Rivoluzione digitale e mutamento del mercato del lavoro: brevi riflessioni sulla funzione del diritto del lavoro

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L’avvento dell’era digitale ha imposto una riconsiderazione dell’attività umana, ora massicciamente influenzata da procedure operative informatizzate tali da individuare l’informatica come parte di un binomio irreversibile nel rapporto con altre realtà tra cui il diritto. L’informatica giuridica è la disciplina che racchiude in modo onnicomprensivo le applicazioni del sapere tecnoscientifico al mondo del diritto ed è chiaro come la rapida implementazione degli strumenti digitali esorti ad adottare un approccio integrato, multidisciplinare e disincantato allo studio e alla ricerca. La problematica che si pone rispetto a questa rivoluzione tecnologica sta senz’altro nella capacità di fruizione e di analisi dei rischi connessi alla sicurezza e alla privacy da parte dell’utilizzatore medio, spesso ignaro delle potenzialità – anche distruttive – del digitale. Tale inidoneità di una fetta della popolazione ad interagire in maniera consapevole con gli strumenti tecnologici è stata definita, con espressione statunitense, “digital divide” e costituisce il portato evidente di una capillarizzazione tecnologica elitaria che genera una classe di subalterni estromessi dalla scena sociale, economica e politica. Le cause di questo gap informatico sono note e riscontrabili in fattori socio-culturali e geografici. Per quanto riguarda le possibili soluzioni di superamento di questa disuguaglianza si rende auspicabile l’investimento in infrastrutture tecnologiche che consentano un accesso omogeneo e soddisfacente alla connettività, unitamente alla diffusione di una cultura del digitale che appiani la sperequazione.

La rivoluzione tecnologica non pone solo un problema di partecipazione alla vita pubblica ma ha un impatto considerevole anche sull’organizzazione strutturale del mercato del lavoro nonché sulle dinamiche interne al lavoro stesso (ossia come viene resa la prestazione lavorativa). In primo luogo solleva un problema di netta definizione dei confini tra il lavoro subordinato e lavoro autonomo; l’esempio per eccellenza di questa ibridazione di fattispecie contrattuali è fornito dall’introduzione dello smart working o lavoro agile ad opera della legge 81/2017 che, all’art. 18 co. I, lo promuove quale “modalita’ di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato stabilita mediante accordo tra le parti, anche con forme di organizzazione per fasi, cicli e obiettivi e senza precisi vincoli di orario o  di  luogo  di  lavoro,  con  il possibile  utilizzo  di  strumenti  tecnologici  per  lo  svolgimento dell’attivita’ lavorativa”. Fatta salva la prerogativa datoriale di impartire ordini e direttive circa le modalità di esecuzione della prestazione ex art. 2094 c.c., vengono però meno due degli indici pragmatici messi a punto dalla giurisprudenza per agevolare il compito dell’interprete nella qualificazione del rapporto di lavoro subordinato: 1. L’inserimento del lavoratore nell’organizzazione produttiva del datore, secondo un criterio di tipo geografico-spaziale, nonostante tale indice sia stato oggetto di una rilettura in senso funzionale al fine di allargare le maglie entro cui considerare subordinato un rapporto di lavoro. Per l’individuazione della natura subordinata del lavoro è dunque sufficiente che la prestazione si inserisca nel ciclo produttivo dell’impresa.  2. Il vincolo di orario, malgrado tale indice sia preso in minore considerazione nell’ambito del ragionamento cd tipologico[1] rispetto ad altri, giacché riscontrabile anche nel contesto di un rapporto di lavoro autonomo quando connesso a mere esigenze organizzative.

A conferma dell’evanescenza di un confine netto tra lavoro subordinato e autonomo, da un lato la disciplina sul lavoro agile elimina la subordinazione del lavoratore al controllo del datore nell’organizzazione della prestazione quanto a tempo e luogo, mentre, dall’altra, le modifiche introdotte dal D.Lgs. 81/2015 all’art. 2 co. I, in relazione alle collaborazioni organizzate dal committente, inseriscono detto controllo in presenza di un vincolo di eterodirezione grandemente attenuato.

Alla luce di quanto esposto appare piuttosto visionario l’art.1 tit.I del progetto per la predisposizione dello Statuto dei Lavori a cura del Prof. Biagi che, ai fini dell’applicazione delle “norme a tutela della libertà e della dignità dei lavoratori”, definisce lavoratore “ogni persona che, con apporto prevalentemente personale, presta la propria opera a favore di terzi, mediante contratto di lavoro autonomo, di lavoro subordinato o qualsiasi altro contratto, tipico o atipico, indipendentemente dalla durata del contratto stesso e dall’ambito aziendale o extra aziendale in cui si svolge la prestazione lavorativa”.

Lo sviluppo della tecnologia info-telematica in seno al mercato del lavoro ha generato il fenomeno della dematerializzazione del tempo e del luogo di lavoro. Il jobs act del lavoro agile prevede all’art. 19 che l’accordo individui i tempi di riposo del lavoratore, nonché le misure tecniche ed organizzative per assicurare la disconnessione dello stesso dalle strumentazioni tecnologiche di lavoro. È opportuno fare alcune considerazioni in merito: in primo luogo l’individuazione dei tempi di riposo si pone ontologicamente in contrasto con la fattispecie del lavoro agile – che consente in effetti al lavoratore di gestire autonomamente la prestazione anche sotto tale profilo– tale da rendere più coerente, sotto il profillo anzitutto sistematico, l’applicazione delle norme in materia previste per il telelavoro. In secondo luogo La flessibilizzazione dell’orario di lavoro ha fatto sorgere il rischio di overworking e obnubilato i confini tra la vita lavorativa ed extra-lavorativa. In presenza di tali criticità, la teorizzazione di un diritto alla disconnessione, quale recente corollario del diritto alla privacy, appare efficace a definire le finestre temporali di “non lavoro” a garanzia del diritto alla salute, alla vita familiare e alla privacy del lavoratore. La dematerializzazione coinvolge anche lo spazio; in luogo dello spostamento materiale del lavoratore presso i locali aziendali, la prestazione viene svolta senza una postazione fissa e con l’ausilio di dispositivi tecnologici.

Il diritto del lavoro è il ramo dell’ordinamento giuridico più ricettivo al cambiamento e alle trasformazioni tecnologiche. Dal XVII-XVIII secolo si è assistito ad un avvicendarsi di meccanismi di rinnovamento delle strutture produttive sino al compimento della rivoluzione digitale determinata da nuove modalità di esecuzione della prestazione di lavoro e dall’emergere della cd platform economy o economia collaborativa. Questo nuovo modello di business ha creato un meccanismo di collaborazione tra pari che ha come vantaggio essenziale la riduzione dei costi di transazione attraverso la facilitazione dello scambio diretto e la promozione dell’incontro tra domanda e offerta in realtà rimaste sconosciute ai modelli economici tradizionali (si pensi al fenomeno dell’house sharing). Il passaggio, segnato dalla crisi economica 2007-2008, alla nuova economia incentrata sulla persona e sull’efficientamento delle modalità di scambio e di condivisione, induce  altresì a riflettere sul sistema delle garanzie dei diritti del lavoratore e a stimolare interventi di sostegno a quella fascia di popolazione, prevalentemente femminile, che di fronte all’imminente ingresso dell’intelligenza artificiale nei processi produttivi rischia di soccombere con ulteriore e preoccupante intensificazione delle differenze culturali e di genere. Il diritto del lavoro si rende quindi guida essenziale del rinnovamento delle istanze economiche e sociali in un’ottica egualitaria e inclusiva.

Di Francesca De Concilio

Bibliografia e sitografia:

  • VV., il jobs act del lavoro autonomo e del lavoro agile, Giappichelli editore, 2018
  • C.Moreira, l’impatto delle nuove tecnologie nella conciliazione tra vita e lavoro, in Labour & Law issues, vol. 3, n. 1/2017
  • https://hbr.org/insight-center/the-platform-economy

 

[1] È un giudizio di approssimazione che, differentemente da quello cd sussuntivo, consente all’interprete la valutazione circa la sussistenza del rapporto di lavoro subordinato sulla base della quantità e della qualità degli indici.