La disciplina dell’accesso alle origini a seguito dell’ultima pronuncia della Cassazione

Piedi.

Secondo l’art.28 c.5 della legge 4 maggio 1984, n.183, l’adottato, raggiunta l’età di venticinque anni, può accedere a informazioni che riguardano la sua origine e l’identità dei propri genitori biologici. Può farlo anche raggiunta la maggiore età, se sussistono gravi e comprovati motivi attinenti alla sua salute psico-fisica. Tale istanza, che deve essere presentata al Tribunale per i Minorenni del luogo di residenza, trovava, sino al 2013, un limite invalicabile nel successivo comma 7, stante il quale non era possibile per l’adottato, desideroso di conoscere le proprie origini, accedere a tali informazioni, qualora al momento del parto la madre biologica avesse dichiarato di non voler essere nominata, secondo quanto previsto dall’art.30 c.1 del decreto del Presidente della Repubblica 3 novembre 2000, n. 396. In questo breve testo ripercorreremo le vicende che hanno caratterizzato questa norma, dalla sentenza della Corte Costituzionale del 2013 alla più recente pronuncia della Corte di Cassazione, cercando di comprendere le ripercussioni avute sull’attuazione pratica della disposizione stessa.

 

La sentenza C.Cost.278/2013

La Corte Costituzionale, investita della questione dal Tribunale per i Minorenni di Catanzaro, ha dichiarato con sentenza n.278/2013 parzialmente illegittimo l’art.28 c.7 l.183/1984 nella parte in cui non prevede – attraverso un procedimento, stabilito dalla legge, che assicuri la massima riservatezza – la possibilità per il giudice di interpellare, su richiesta del figlio, la madre che abbia dichiarato di non voler essere nominata, ai fini di una eventuale revoca di tale dichiarazione. Con tale pronuncia ribalta la sua precedente posizione espressa nella sentenza n.425/2005 e accoglie la questione di legittimità costituzionale con riferimento agli art.2 e 3 Cost. Secondo la Corte, come già puntualizzato dal giudice a quo, il meccanismo descritto in premessa e risultante dal combinato disposto dei commi 5 e 7 dell’art.28 risultava eccessivamente rigido, non permettendo alcuna forma di bilanciamento tra gli interessi coinvolti, ovvero il diritto dell’adottato a conoscere le proprie origini e il diritto della donna a rimanere anonima, con uno sbilanciamento nei confronti di quest’ultimo, in violazione del principio di uguaglianza e ragionevolezza enunciato all’art.3Cost. [1] Riconosce inoltre la Corte che, anche a seguito della pronuncia della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo nel caso Godelli c.Italia (2012), il diritto dell’adottato a conoscere le proprie origini rientra tra i diritti fondamentali della persona riconosciuti tanto dalla Costituzione all’art.2, quanto dalla CEDU all’art.8. Tali considerazioni fanno dunque emergere anche una violazione dell’art.117Cost. che prevede la conformazione dell’ordinamento italiano agli obblighi internazionali, vizio tuttavia ritenuto assorbito nei parametri sopra indicati. In particolare, l’aspetto che viene qui in specifico rilievo […] ruota attorno al profilo, per così dire, “diacronico” della tutela assicurata al diritto all’anonimato della madre. Con la disposizione allesame, l’ordinamento pare, infatti, prefigurare una sorta di “cristallizzazione“ o di “immobilizzazione“ nelle relative modalità di esercizio: una volta intervenuta la scelta per l’anonimato, infatti, la relativa manifestazione di volontà assume connotati di irreversibilità destinati, sostanzialmente, ad “espropriare” la persona titolare del diritto da qualsiasi ulteriore opzione; trasformandosi, in definitiva, quel diritto in una sorta di vincolo obbligatorio […]. Sul piano più generale, una scelta per l’anonimato che comporti una rinuncia irreversibile alla “genitorialità giuridica” può, invece, ragionevolmente non implicare anche una definitiva e irreversibile rinuncia alla “genitorialità naturale”: ove così fosse, d’altra parte, risulterebbe introdotto nel sistema una sorta di divieto destinato a precludere in radice qualsiasi possibilità di reciproca relazione di fatto tra madre e figlio, con esiti difficilmente compatibili con l’art. 2 Cost. [2]

In conclusione, la Corte dichiarando l’illegittimità parziale della norma, introduce nell’ordinamento il principio di reversibilità della dichiarazione di anonimato. Tuttavia, richiama all’attenzione del legislatore la necessità di introdurre un procedimento apposito in grado di permettere l’interpello della madre in condizioni di assoluta riservatezza. Su questo punto si è divisa la giurisprudenza.

Gli orientamenti della giurisprudenza

La sentenza C.Cost.n.278/2013 ha portato ad una vera e propria spaccatura in giurisprudenza. Un primo orientamento ritiene necessario un intervento del legislatore per poter permettere, a seguito della richiesta dell’adottato, l’interpello della madre che abbia dichiarato di non voler essere nominata – trattasi dell’orientamento seguito, tra gli altri, dai Tribunali per i Minorenni di Catania, Bologna, Brescia, Salerno: conseguenza pratica di questa tesi è il rigetto della richiesta ex art.28c.5, senza previa verifica della volontà della donna di mantenere invariata la dichiarazione allora resa. Un secondo orientamento ritiene al contrario che, in virtù della declaratoria di incostituzionalità sopra citata, la quale ha reso reversibile la dichiarazione della madre biologica di non essere nominata, sia doveroso procedere all’interpello della donna: in caso contrario si continuerebbe infatti ad applicare una norma dichiarata parzialmente incostituzionale in spregio del principio introdotto dalla Corte Costituzionale con la sentenza del 2013 – tesi sostenuta, tra gli altri, dai Tribunali per i Minorenni di Catanzaro e del Piemonte e Valle d’Aosta.

Le basi giuridiche a sostegno della prima tesi sono numerose. Innanzitutto, si ritiene che la sentenza C.Cost.278/2013 sia una sentenza additiva di principio: in questi casi la Corte Costituzionale non espunge la norma oggetto di giudizio dall’ordinamento ma ne modifica la portata, introducendo un principio – e non un meccanismo di immediata applicazione – che, nel rispetto della separazione dei poteri, deve essere puntualmente disciplinato con legge. Nel caso di specie è necessario che il legislatore intervenga per individuare un procedimento adatto a interpellare in maniera riservata la madre biologica dell’istante: in attesta di tale intervento, non resta al giudice che continuare ad applicare la precedente normativa, in quanto l’applicazione di un qualsiasi altro procedimento non ancora previsto per legge costituirebbe un’indebita ingerenza tra poteri. Inoltre, l’applicazione immediata del principio enunciato dalla Corte Costituzionale troverebbe un ostacolo processuale perchè la piena attuazione del contraddittorio assicurata alle parti (anche) nei procedimenti in camera di consiglio, con il diritto di accedere liberamente a tutte le risultanze istruttorie, confliggerebbe con la necessità della massima riservatezza di questo procedimento. [3]

La tesi sostenuta dall’opposto orientamento si risolve invece nella necessità di interpellare la madre biologica a seguito del ricorso dell’adottato ex art.28c.5: questo per effetto della sentenza C.Cost.278/2013, in quanto sentenza di accoglimento il cui effetto è appunto costituito dall’espunzione dall’ordinamento della norma oggetto di giudizio di legittimità costituzionale con sua conseguente inapplicabilità. In attesa che il legislatore provveda a disciplinare il procedimento da seguire perché l’interpello della madre avvenga in condizioni di assoluta riservatezza, il giudice dovrebbe utilizzare come parametri di riferimento la disciplina generale sul tema (rinvenibile nell’art.28 della legge n.184/1983) e la normativa in materia di procedimenti in camera di consiglio e di protezione dei dati personali.

La spaccatura creatasi in giurisprudenza e l’inerzia del legislatore hanno portato a una disparità di trattamento a seconda dell’orientamento cui aderiva il Tribunale per i Minorenni competente per l’istanza. Per tale motivo e in conseguenza della necessità che si enunciasse un principio di diritto in grado di dirimere tali diversità giurisprudenziali, il Procuratore generale presso la Corte di Cassazione ha richiesto alla Corte stessa di esprimersi ex art.363c.p.c. [4]. La Corte Suprema ha inoltre ritenuto di doversi esprimere a Sezioni Unite, a testimonianza dell’importanza della questione stessa.

La pronuncia della Corte di Cassazione, Sezioni Unite Civili, 25 gennaio 2017 n.1946

Per dirimere i dubbi sorti in giurisprudenza, le Sezioni Unite Civili si soffermano prima di tutto sulla pronuncia della Corte Costituzionale. Si tratta infatti, secondo la giurisprudenza di legittimità, di una sentenza additiva che necessita senza dubbio dell’intervento del legislatore, in quanto non introduce un meccanismo direttamente esecutivo per l’interpello della donna. Sono tuttavia necessarie due considerazioni. La Corte, pur introducendo un principio in grado di far rivivere la norma censurata, non si limita ad una considerazione di politica del diritto: l’affermazione della Corte risulta infatti essere diritto vigente. Inoltre, la sentenza rimane pur sempre una sentenza di accoglimento, la quale produce gli effetti di cui all’articolo 136 Cost.: la norma dichiarata costituzionalmente illegittima cessa di avere efficacia e non può avere applicazione dal giorno successivo alla pubblicazione della decisione. La riserva espressa della competenza del legislatore si riferisce, evidentemente, al piano della normazione primaria, al livello cioè delle fonti del diritto: come tale, essa non estromette il giudice comune, nel ruolo – costituzionalmente diverso da quello affidato al legislatore – di organo chiamato, non a produrre un quid novi sulla base di una libera scelta o a stabilire una disciplina di carattere generale, ma a individuare e dedurre la regola del caso singolo bisognoso di definizione dai testi normativi e dal sistema, di cui è parte anche il principio vincolante dichiarato dalla Corte costituzionale con la sentenza additiva, e così a ricercare, in chiave di effettività, nel momento applicativo, un punto di saldatura tra quel principio, i diritti dei soggetti coinvolti e le regole preesistenti. [5] Di conseguenza, il giudice non può negare tout court l’accesso alle informazioni sull’origine dell’adottato: al contrario, servendosi dei principi e delle norme in materia già presenti nel nostro ordinamento, deve garantire l’interpello della madre in maniera riservata. Soltanto a seguito di una conferma dell’originaria dichiarazione di voler rimanere innominata si potrà negare l’accesso. La Cassazione non si limita a enunciare un principio di diritto, ma indica anche alla giurisprudenza le norme applicabili a seguito della pronuncia della Corte Costituzionale e in attesa di un intervento del legislatore [6]. Richiama inoltre alcuni dei procedimenti usualmente seguiti da quei Tribunali per i Minorenni i quali, aderendo al secondo degli orientamenti sopra descritti, procedevano all’interpello della madre biologica dell’istante. Per i motivi indicati, le Sezioni Unite enunciano il principio di diritto qui riportato: In tema di parto anonimo, per effetto della sentenza della Corte costituzionale n. 278 del 2013, ancorché il legislatore non abbia ancora introdotto la disciplina procedimentale attuativa, sussiste la possibilità per il giudice, su richiesta del figlio desideroso di conoscere le proprie origini e di accedere alla propria storia parentale, di interpellare la madre che abbia dichiarato alla nascita di non voler essere nominata, ai fini di una eventuale revoca di tale dichiarazione, e ciò con modalità procedimentali, tratte dal quadro normativo e dal principio somministrato dalla Corte costituzionale, idonee ad assicurare la massima riservatezza e il massimo rispetto della dignità della donna; fermo restando che il diritto del figlio trova un limite insuperabile allorché la dichiarazione iniziale per l’anonimato non sia rimossa in séguito all’interpello e persista il diniego della madre di svelare la propria identità.

In conclusione, deve ritenersi definitivamente superato quell’orientamento secondo il quale costituiva condizione necessaria per l’interpello della madre biologica e l’eventuale accoglimento dell’istanza dell’adottato l’introduzione con legge di un apposito procedimento, idoneo a garantire la riservatezza della donna. Si spera dunque che, a seguito di questa pronuncia della Cassazione, venga meno quella disparità di trattamento che ha caratterizzato gli anni passati. Ancor di più, si esorta il legislatore a provvedere: per quanto infatti sia possibile individuare criteri sufficienti per procedere in assenza di specifiche previsioni legislative, ci troviamo immancabilmente dinanzi ad un vuoto normativo il quale, come ben risulta da quanto sopra esposto, ha avuto conseguenze pratiche di non poco rilievo.

Note:

[1] Si precisa, a scanso di equivoci, che secondo la Corte il vizio di legittimità costituzionale non insiste sulla possibilità per la donna di richiedere l’anonimato, quanto sull’impossibilità di revocare tale dichiarazione. Dunque, a seguito di questa sentenza, non sembrerebbe possibile un rigetto tout court dell’istanza dell’adottato di accesso alle origini. Tuttavia, questa non potrà comunque essere accolta se, a seguito di un interpello della donna per verificare l’intenzione di modificare la dichiarazione di anonimato, ella persiste nella volontà originaria.

[2] C.Cost.sent.278/2013, considerato in diritto, pt.5

[3] Cassazione Civile, Sezioni Unite, Sentenza 25 gennaio 2017, n. 1946, fatti di causa, pt.3

[4] Art.363 c.1 c.p.c. Quando le parti non hanno proposto ricorso nei termini di legge o vi hanno rinunciato, ovvero quando il provvedimento non è ricorribile in cassazione e non è altrimenti impugnabile, il Procuratore generale presso la Corte di cassazione può chiedere che la Corte enunci nell’interesse della legge il principio di diritto al quale il giudice di merito avrebbe dovuto attenersi. Nel caso di specie, il Procuratore generale ha chiesto l’enunciazione nell’interesse della legge del principio di diritto al quale la Corte d’appello di Milano avrebbe dovuto attenersi nel decidere un reclamo proposto dal figlio maggiorenne nato da parto anonimo, il quale aveva fatto istanza al giudice di verificare, attraverso un interpello riservato, la persistenza della volontà della madre di non essere nominata. Il tale caso, la Corte di Milano aveva respinto il ricorso.

[5] Cassazione Civile, Sezioni Unite, Sentenza 25 gennaio 2017, n. 1946, ragioni della decisione, pt.7. La necessità che i giudici applichino i principi introdotti dalla Corte Costituzionale con sentenze additive, stante l’inerzia del legislatore, emerge anche da alcune sentenze della Corte Costituzionale stessa, quali la n.295/1991 e la n.74/1996.

[6] Le norme indicate dalla Corte di Cassazione come norme applicabili sono: l’art.1 c.5 e 6 della l.184/1983 (procedimento in camera di consiglio dinnanzi al Tribunale per i Minorenni del luogo di residenza, dettato per la ricerca delle origini del figlio adottato maggiorenne, nel caso in cui la madre non abbia fatto la dichiarazione di anonimato); art.93 del codice in materia di protezione dei dati personali e l’art.28 c.6 l.184/1983 quali parametri per rendere il procedimento riservato, come richiesto dalla Corte Costituzionale.

Bibliografia e sitografia:

  • Legge 4 maggio 1983 n.184
  • Cost.sent.278/2013
  • Cassazione Civile, Sezioni Unite, Sentenza 25 gennaio 2017, n. 1946
  • it