della Corte EDU

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Siamo dunque di fronte ad un sistema su due livelli: in primo luogo, la Corte di Strasburgo predilige una risposta pratica, messa in atto direttamente dagli Stati stessi, con i mezzi a loro disposizione; qualora ciò non sia possibile (per esempio qualora la Corte stessa censuri una previsione legislativa inadatta a consentire una piena tutela dei diritti convenzionali), è allora la Corte stessa a stimare una just o équitable soddisfazione per l’interesse leso.

Determinare la natura ed eventualmente il quantum di questa soddisfazione rappresenta una questione ancora oggi dibattuta: la Corte può infatti ritenere sufficiente il semplice riconoscimento della violazione quale forma di equa soddisfazione, anche se, più comunemente, a questo riconoscimento è accompagnato alla determinazione di una somma di denaro a titolo di risarcimento. Ma cosa succede quando il danno non sia facilmente quantificabile? Cosa accade se, per esempio (e sono i casi più comuni), la violazione di una norma porti ad un danno di natura non patrimoniale, per esempio perché di natura morale? [1].

Paradigmatica in questo senso è la recente sentenza della Corte di Strasburgo sul caso Nagmetov c. Russia [2], che ha dato la possibilità ai giudici di ribadire alcuni profili relativi proprio alla definizione e quantificazione della just satisfaction di cui trattasi.

Nel caso di specie, la ricorrente presenta ricorso per violazione dell’art. 2, lamentando un uso eccessivo della forza da parte delle autorità, che hanno ucciso il figlio durante una manifestazione.

In funzione del particolare status della ricorrente (che si è lamentata vittima indiretta, ex art. 34), la Corte ha riconosciuto alcuni dei principi già visti, come il ruolo dell’accertamento della violazione come profilo della stessa equa soddisfazione e il ruolo fondamentale degli Stati nel contribuire all’osservanza e alla tutela pratica dei diritti previsti dalla Convenzione; ma a questo si aggiunga che, nella medesima pronuncia, la Corte afferma anche che “The awarding of sums of money to applicants by way of just satisfaction is not one of the Court’s main duties”[3].

Affermando questo principio, la Corte ha sostanzialmente ricordato come il suo ruolo sia ben diverso rispetto a quello di una corte nazionale: la tutela dei diritti umani non può infatti consistere solamente in una compensazione economica, ma deve prevedere, in primo luogo, un ruolo attivo da parte degli Stati, i quali sono chiamati a sanare e riparare a violazioni dei diritti convenzionalmente garantiti. Nonostante ciò, il riconoscimento di un adeguato risarcimento è spesso l’unico mezzo di pressione a disposizione della Corte: qualora, infatti, uno Stato decida di non adempiere agli obblighi derivanti dalle norme della Convenzione, anche l’intervento del Consiglio d’Europa ha comunque una imperatività relatività.

È dunque necessario un risarcimento che non rappresenti una mera condanna per lo Stato convenuto, ma sia piuttosto ispirato ad un criterio di equità di ispirazione vagamente anglosassone: infatti, la quantificazione può portare anche a determinare una somma di denaro inferiore al danno materiale patito, per esempio quando costi e spese siano in qualche misura addebitabili al comportamento stesso del ricorrente. La Corte riconosce infatti come detta quantificazione debba avvenire secondo un “degree of flexibility”, tenendo conto di numerosi criteri e specialmente quando il risarcimento sia connesso alla riparazione di un danno di natura non patrimoniale [4].

Nel decidere l’an e il quantum di un risarcimento, la Corte svolge una valutazione che si articola su tre passaggi [5]: (a) se c’è una richiesta, formale ed esplicita, per ottenere un risarcimento, (b) se la Corte ha competenza sul garantirlo e (c) se tale risarcimento risulta adeguato ed appropriato.

Occorre in primo luogo ricordare che, ai sensi dell’articolo 60 §1 del Regolamento della Corte [6], i ricorrenti, qualora desiderino vedersi riconoscere un risarcimento, devono “formulare specifica richiesta a tal fine”; di conseguenza, nessun risarcimento viene accordato in mancanza di una richiesta esplicita e formale. Nonostante questo, vi sono state delle eccezioni nel corso della storia e il caso sopra citato rientra in questa casistica.

Come abbiamo già avuto modo di sottolineare, infatti, casi di violazione dei diritti fondamentali convenzionalmente garantiti attengono spesso ad una sfera della personalità (vita, integrità fisica, morale) che non può (e, in certi casi, non deve) essere oggetto di quantificazione monetaria. Nel caso di specie, la ricorrente “could not at the time and cannot now ‘put a price’ at her son’s life” [7], sicché la sua domanda non avrebbe potuto essere in alcun modo da quella specificità che invece la Corte richiede.

Le opinioni dei giudici Nussberger e Lemmens chiariscono il conflitto: il margine di flessibilità, infatti, non deve essere utilizzato solamente per quanto concerne la quantificazione del risarcimento, ma anche nel decidere se accordare un risarcimento qualora manchi una formale richiesta in tal senso. Al contrario, devono sussistere invece dei prerequisiti, in particolare un’indicazione inequivocabile che “certifichi” la volontà di ottenere questo risarcimento, facendo ricorso anche ad un criterio interpretativo che tenga in debita considerazione la natura stessa del ricorso presentato alla Corte e del tipo di procedura. In questo senso, la Corte dovrà tenere conto di alcun aspetti: la gravità del fatto, il tipo di violazione della Convenzione, l’impossibilità delle parti di ottenere un risarcimento in senso assoluto o se non dopo un lungo periodo di tempo dopo l’accadimento.

Questo tipo di approccio è però stato contestato da altri tre giudici (Raimondi, O’Leary e Ranzoni), i quali hanno sottolineato come gli sforzi interpretativi proposti portino invece ad una sempre maggiore incertezza dal punto di vista legale, oltre ad un inevitabile non adeguamento con le regole della Convenzione.

Come specificato in una successiva opinione, i giudici specificano come debba esistere ed esista un certo margine di discrezionalità della Corte nel decidere quando accordare un risarcimento in caso di mancanza di una richiesta formale, ma è necessario che questa discrezionalità sia ben delimitata da regole precise, chiare e coerenti, tanto da un punto di vista sostanziale quanto procedurale [8].

Questa interpretazione si innesta oltretutto su una più generale posizione della Corte che ha sempre negato risarcimenti “punitivi”.

Ma al netto di questo, le difficoltà in termini di legittimità ed esecutività delle pronunce sofferte dalla Corte, tanto quanto i rapporti sempre più freddi con alcune nazioni reticenti ad adeguarsi agli standard della Convenzione (si pensi a Turchia e Russia) rendono questi profili validi soprattutto dal punto di vista teorico e meno, molto meno, dal punto di vista pratico.

[1] Domande di equa soddisfazione, istruzioni pratiche, http://www.echr.coe.int/Documents/PD_satisfaction_claims_ITA.pdf

[2] Corte EDU, Nagmetov c. Russia, ricorso n. 35589/08, sentenza 30/03/2017

[3] Corte EDU, Nagmetov c. Russia, cit., §64

[4] Corte EDU, Nagmetov c. Russia, cit., §72

[5] Abdelgawad E. L., “Nagmetov c. Russia: opening up Pandora’s box on Article 41?”, https://strasbourgobservers.com/2017/05/02/nagmetov-v-russia-opening-up-pandoras-box-on-article-41/

[6] Regolamento della Corte europea dei diritti dell’uomo, 1 maggio 2003, http://www.echr.coe.int/Documents/Rules_Court_ITA.pdf

[7] Corte EDU, Nagmetov c. Russia, cit., §52

[8] Corte EDU, Nagmetov c. Russia, opinione dissenziente dei giudici Raimondi, O’ Leary, Ranzoni, cit., §31